Novità fiscali del 15 febbraio 2008: cessioni intracomunitarie: non è sanzionabile l’errata indicazione del codice identificativo IVA comunitario; anagrafe tributaria: la prova del trasferimento di beni immobili non spetta al contribuente


 






Indice:


 


1) L’Edificio comunale non ha condominio: Niente ritenuta d’acconto del 4%


 


2) Trattamento fiscale delle “borse-lavoro” di detenuti


 


3) Fisco telematico: Si accede anche con la Carta nazionale dei servizi


 


4) Anagrafe tributaria: La prova del trasferimento di beni immobili non spetta al contribuente


 


5) Cessioni intracomunitarie: Non è sanzionabile l’errata indicazione del codice identificativo IVA comunitario


 


 


1) L’Edificio comunale non ha condominio: Niente ritenuta d’acconto del 4%, se, invece, è a proprietà mista (appartamenti del comune con quelli di privati), si ha condominio e si applica, pertanto, la ritenuta d’acconto sui pagamenti effettuati per i contratti in appalto


Nell’immobile di esclusiva proprietà del Comune, fino a quando l’edificio non viene frazionato, non vi é condominio e, per conseguenza, le ritenute previste dagli artt. 23 e seguenti del DPR n. 600/73 non vanno applicate, infatti, viene a mancare il requisito soggettivo.


Se, invece, l’edificio si viene a configurare “a proprietà mista”, poiché composto da unità immobiliari di proprietà del Comune e da unità immobiliari trasferite in proprietà dal Comune medesimo a soggetti privati, si verifica l’esistenza del condominio e pertanto si viene a realizzare il presupposto soggettivo per l’applicazione delle ritenute di acconto.


Nelle more della nomina dell’amministratore di condominio ovvero nell’ipotesi in cui il condominio con meno di quattro condomini si sia avvalso della facoltà di non nominare l’amministratore, l’obbligo di effettuazione della ritenuta e dei correlati adempimenti spetta comunque imputabile all’amministratore (gestore sotto forma S.p.A.).


Si ricorda, infine, che l’art. 25-ter, primo comma, del DPR n. 600/73 prevede che il condominio quale sostituto di imposta deve operare all’atto del pagamento una ritenuta del 4% a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dal percipiente, con obbligo di rivalsa, sui corrispettivi dovuti per prestazioni relative a contratti di appalto di opere o  servizi, anche se rese a terzi o nell’interesse di terzi, effettuate nell’esercizio di impresa.


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione del 14/02/2008 n. 45)


 


 


2) Trattamento fiscale delle “borse-lavoro” di detenuti


In base all’art. 50, comma 1, lett. c) del TUIR, le somme erogate a titolo di borse di lavoro collegate ad attività di studio e di addestramento professionale a detenuti ed ex detenuti rientrano tra i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, purché non diano luogo ad un rapporto di lavoro, neanche a tempo determinato con il soggetto erogante.


Per tale fattispecie, l’Agenzia delle Entrate ha escluso la non imponibilità di tali somme giacché non esiste una norma speciale di esenzione, neanche parziale, dall’imposta sul reddito a differenza di quanto espressamente previsto per talune borse di studio.


Inoltre, le borse di lavoro non rientrano neppure nell’ambito di applicazione dell’art. 34, terzo comma, del D.P.R. n. 601/73 secondo cui i sussidi corrisposti dallo Stato e da altri enti pubblici a titolo assistenziale sono esenti dall’IRPEF nei confronti dei percipienti.


La norma agevolativa condiziona l’applicazione dell’esenzione alla sussistenza di due requisiti: uno di carattere soggettivo consistente nel fatto che l’erogazione deve essere effettuata solo dallo Stato o da altri enti pubblici; l’altro di carattere oggettivo, consistente nella natura assistenziale del sussidio erogato.


Si intendono erogati a titolo assistenziale quei sussidi corrisposti dallo Stato o da altri enti pubblici, per finalità fondate sulla solidarietà collettiva, a soggetti che versano in stato di bisogno. In proposito l’amministrazione finanziaria ha ritenuto esenti una serie di prestazioni economiche in denaro che presentano tutte le caratteristiche proprie degli interventi di assistenza sociale.


In particolare, ad es. sono considerate esenti ai sensi dell’art. 34, terzo comma:


– Le pensioni di invalidità e gli assegni mensili corrisposti ai mutilati ed invalidi civili);


– gli assegni corrisposti ai sordomuti;


– le pensioni sociali.


