Se il Fisco chiama conviene rispondere…


Con sentenza n. 38 del 13 aprile 2006, la Sezione n. 27 della Commissione tributaria regionale del Lazio ha confermato l’accertamento induttivo effettuato dall’ufficio, sul presupposto della mancata risposta al questionario, debitamente notificato (1).


La sentenza ci consente di evidenziare i rischi che comporta non rispondere alle chiamate del Fisco.


 


L’induttivo


 


Come è noto, l’ufficio, ai sensi dell’art. 39, comma 2, del D.P.R. n.600/73, può determinare il reddito d’impresa e il reddito di lavoro autonomo derivante dall’esercizio di arti e professioni, in deroga alle disposizioni previste dal comma 1, del citato art. 39, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, in suo possesso, prescindendo in tutto o in parte dalle scritture contabili, e con facoltà di avvalersi di presunzioni semplici anche se non gravi, precise e concordanti, nelle seguenti ipotesi:


        se il reddito d’impresa non è stato indicato nella dichiarazione;


        se dal verbale d’ispezione risulta che il contribuente non ha tenuto o a ha sottratto all’ispezione una o più scritture che era obbligato a tenere o se le scritture medesime non sono disponibili per causa di forza maggiore;


        se le irregolarità formali, le omissioni, falsità e inesattezze delle scritture risultanti dal verbale d’ispezione sono così gravi, ripetute e numerose da rendere inattendibili le scritture stesse nel loro complesso.


 


L’ufficio, inoltre, può ricorrere all’accertamento induttivo anche se il contribuente non ha risposto e non ha ottemperato agli inviti di esibire atti e documenti, compilare questionari o comparire di persona (art. 38 ultimo comma del D.P.R. n. 600/1973, aggiunto dall’ art. 25 L 18.2.1999 n. 28).


 


LA MANCATA RISPOSTA AL FISCO


 


L’art. 32 del Dpr n. 600/73 è stato integrato, a opera dell’articolo 25, comma 1 della legge 18 febbraio 1999, n. 28, che ha aggiunto al testo originario i commi terzo (“Le notizie e i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri e i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’ufficio non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa. Di ciò l’ufficio deve informare il contribuente contestualmente alla richiesta“) e quarto.


Di converso, è stato aggiunta la lett.d-bis), all’art. 39, comma 2, del D.P.R.n.600/73, consentendo l’utilizzo dell’accertamento induttivo quando il contribuente non ha dato seguito agli inviti disposti dagli uffici ai sensi dell’art. 32, primo comma, nn.3) e 4), del D.P.R.n.600/73 o dell’art.51, secondo comma, nn.3) e 4), del D.P.R.n.633/72.


Tali disposizioni valgono anche per le imprese minori e i professionisti.


Pertanto, a far data dal 9 marzo 1999, giorno di entrata in vigore delle modifiche normative, la mancata ottemperanza all’invito dell’ufficio è sanzionabile e ciò anche quando l’attività di accertamento riguardi annualità di imposta anteriori all’entrata in vigore della nuova norma, in ossequio al principio secondo il quale siamo in presenza di una norma procedurale, destinata a disciplinare le modalità e i limiti dell’esercizio dei poteri degli uffici, e pertanto pur se si applica solo a partire dalla data di entrata in vigore, investe anche gli accertamenti riguardanti annualità anteriori.


Le cause di inutilizzabilità previste dal terzo comma non  operano  nei confronti del contribuente che depositi in allegato  all’atto  introduttivo del giudizio di primo grado in sede  contenziosa  le  notizie,  i  dati,  i documenti, i libri e i registri, dichiarando  comunque  contestualmente  di non aver potuto adempiere alle richieste degli uffici per causa a  lui  non imputabile.


 


La sentenza della Commissione Tributaria regionale del Lazio


 


Come abbiamo visto, con sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio (sezione 27) n. 38 del 13 aprile 2006 (2), i giudici romani hanno affermato che, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge n. 28/1999 (che ha modificato l’articolo 39 del Dpr n. 600/1973), è legittimo l’accertamento induttivo effettuato a fronte della mancata risposta del contribuente al questionario, regolarmente notificato.


I giudici laziali, preso atto che “i questionari Mod. 55 sono stati notificati il 28/06/2001, successivamente quindi alla modifica dell’art. 39 del DPR n. 600/1973, introdotta con l’art.25 della Legge n. 28/1999, e attesa la mancata risposta ai questionari stessi da parte del contribuente,  ritengono “pienamente legittimo il ricorso dell’ufficio all’accertamento induttivo, non avendo potuto svolgere concretamente e nel merito l’azione di accertamento in conseguenza della mancata esibizione da parte del contribuente di tutti i dati e documenti contabili richiesta… il contribuente si limita a dedurre che la mancata risposta ai questionari non determina la inattendibilità delle scritture contabili, che, sostiene, deve risultare dalle ispezioni delle scritture stesse, ma non assolve neppure in questa sede all’onere di fornire concreti elementi per contrastare gli accertamenti dell’ufficio, che non ritiene verosimili i dati reddituali dichiarati, in relazione alla potenzialità produttiva dell’impresa e alla percentuale di redditività del settore di attività. Per tutti codesti motivi gli accertamenti impugnati si devono ritenere fondati, senza che rilevi, in contrario, la formale correttezza delle scritture contabili della società, essendo noto in proposito che la tenuta di una contabilità formalmente regolare non preclude all’Amministrazione finanziaria la rettifica dell’imponibile dichiarato, ove, come nella specie, si ritenga attendibilmente che quest’ultimo sia inferiore a quello effettivo“.


