Antiriciclaggio: nuove regole

Il riciclaggio di denaro rappresenta, senza dubbio, uno dei più gravi attuali fenomeni del crimine finanziario.   Il “lavaggio” dei proventi illeciti rappresenta un inevitabile sbocco delle attività illegali, con il quale, i profitti criminosi possono essere utilmente impiegati solo in minima parte in analoghi comportamenti illeciti, trovando, per evidenti necessità logistiche, approdo nel mercato […]

Il riciclaggio di denaro rappresenta, senza dubbio, uno dei più gravi attuali fenomeni del crimine finanziario.


 


Il “lavaggio” dei proventi illeciti rappresenta un inevitabile sbocco delle attività illegali, con il quale, i profitti criminosi possono essere utilmente impiegati solo in minima parte in analoghi comportamenti illeciti, trovando, per evidenti necessità logistiche, approdo nel mercato legale.


 


Si potrebbe considerare che la possibilità di riciclare denaro “sporco” sia la linfa vitale alla criminalità organizzata, almeno nelle sue forme più complesse e, come tali, più pericolose.


 


Il riciclaggio è un fenomeno di “delicata articolazione”, una vera e propria “attività finanziaria”, basata sulla professionalità di soggetti del settore e sulla collaborazione tra le maggiori organizzazioni criminali internazionali.


 


Naturalmente il fenomeno, ormai conosciuto ai più, non ha lasciato negli anni indifferenti gli operatori politici, che, da sempre, cercano di destreggiarsi tra i c.d. reati presupposti e le reali attività di utilizzazione dei proventi illeciti, partecipando, anch’essi a questa complessità tramite l’intensificarsi degli sforzi di controllo da parte dei legislatori e degli apparati di law enforcement.


 


Appare che i due fenomeni, l’uno illecito, l’altro di reazione lecita al primo, si rincorrano creando un cerchio che nel tempo tocca alti livelli di complessità: ad una legislazione antiriciclaggio che diviene completa ed efficace, corrispondono tecniche di c.d. “lecito-vestizione” dei proventi illegali che cercano di sfuggire alle maglie della giustizia.


 


In aderenza alla delega contenuta nell’articolo 22 della legge 25 gennaio 2006, nr. 29 (legge comunitaria 2005), con il Decreto legislativo del 21 novembre 2007, nr. 231 è stata data un’organica attuazione alla III direttiva antiriciclaggio relativa alla prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, andando a snellire e razionalizzare un sistema “antiriciclaggio” precedentemente costituito da una pluralità di provvedimenti, che hanno portato alla creazione di un sistema  “frazionato”, quale conseguenza del graduale recepimento nazionale delle disposizioni di derivazione comunitaria susseguitesi nel tempo.


 


Oggi, questo testo, si pone come unico riferimento normativo per la prevenzione ed il contrasto al fenomeno del riciclaggio di denaro sporco e finanziamento del terrorismo.


 


Infatti le abrogazioni integrali riguardano il decreto legge 3 maggio 1991, n. 143, convertito con modificazioni nella legge 5 luglio 1991 nr.197, il decreto legislativo 20 febbraio 2004 nr.56 ed i relativi decreti di attuazione (DD.MM. 141,142 e 143/06) e, parzialmente, anche il decreto legislativo 25 settembre 1999, nr.374.


 


Volendo fare una confronto formativo tra la pregressa disciplina e la nuova, possiamo notare alcune novità, quali:


 


• l’estensione delle norme di prevenzione e contrasto al riciclaggio di denaro anche per combattere il finanziamento al terrorismo, con misure idonee al congelamento dei fondi e delle risorse economiche;


• il concetto di “adeguata verifica della clientela” che non dovrà essere limitato, come spesso avvenuto in passato, alla mera acquisizione della copia del documento di riconoscimento, ma una costante valutazione nel merito circa il profilo soggettivo del cliente, secondo una definizione “dinamica” ed in continua evoluzione;


• la possibilità di selezionare procedure idonee per individuare persone fisiche o giuridiche che esercitano un’attività finanziaria in modo occasionale o su scala limitata, laddove i rischi di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo siano scarsi;


• la gradualità degli obblighi di “adeguata verifica della clientela” in funzione del rischio associato al tipo di cliente, rapporto di affari, prodotto o transazione;


• l’introduzione di pesanti sanzioni amministrative per la mancata formazione del personale e dei collaboratori;


• l’introduzione nel complesso normativo della inedita definizione di “Persona politicamente esposta”;


• l’estensione alla persona giuridica della responsabilità amministrativa per condotte penalmente rilevanti assunte dai dipendenti, in materia di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.