Nel caso di specie, invece, le somme di danaro sono erogate a fronte dello svolgimento di una attività formativa e lavorativa e ciò ha fatto escludere che tali somme rientrino tra i sussidi corrisposti dallo Stato e da altri enti pubblici a titolo assistenziale esenti da IRPEF ai sensi dell’art. 34, terzo comma, del DPR 29/9/73, n. 601.


In conclusione, le somme erogate ai detenuti, a titolo di borse di lavoro collegate ad attività di studio e di addestramento professionale, sono da considerare redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente ai sensi dell’art. 50, comma 1, lett. c) del TUIR, e come tali sono da assoggettare a ritenuta a titolo d’acconto ai sensi dell’art. 24 del DPR n. 600/73 se corrisposte dai sostituti di imposta (art. 23) o dalle amministrazioni (individuate dall’art. 29 del DPR n. 600/73).


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione del 14/02/2008 n. 46)


 


 


3) Fisco telematico: Si accede anche con la Carta nazionale dei servizi


A partire dal 14/2/2008, le persone fisiche in possesso della Carta nazionale dei servizi (CNS) attivata dall’ente emettitore e del relativo lettore possono accedere ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate senza più dovere usare il proprio identificativo utente e la password.


Ma la semplificazione non si ferma qui. Infatti, coloro che non sono ancora registrati a Fisconline possono richiedere l’abilitazione sul sito web <http://telematici.agenziaentrate.gov.it> usando la smartcard CNS e senza dovere fornire le informazioni personali notoriamente richieste per consentire all’Agenzia di verificare l’identità del richiedente.


L’identificazione dell’utente che richiede la registrazione, infatti, viene effettuata dal sistema semplicemente leggendo i dati del contribuente memorizzati nella CNS.


Registrandosi a Fisconline sul web con la smartcard, inoltre, si ottiene immediatamente l’assegnazione completa del codice Pin, senza dovere più aspettare il recapito postale a casa.


Coloro i quali, invece, fossero già da tempo in possesso del codice Pin possono comunque associare l’eventuale CNS alla propria posizione Fisconline usando la specifica funzione “Primo accesso smartcard” disponibile sul sito web <http://telematici.agenziaentrate.gov.it> nella pagina che si attiva usando il link relativo alla smartcard posto sotto il tradizionale pulsante


“Accedi ai servizi”.


Anche gli utenti persone fisiche già registrati a Entratel, se lo preferiscono, possono associare la loro eventuale CNS alla propria abilitazione mediante la predetta funzionalita’, ottenendo l’associazione della smartcard alla sede 000 e potendo evitare di accedere al servizio mediante la digitazione del proprio identificativo utente e della password.


(Agenzia delle Entrate, comunicato stampa del 14/02/2008)


 


 


4) Anagrafe tributaria: La prova del trasferimento di beni immobili non spetta al contribuente


L’Amministrazione finanziaria non può chiedere al contribuente documenti probatori di cui sia già in possesso, come nel caso dei dati del contratto di vendita di immobili (in possesso dell’Agenzia delle Entrate, a seguito dell’avvenuta registrazione).


Per il trasferimento di beni immobiliari é richiesta, a pena di nullità, la forma scritta, per cui la prova del trasferimento stesso non può che avvenire mediante produzione in giudizio del documento contrattuale, non surrogabile attraverso altri mezzi probatori quali le presunzioni, a meno che non vi sia un principio di prova per iscritto proveniente dalla stessa parte, o quando vi sia stata impossibilità morale o materiale o perdita del documento (art. 2724 cod. civ.).


Non ricorrendo queste ultime condizioni, l’Amministrazione non può produrre come prova del trasferimento di beni immobili una mera informativa del Servizio anagrafe tributaria.


La copia di interrogazione dati del registro dell’anagrafe tributaria, per la  possibilità di errori di trascrizione insiti nei sistemi telematici (anche se si volesse configurare quella “copia di interrogazione” come indizio o presunzione di un trasferimento immobiliare), non può mai assurgere al rango di prova stante la rigidità del regime probatorio relativo alla materia dei beni immobili. Né al contribuente, in forza dell’art. 6, comma 4, della L. 212/2000 (Statuto del contribuente) possono essere richiesti documenti o informazioni già necessariamente in possesso dell’Amministrazione, la quale, anche ai sensi dell’art. 18, n. 2, della L. 241/90 é tenuta d’ufficio ad acquisire o produrre il documento in questione o copia di esso.


Il fatto


Avendo il contribuente eccepito di non essere a conoscenza di vendita o acquisto, da parte sua, di altro immobile, i primi giudici hanno ordinato all’Ufficio di produrre copia dell’atto pregresso entro 60 gg., e non avendo l’Ufficio ottemperato, hanno accolto il ricorso.