Si rileva che antecedentemente all’entrata in vigore della legge n. 28 del 1999 – Cass. sentenza n. 8128/2001 – il potere dell’ufficio di utilizzare l’accertamento induttivo in caso di mancato risposta al questionario veniva negato.


Giova osservare che in relazione alle presunzioni utilizzate dagli uffici finanziari, ex articolo 39, secondo comma, del Dpr 29 settembre 1973, n.600, il giudice tributario, una volta verificata la legittimità del ricorso al metodo di accertamento induttivo, ha il potere di controllare l’operato dell’Amministrazione finanziaria e di verificare se gli effetti che l’ufficio ha ritenuto di desumere dai fatti utilizzati come indizi siano o meno compatibili con il criterio della normalità, potendo, in ipotesi, pervenire, qualora riscontri incongruenze e contrasto con criteri di ragionevolezza, a diverse conclusioni e, quindi, alla determinazione di un reddito presuntivo inferiore a quello indicato dall’Amministrazione (Cassazione, sezione tributaria, sentenza 18 settembre 2003, n.13802)(3)”.


Tale norma, oltre a rendere più incisivo il potere del Fisco nei confronti del contribuente che non risponde all’invito (fermo restando che l’ufficio deve informare lo stesso delle conseguenze in caso di inottemperanza), punendo il suo comportamento omissivo, accelera – di fatto – l’attività di controllo.


Riflessioni 


Se è vero che prima della riforma la mancata risposta al questionario costituiva solo un tassello per la costruzione di un accertamento induttivo, costringendo l’ufficio ad avviare tutta una serie di ulteriori controlli per venire in possesso della documentazione (accesso, per esempio), oggi la sola mancata risposta consente all’ufficio – direttamente – di agire induttivamente, senza che sia necessario dimostrare di aver proceduto in altro modo a rintracciare il contribuente.


L’assetto normativo tracciato, “per quanto opportunamente opinabile, non  sembra  possa  tacciarsi  di  illegittimità costituzionale ove innanzi tutto   inteso   a  limitare  la  possibilità  di  far  valere la predetta documentazione    nel    prosieguo   del   procedimento   amministrativo di accertamento:  può  dirsi,  infatti,  espressione  del  rapporto fondato su canoni  di  lealtà  e collaborazione, in forza dei quali non sembra neppure irragionevole  prevedere  una  decadenza  dalla  utilizzabilità  (a proprio favore)   di   quella   documentazione   che,   in   precedenza,  era stata surrettiziamente  tenuta  celata.  Tanto  è  vero  che  l’interpretazione e l’applicazione  che  di  tale  disposizione si sono avute in giurisprudenza hanno  costantemente  confermato  l’esigenza di verificare tale elemento di intenzionale   sottrazione di elementi  utili  ai  fini  della corretta ricostruzione del quadro impositivo del contribuente  come  il dato qualificante la fattispecie (4)”.


Come suol dirsi: uomo avvisato mezzo salvato…


 


Francesco Buetto


13 febbraio 2008








NOTE


(1) Sempre la Cassazione, con sentenza n. 16049 del 28 aprile 2005, depositata il 29 luglio 2005, aveva già affermato che la mancata risposta al  questionario inviato dall’Amministrazione finanziaria, di per sé, non giustifica il  ricorso  ad accertamento  induttivo  nei  confronti  del  contribuente  (laddove   tale omissione si sia verificata prima dell’entrata in vigore dell’art. 25 della L. 18 febbraio 1999, n. 28 che, al comma 3, espressamente, ha consentito il ricorso ad accertamento induttivo quando il  contribuente  non  abbia  dato seguito agli inviti disposti dagli uffici). In pratica  – a contraris – la Corte legittima l’utilizzo dell’induttivo successivamente alla modifica legislativa apportata. Secondo i Supremi l’ufficio    finanziario    ha illegittimamente fatto ricorso all’accertamento induttivo, “ non potendo tale metodo giustificarsi con le ragioni prospettate  dall’ufficio  e  condivise dalla sentenza impugnata, e cioè la mancata risposta al questionario”. La Corte richiama la sentenza 5 giugno 2001, n. 8128, secondo cui la mancata risposta al questionario “non n può giustificare una rettifica del reddito d’impresa in via  induttiva, ai sensi dell’art. 39, comma 2, lettera d), del  D.P.R.  n.  600/1973,  ove tale omissione – come nella specie è avvenuto –  si  sia  verificata  prima dell’entrata in vigore dell’art. 25 della L. 18 febbraio 1999,  n.  28.  Si deve ribadire che le ipotesi previste dalle lettere  a),  b),  c),  d)  del citato  comma  2,  nel  testo  all’epoca  vigente,  sono  da   considerarsi tassative”.


(2) Commentata da BUSCEMA, Mancata risposta all’invito dell’ufficio:la scortesia si paga cara, in “ Fiscooggi”, quotidiano telematico dell’Agenzia delle Entrate, edizione del 26 aprile 2006



(3) BUSCEMA, Mancata risposta all’invito dell’ufficio:la scortesia si paga cara, in “ Fiscooggi”, quotidiano telematico dell’Agenzia delle Entrate, edizione del 26 aprile 2006



(4) CAPUTI, L.n. 28/1999: maggiori poteri di accertamento per l’Amministrazione finanziaria e diritto di difesa, in “ il fisco”, n. 10/1999, pag. 3377


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