 


L’art. 2 del decreto delegato offre un’esplicita e precisa definizione di riciclaggio.


 


È opportuno rilevare fin da subito che, come espressamente stabilito dal decreto, la definizione normativa assume valore “ai soli fini del presente decreto”, ossia ai soli fini dell’applicazione delle disposizioni antiriciclaggio ivi contenute.


 


Il “riciclaggio”, ai sensi dell’art. 2, comprende anche il momento “ricettivo” dell’occultamento e della detenzione del bene di provenienza illecita, oltre quello vero e proprio della conversione o del  trasferimento a fini della “pulizia”.


 


In particolare costituisce riciclaggio:


 


§               la conversione o il trasferimento di beni, effettuati essendo a conoscenza che essi provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività, allo scopo di occultare o dissimulare l’origine illecita dei beni medesimi o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni;


§               l’occultamento o la dissimulazione della reale natura, provenienza, ubicazione, disposizione, movimento, proprietà dei beni o dei diritti sugli stessi, effettuati essendo a conoscenza che tali beni provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività;


§               l’acquisto, la detenzione o l’utilizzazione di beni essendo a conoscenza, al momento della loro ricezione, che tali beni provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività;


§               la partecipazione ad uno degli atti di cui alle lettere precedenti, l’associazione per commettere tale atto, il tentativo di perpetrarlo, il fatto di aiutare, istigare o consigliare qualcuno a commetterlo o il fatto di agevolarne l’esecuzione.


 


La definizione normativa di “riciclaggio” assume un’importanza determinante ai fini dell’applicazione dell’art. 41 del decreto, disciplinante le segnalazioni di operazioni sospette. In particolare, l’art. 41 andrà a sostituire l’art. 3 del D.L. n. 143/1991.


 


La sorpassata disciplina prevedeva l’obbligo di segnalazione delle operazioni qualora, in base agli elementi a disposizione, il soggetto obbligato fosse stato indotto a ritenere “che il danaro, i beni o le utilità oggetto delle operazioni medesime possano provenire dai delitti previsti dagli articoli 648-bis e 648-ter del codice penale ”.


 


Il nuovo art. 41, invece, non opera più un invio esplicito agli articoli del codice penale, ma stabilisce che i soggetti obbligati inoltrino la segnalazione nel caso sospettino o abbiano “motivi ragionevoli” per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.


 


Ogni innovazione che si rispetti, presenta spunti di critica e di ulteriore ricerca dottrinale.


 


Nel nuovo testo normativo si parla, dunque, sia di riciclaggio che di terrorismo, “quasi a pretendere dai soggetti cui il decreto si rivolge una attività di indagine più propria ad una autorità inquirente che non a un soggetto bancario, professionale o esercente attività di interesse per il criminale”.


 


Allo stato attuale i soggetti obbligati devono, necessariamente, avere una solida preparazione nonché la capacità di individuare prontamente ed efficacemente le “operazioni sospette”; al fine di agevolare tutto ciò, le autorità guida (Ministero dell’economia, UIF) dovranno condurre l’operatore medio sulla strada giusta, tracciando chiari indirizzi.


 


Molti autori, leggendo la nuova definizione di riciclaggio, hanno evidenziato come l’operatore del settore si troverà ad affrontare, a parte le solite difficoltà per la sua individuazione, nuove questioni sia a livello info- investigativo sia processuale.