Mentre, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio ha poi accolto l’appello dell’Ufficio che, dopo avere lamentato di non avere potuto produrre copia dell’atto in questione a causa degli stretti tempi concessi, ha comprovato il proprio operato mediante la produzione di “copia di interrogazione dati del registro della anagrafe tributaria”, documento apprezzato dai giudici d’appello come sufficiente ai fini probatori.


A questo punto il contribuente ha presentato ricorso in Cassazione (che, peraltro, è stato accolto) sulla base di un unico motivo.


Adducendo violazione degli artt. 2697, 2725 cod. civ. e 115 cod. proc. civ., il contribuente ricorrente ha censurato la sentenza della C.T.R. del Lazio impugnata per avere i giudici d’appello attribuito valore di prova ad un foglio intitolato “collegamento anagrafe tributaria”, mentre la prova del trasferimento di beni immobili necessita della produzione dell’atto scritto, mediante copie legalmente rilasciate da pubblici ufficiali, sussistendo l’onere per il contribuente di provare fatti contrari soltanto in presenza di prove sufficienti a sostegno della legittimità della pretesa fiscale.


La sentenza della Cassazione


La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso presentato dal contribuente fondato.


Dopo avere premesso che per il trasferimento di beni immobiliari viene richiesta, a pena di nullità, la forma scritta, per cui la prova del trasferimento stesso non può che avvenire mediante produzione in giudizio del documento contrattuale (Cass. 2101/97), non surrogabile attraverso altri mezzi probatori quali le presunzioni (Cass. 1811/90), a meno che non vi sia un principio di prova per iscritto proveniente dalla stessa parte, o quando vi sia stata impossibilità morale o materiale o perdita del documento (art. 2724 cod. civ.), ipotesi nella specie non sussistenti, ha poi rilevato che il relativo contratto, poiché sottoposto a registrazione, era necessariamente nella disponibilità dell’Ufficio procedente, che si è invece limitato a produrre una mera informativa del Servizio anagrafe tributaria, il quale, per la possibilità di errori di trascrizione insiti nei sistemi telematici (anche se volesse configurare quella “copia di interrogazione” come indizio o presunzione di un trasferimento immobiliare) non può mai assurgere al rango di prova stante la rigidità del regime probatorio relativo alla materia dei beni immobili.


Né alla contribuente, in forza dell’art. 6, comma 4, della L. 212/2000 (Statuto del contribuente) potevano essere richiesti documenti o informazioni già necessariamente in possesso dell’Amministrazione, la quale, anche ai sensi dell’art. 18, n. 2, della L. 241/90 era tenuta d’ufficio ad acquisire o produrre il documento in questione o copia di esso, onere al quale non ha palesemente adempiuto.


(Corte di Cassazione, Sezione V, Sentenza 25/01/2008, n. 1612)


 


 


 


5) Cessioni intracomunitarie: Non è sanzionabile l’errata indicazione del codice identificativo IVA comunitario


L’imprenditore non ha l’obbligo di verificare, ogni qualvolta che deve emettere una fattura, la correttezza o meno del numero di partita IVA degli operatori comunitari, ciò in particolar modo quanto tale contribuente effettua molteplici operazioni commerciali nel corso del mese.


Peraltro, la errata indicazione del numero identificativo IVA degli operatori comunitari sulle fatture emesse non è stata dovuta a negligenze della società italiana (ricorrente) ma per le omesse comunicazioni in tal senso degli operatori comunitari, come è stato dimostrato dalla corrispondenza, allegata al fascicolo processuale da cui è risultato che il contribuente ha comunque agito in buona fede.


Inoltre, appena in possesso della partita IVA del cliente estero, l’imprenditore emetteva in maniera regolare le fatture in virtù di quanto prevede l’art. 41, del D.L. n. 331/1993.


Ne deriva che l’errore compiuto dalla società, è a giudizio del giudici, da considerarsi a tutti gli effetti errore scusabile e quindi di tipo formale.


Pertanto, la violazione dell’obbligo non è punibile giacché non dipendente da responsabilità del soggetto italiano (venditore).


Come si è potuto notare, si tratta di una decisione assai importante per i contribuenti interessati, i quali, se, eventualmente hanno commesso (o commettono) irregolarità, in buona fede, possono comunque stare tranquilli, in caso di controlli e accertamenti da parte degli uffici fiscali addetti (tra i primi, l’Agenzia delle Dogane, per i controlli fatti sui modelli Intrastat).


(Commissione Tributaria Provinciale Milano, Sentenza, n. 463/2008)


 


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Di Vincenzo D’Andò


 


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