Le domande nuove sono inammissibili nel giudizio di appello


Anche in campo tributario sussiste il divieto per le parti di presentare nuove domande nel processo di appello dinanzi alla Commissione tributaria regionale.


            Il principio del divieto delle nuove domande, mutuato dal processo civile che disciplina l’istituto all’art. 345 c.p.c., era stato recepito anche dal d.P.R. n. 636 del 1972 (Cfr. Cass. , sez. trib., 26 marzo 2002, n. 4335). Le parti processuali, pertanto, non possono fare nuove proposte in sede di appello, essendo applicabile anche in campo tributario il divieto dello ius novorum sancito dall’art. 345 del codice di procedura civile, che prevede l’impossibilità nel giudizio di appello di proporre domande nuove e, l’inammissibilità nel caso fossero proposte (1).


            Il divieto dello ius novorum, diretto a garantire il principio del doppio grado di giurisdizione, produce come conseguenza applicativa che il giudice dell’appello non può giudicare su una domanda del tutto nuova che non ha formato oggetto del processo di primo grado, atteso che essa trova fondamento in una norma di diritto positivo sopraggiunto nel corso del giudizio (Cass. 15 dicembre 1995, n. 12877).


Una domanda può definirsi nuova sulla base degli elementi costitutivi della stessa, ovvero ai soggetti, al petitum e alla causa petendi (2). Il legislatore tributario ha previsto la disciplina delle domande ed eccezioni nuove nell’rt. 57, del d.lgs. 31 dicembre 1992 n. 546. In particolare, si ha domanda nuova (art. 57, comma 1) quando il contribuente, nell’atto di appello, introduce una “causa petendi” diversa, fondata su situazioni giuridiche non prospettate in primo grado, sicché risulti inserito nel processo un nuovo tema di indagine. Anche se non è possibile presentare domande nuove non proposte in prima istanza, il giudice di appello può pronunciarsi su domande proposte in primo grado sulle quali il giudice non si è pronunciato.


            Nel giudizio dinanzi alla Commissione tributaria regionale vige il divieto per le parti di  formulare domande che modifichino l’oggetto rispetto a quelle dedotte in primo grado ovvero che abbiano un nuovo petitum, una nuova richiesta all’organo giurisdizionale adito (3).      


Il divieto di modificare la domanda in corso di giudizio è da correlare sia in relazione  ad un cambiamento del petitum che della causa petendi. Il giudice tributario di appello non può essere investito mediante domande nuove di una controversia diversa da quella della quale era investita la Commissione provinciale.  Non si ha domanda nuova, quindi, allorché il mutamento della causa petendi, non alterando l’ambito originario della controversia, si fonda sull’applicazione di disposizioni diverse (Cfr. Cass. n. 3540 del 1984), mentre si deve ritenere domanda nuova,  a seguito di modifica della causa pretendi, quella i cui i nuovi elementi modifichino i fatti costitutivi del diritto fatto valere, mutando l’oggetto sostanziale ovvero il petitum sostanziale dell’azione ed i termini della questione.


Il divieto dello ius novorum, è formulato nel rispetto dell’impostazione del processo di appello come mera ripetizione del giudizio di primo grado (si pensi al divieto posto al ricorrente di primo grado di modificare in appello la richiesta d’annullamento parziale in richiesta d’annullamento totale dell’atto impositivo).


            Il giudizio tributario è un processo di tipo impugnatorio finalizzato alla verifica della legittimità della pretesa avanzata con l’atto impugnato sulla base dei presupposti di fatto e di diritto in esso contenuti, ed  ha un oggetto che si fonda sulle contestazioni  dedotte dal contribuente e riportate nel ricorso introduttivo. Alla luce di quanto precede, quindi, è inammissibile introdurre nuove censure in appello con memoria aggiuntiva atteso che comportano l’esame di una nuova causa petendi.


            Il giudizio tributario è strutturato come giudizio d’impugnazione di un atto dell’Amministrazione finanziaria, nel quale l’ufficio assume la veste di attore in senso sostanziale, e la sua pretesa è quella risultante dall’atto impugnato, sia per quanto riguarda il petitum che per quanto riguarda la causa pretendi (4). Da ciò ne consegue che, se quest’ultima fosse formata dall’iscrizione a ruolo di una somma conseguente ad un accertamento divenuto definitivo per mancata impugnazione, la deduzione dell’avvenuta notifica dell’accertamento, che costituisce condizione essenziale per la definitività dell’atto, non integra una circostanza nuova, non deducibile per la prima volta in appello ai sensi dell’art. 57 d.lg. 31 dicembre 1992 n. 546, ma deve ritenersi compresa fin dall’origine nel thema decidendum.