 


Si vuole evidenziare, come, anche a fronte di un elevato e sempre crescente numero di “segnalazioni di operazioni sospette”, sulla base di statistiche non solo nazionali, l’impegno complessivamente profuso, in rapporto ai benefici ottenuti (procedimenti penali aperti e condanne irrogate) non appare certo incoraggiante.


 


 


Alla complessità operativa già nota, oggi, per effetto della novella in commento, possiamo dire di aver aggiunto, un’ulteriore e indicibile confusione, grazie alla “nuova definizione del Riciclaggio”, completamente diversa dal dettato normativo ancora vigente dell’articolo 648 bis del codice penale.


 


In buona sostanza, attraverso la semplice aggiunta “…o da una partecipazione a tale attività…”, molti autori ritengono che si sia aggiunto, sia pure ai soli fini del Decreto, il c.d. Autoriciclaggio.


 


Questa, è senza dubbio, alla luce di tali forme di letture più critiche, la madre di tutte le novità intervenute in materia di lotta al riciclaggio di denaro sporco negli ultimi trenta anni, a partire dalla introduzione della fattispecie criminosa del 1978.


 


Anche se è sicuramente presto per trarre dati statistici e conclusioni su comportamenti o dati, si può individuare, da subito, un’innegabile e maggiore difficoltà operativa degli addetti ai lavori e di tutti i soggetti chiamati a fornire la “Collaborazione attiva”.


 


Importante novità appare essere la soppressione dell’UIC, con il contestuale trasferimento di competenze e poteri, nonché risorse umane e finanziarie alla Banca d’Italia, presso la quale è istituita l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF).


 


L’UIF eserciterà le proprie funzioni con piena autonomia rispetto al Governo e alla Banca d’Italia, ed in particolare si occuperà:


 


§               di analisi dei flussi finanziari al fine di individuare e prevenire fenomeni di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo;


§               di ricezione delle segnalazioni di operazioni sospette e analisi finanziaria delle stesse;


§               di acquisizione degli ulteriori dati e informazioni presso i soggetti tenuti alle segnalazioni;


§               di analisi su singole anomalie, riferibili a ipotesi di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, nonché su settori dell’economia ritenuti a rischio;


§               di elaborazione di modelli rappresentativi di comportamenti anomali  riferibili a possibili attività di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo;


 


§               sospensione di operazioni sospette di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.


 


Il decreto analizza e disciplina con maggiori dettagli gli adempimenti dei gestori i case da gioco.


 


E’ previsto che gli operatori debbano procedere all’identificazione e alla verifica dell’identità di ogni cliente che compia operazioni di acquisto e di cambio di fiches o di altri mezzi di gioco per importo superiore a 1.500 euro, indipendentemente dal fatto che si tratti di un’operazione unica o di più operazioni che appaiano collegate.


 


Obbligatoria anche la conservazione dei dati: identità, valore dell’operazione, mezzi di pagamento utilizzati.


 


Gli operatori che svolgono l’attività on-line devono procedere all’identificazione e alla verifica dell’identità di ogni cliente per importi superiori a 1.000 euro conservando tutte le informazioni relative a dati identificativi, data delle operazioni di apertura e ricarica dei conti di gioco e di riscossione sui medesimi conti, valore delle operazioni, mezzi di pagamento utilizzati, dati tecnici relativi alla connessione Internet.


 


Si giunge alla modifica della procedura di “identificazione dei clienti” introducendo l’obbligo della “adeguata verifica”.


 


Nello specifico, il decreto enuncia i casi in cui i soggetti obbligati hanno l’onere di verifica della clientela, sottolineando tale che tale obbligo si presenta nei casi di instaurazione di nuovi rapporti continuativi, o di conferimento di un incarico professionale, di esecuzione di prestazioni professionali occasionali, di sospetto di riciclaggio o di finanziamento al terrorismo, di dubbi sulla veridicità o adeguatezza dei dati identificativi precedentemente ottenuti.


 


Si specificano le attività per le quali scattano gli obblighi di verifica della clientela, introducendo il concetto di approccio basato sul rischio: ci si basa sulla necessità di graduare la verifica in unzione di elementi che devono tener conto del rischio ricollegato al soggetto attivo dell’operazione, adeguatezza quest’ultima che deve essere dimostrata dal soggetto obbligato alla autorità competenti.


 


La valutazione di tale rischio si basa su criteri soggettivi ed oggettivi.


 


L’aspetto soggettivo è evidenziato con riferimento a criteri riguardanti il cliente, come la natura giuridica, la condotta tenuta all’atto del compimento dell’operazione; l’aspetto oggettivo riguarda il tipo di operazione e si fa riferimento alla tipologia, ragionevolezza, modalità o all’ ammontare.


 


Con riferimento ai professionisti, tale previsione normativa ha suscitato immediate perplessità; si è sostenuto che tale “obbligo di dimostrazione” in capo al professionista implicasse una valutazione postuma di scelte di opportunità, del tutto personali, assunte in un momento precedente, quando i soggetti e le operazioni potevano apparire diversamente rispetto agli elementi oggettivi o informativi acquisiti in un secondo momento.


 


Approfondendo i profili dell’istituto della verifica della clientela, il decreto contempla la duplice possibilità di effettuare un controllo “semplificato”, ovvero di porre in essere una verifica “rafforzata”.


 


La procedura semplificata, potrà essere adottata nei confronti di soggetti che presentino un basso rischio, in modo tale che l’obbligo di controllo rafforzato, scatterà nel momento in cui si presentino elementi di rischio più alti, ed, in particolare, quando il cliente non sia presente all’identificazione, in caso di conti di corrispondenza con enti corrispondenti a Stati extracomunitari o, in ultima ipotesi, per operazioni intrattenute con soggetti residenti in un altro Stato.


 


Infine, correlato all’obbligo di verifica si rinviene il “dovere di astensione”: i soggetti obbligati che non sono in grado di rispettare l’obbligo di “adeguata verifica” devono astenersi dall’instaurare il rapporto continuativo, nonché dall’eseguire la prestazione richiesta, valutando l’opportunità di segnalare il tutto all’UIF.


 


Il decreto prevede alcuni cambiamenti in materia di obblighi di collaborazione attiva da parte dei professionisti, ma comunque permangono zone d’ombra e perplessità circa gli adempimenti e gli obblighi di “collaborazione attiva con le Autorità di settore.


 


Le novità sono le seguenti:


 


§               obbligo di “adeguata verifica della clientela” e dovere di astensione;


§               archivio unico informatico;


§               procedura di inoltro delle segnalazioni di operazioni sospette.


 


In relazione al primo punto, con specifico riferimento ai professionisti è opportuno sottolineare come la novella preveda che la verifica del cliente dovrà essere svolta anteriormente all’istituzione del rapporto continuativo o al momento in cui è conferito l’incarico di svolgere una prestazione professionale, comunque prima dell’esecuzione dell’operazione.


 


Con riferimento al secondo punto, si osserva come i professionisti avranno a disposizione una “doppia opzione” per la registrazione della clientela: in alternativa all’archivio unico informatico, infatti, potrà essere istituito un registro cartaceo, nel quale conservare i dati identificativi del cliente e che potrà sostituire l’archivio unico, lasciando, così, il professionista libero di scegliere fra l’archivio unico o il supporto cartaceo.


 


Naturalmente sussistono alcuni obblighi di tenuta del registro, come da buona prassi ormai cristallizzata; in vero, il registro della clientela, tenuto in maniera ordinata, senza spazi bianchi e abrasioni, deve essere numerato progressivamente e siglato in ogni pagina a cura del soggetto obbligato o di un suo collaboratore delegato per iscritto, con l’indicazione alla fine dell’ultimo foglio del numero delle pagine di cui è composto il registro e l’apposizione della firma delle suddette persone.


 


Qualora il professionista svolga la propria attività in più sedi, potrà istituire per ciascuna, un registro della clientela.


 


Con riferimento al terzo punto, si afferma che la segnalazione di operazione da parte dei professionisti potrà seguire una doppia strada, sempre nella tutela massima della riservatezza circa l’identità del professionista segnalante:


 


§               inviata direttamente all’UIF;


§               inviata per il tramite degli ordini professionali.


 


La finalità di far transitare la segnalazione attraverso l’ordine appare evidente: creare un ulteriore passaggio, così da bloccare in prima istanza il nominativo del segnalante, creando l’obbligo per gli ordini professionali di custodire il nominativo del segnalante.


 


Più precisamente, si prevede che l’identità dei professionisti segnalanti possa essere rivelata se “l’autorità giudiziaria, con decreto motivato, lo ritenga indispensabile ai fini dell’accertamento dei reati per i quali si procede”.


 


Sebbene il legislatore abbia previsto che la segnalazione di operazione sospetta non costituisca violazione del segreto professionale né comporti responsabilità di alcun tipo, permangono ancora delle perplessità circa il “buon funzionamento” del sistema.


 


Secondo alcuni, non appare inverosimile la possibilità secondo cui il cliente, venuto a conoscenza della segnalazione effettuata, per esempio, dal proprio commercialista, agisca nei confronti di quest’ultimo chiedendo il risarcimento del danno.


 


Ci si chiede, in particolare, quale possa essere la decisione del giudice civile nel caso in cui non venga riscontrata, in sede di giudizio, la sussistenza dei presupposti per la segnalazione.


 


Inoltre, appare eccessivamente generico il riferimento alla “autorità giudiziaria”, come soggetto legittimato, qualora ricorrano i presupposti, ad ottenere il nominativo del professionista segnalante.


 


La generica espressione di “autorità giudiziaria” consente di comprendere nell’alveo dei possibili richiedenti non solo i giudici penali, ma anche i pubblici ministeri e qualsivoglia autorità giudiziaria senza limitazione alcuna di territorio e di materia.


 


La conseguenza è che, come è stato autorevolmente rilevato, “la norma è applicabile a qualunque autorità giudiziaria di qualunque sede e per qualunque reato, anche completamente distaccato dalla vicenda per cui la segnalazione è stata fatta”.


 


Il vigente articolo 648 bis del codice penale, sia pure più volte modificato, è stato sempre la base fondamentale sulla quale si è insediato l’intero dispositivo caratterizzante l’azione di contrasto al riciclaggio di denaro sporco; lo stesso testualmente recita: “Fuori dai casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad esso altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da €.1.032 a €.15.493. o m i s s i s”.


 


Per meglio spiegare la novella, occorre dire che fino al 28 dicembre 2007, l’obbligo di Segnalazione di operazione sospetta scaturiva dal contenuto del 1° comma dell’articolo 3 della legge 197/91, laddove il riferimento era ai vigenti articoli 648 bis e ter del codice penale, la cui introduzione esordisce con l’inciso “Fuori dai casi di concorso nel reato…”.


 


Facciamo un esempio pratico e, pensiamo alla “Evasione fiscale” che, come è noto, a far data dal marzo 2000, è considerato reato presupposto del riciclaggio di denaro sporco.


 


Se ci atteniamo al vigente articolo 648 bis del c.p., l’imprenditore che gestisce direttamente un conto extracontabile, intestato al medesimo ed alimentato da vendite non fatturate (c.d. nero), per importi rilevanti sotto il profilo delittuoso risponde di sola evasione fiscale e non certo di riciclaggio, attesa l’assenza del soggetto estraneo (prestanome) impegnato nella gestione della provvista finanziaria.


 


Oggi, alla luce della nuova definizione di riciclaggio introdotta dal Decreto, la situazione appare decisamente diversa rispetto al passato, in quanto, ci troviamo ad osservare che, in presenza della stessa condotta, in un caso non costituisce reato (riciclaggio del 648 bis cp), nell’altro invece, se non si procede all’inoltro della fatidica “Segnalazione”, si potrebbe rispondere di una violazione amministrativa sanzionata dall’1% al 40% dell’importo dell’operazione che si assume non segnalata, senza la possibilità peraltro, di poter beneficiare del pagamento in misura ridotta (ex art. 16 della legge 689/81) per espressa esclusione dello stesso Decreto (2° comma dell’art. 60).


 


Il decreto interviene con significative novità anche sui mezzi di pagamento, con rilevanti conseguenze sulle abitudini dei cittadini.


 


Esaminiamo, i singoli settori di intervento.


 


Trasferibilità degli assegni e nuovi moduli di assegni


 


Una speciale novità è rappresentata dalla regola secondo la quale i moduli degli assegni bancari e postali rilasciati rispettivamente dalle banche e dalle Poste Italiane S.p.A. dovranno essere muniti di clausola di non trasferibilità prestampata, facendo salva, però, la possibilità per il correntista di richiedere per iscritto il rilascio di moduli in forma libera.



 


In tal caso per ciascun modulo di assegno richiesto ovvero per ciascun assegno circolare o vaglia postale o cambiario rilasciati in forma libera è dovuta dal richiedente, a titolo di imposta di bollo, la somma di 1,50 euro.


 


Questa novità rivoluziona, in un certo senso, le regole ora in vigore, secondo le quali (art. 1, comma 2, del D.L. n. 143/1991) i vaglia postali e cambiari e gli assegni postali, bancari e circolari per importi superiori a 12.500 euro, devono recare la clausola di non trasferibilità.



 


Il che significa che i moduli relativi a tali mezzi di pagamento sono emessi liberi dalla clausola in questione, la quale, tuttavia va apposta obbligatoriamente, al superamento del limite quantitativo di 12.500 euro, all’atto dell’emissione del titolo stesso.


 


A parte l’onere non trascurabile che si profila all’orizzonte per i correntisti, 1,50 euro per modulo, non vanno trascurate le conseguenze applicative sotto il punto di vista organizzativo della regola per la quale le  banche e Poste Italiane S.p.A. diventeranno esattori per conto dell’Erario dell’imposta di bollo gravante sulle richieste di assegni senza clausola prestampata.



 


Inoltre, sulle stesse graverà un onere di custodia delle richieste scritte dei clienti nonché quello di corrispondere alle istanze di informazione in merito che perverranno dai soggetti pubblici che ne hanno titolo ai sensi del comma 11 dell’art. 49 del decreto in commento.


 


Il limite oltre il quale scatterà l’obbligo della clausola di non trasferibilità sarà di 5.000 euro.



 


Gli assegni bancari e postali della specie dovranno, inoltre, recare l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario.


 


In sostanza l’obbligo della clausola di non trasferibilità per gli assegni bancari e postali è calata sensibilmente, dalla somma “superiore a 12.500 euro” a quella pari o superiore a 5.000 euro.



 


Gli assegni all’ordine del traente


 


Un’altra novità di estrema rilevanza dello schema di decreto, che porrà fine al malcostume assai diffuso di trasformare gli assegni all’ordine del traente (me medesimo o diciture analoghe) in titoli al portatore mediante la semplice girata è la previsione secondo cui tali assegni potranno essere girati unicamente per l’incasso.



 


Oggi, molto spesso, tale modalità costituisce un espediente per celare i soggetti che vengono in possesso del titolo già girato da parte dell’originario traente fino a colui il quale lo presenta all’incasso.


 


Gli assegni circolari, i vaglia postali e cambiari dovranno recare la clausola di non trasferibilità e naturalmente sugli stessi dovrà essere indicato il nome o la ragione sociale del beneficiario.



 


Anche per detti mezzi di pagamento, tuttavia, allorquando di importo inferiore a 5.000 euro, sarà possibile, previa richiesta scritta del cliente derogare sull’opposizione della clausola N.T.


 


Le banche e Poste rilasceranno solo assegni non trasferibili.


 


In particolare, i moduli di assegni bancari saranno rilasciati con la clausola di non trasferibilità già apposta.


 


Nel caso in cui il cliente voglia assegni “liberi”, dovrà espressamente richiedere (per iscritto), alla banca emittente il  rilascio del titolo in forma libera, versando, altresì, un’imposta di bollo di 1,5 euro per

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