Il regime processuale delle domande ed eccezioni nuove è disciplinato dall’art. 57 del decreto legislativo n° 546 del 1992, che di fatto ha introdotto il divieto dello ius novorum mutuando gli articoli 345 e 437 (regime dell’appello nel rito del lavoro) c.p.c., Tale norma stabilisce che nel giudizio di appello non possono proporsi domande nuove e, se proposte, debbono essere dichiarate inammissibili; il secondo comma della stessa disposizione prevede che non possono proporsi nuove eccezioni che non siano rilevabili anche d’ufficio. Anche se non è possibile proporre nuove domande non proposte in primo grado, il giudice di appello può pronunciarsi su domande proposte in prime cure sulle quali il giudice non si è pronunciato.  


Il divieto dello ius novorum mira a garantire l’attuazione del principio del doppio grado di giurisdizione nel processo tributario e si pone in linea con l’impostazione del giudizio di appello come mera ripetizione di quello di primo grado.


La dottrina ritiene che il principio del divieto dello ius novorum è da intendere come impedimento alla presentazione in appello di motivi di ricorso, che non abbiano formato oggetto del ricorso di primo grado, ma lo stesso non preclude la produzione di nuovi documenti, a sostegno di domande ed eccezioni proposte nella precedente fase di giudizio (5). Sono domande nuove le domande che non sono state sottoposte al giudice di primo grado: al giudice di appello possono essere proposte solo domande uguali a quelle presentate in prima istanza. E’ da considerare inammissibile, siccome nuova, la domanda fondata su motivi diversi ed ulteriori rispetto a quelli spesi in prima istanza (6).


Le domande nuove, ove proposte, devono essere dichiarate inammissibili e la violazione del divieto in esame deve essere rilevata d’ufficio dal giudice, senza che possa avere rilevanza l’accettazione del contraddittorio.


Il divieto di domande nuove deve ritenersi non applicabile alle questioni pregiudiziali, le quali essendo rilevabili d’ufficio possono portata all’esame della CT Regionale.


            Il divieto dello ius novorum si estende anche alle eccezioni nuove, che non siano rilevabili anche d’ufficio (art. 57, comma 2, D Lgs. n. 546/92).  Nel premettere che l’eccezione è da intendere come il mezzo di cui una parte si avvale al fine di contrastare le domande della controparte, si rileva che il giudice tributario di appello può esaminare solo l’eccezione proposta  ad istanza di parte.


La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha ritenuto che sono rimesse all’iniziativa di parte le eccezioni di compensazione, prescrizione, rinuncia al diritto e di giudicato, secondo l’orientamento affermatosi nel rito civile (Cass. SS.UU. 25 maggio 2001, n. 226). La rilevabilità ex officio delle eccezioni non dispensa le parti dall’indicare nel giudizio i fatti che sono alla base delle stesse, in quanto il giudice tributario può pronunciarsi solo nei limiti dei fatti allegati ad opera delle medesime. In tema di contenzioso tributario, nel caso di lite insorta a seguito di presentazione di istanza di rimborso da parte del contribuente, assurgono ad “eccezioni” le ragioni opposte dall’amministrazione finanziaria a detta pretesa di rimborso. Da ciò ne consegue che l’amministrazione stessa soggiace al divieto di proporre eccezioni nuove in appello – se non rilevabili d’ufficio – di cui al citato art. 57, comma 2, D Lgs n. 546/92 (qualora non ricorrano le condizioni di inapplicabilità di tale norma previste dalla disciplina transitoria dettata dall’art. 79 del d.lg. medesimo), e non può, quindi, in tale sede introdurre un nuovo tema d’indagine, fondato su situazioni giuridiche non prospettate in primo grado. (Cass.,1 marzo 2005, n. 4320).


 


Enzo Di Giacomo


20 Febbraio 2008


 


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NOTE


1) Comm. trib. reg. Lombardia, Sez. IV, 17 gennaio 2007, n. 71. Il mutamento, con l’appello, della “causa petendi”, della domanda introdotta con il ricorso, realizza un mutamento della domanda stessa, come tale inammissibile ex art. 57 del D.Lgs n. 546 del 1992; CTR. sez. IV, 15 gennaio 2007, n. 52; CTR Bari n. 35/15/04 (sez. XV) del  12 novembre 2004. Il divieto di riproporre domande od eccezioni nuove nelle fasi successive al primo grado vige anche nel processo tributario.


2) Cass. 12 gennaio 2007, n. 525. L’introduzione in secondo grado di una diversa qualificazione dei fatti costitutivi posti a base della pretesa tributaria da parte dell’Amministrazione tributaria, senza menomare l’esercizio del diritto di difesa da parte del contribuente, restando immutato il rapporto dal quale era derivato il ricavo imponibile, non rappresenta una modificazione della “causa petendi. Per il giudici di legittimità si ha domanda nuova nel caso in cui il contribuente, nell’atto di appello, inserisce una causa petendi diversa basata su situazioni giuridiche non prospettate in primo grado (Cfr. Cass. 26 marzo 2002, n. 4335),


Cfr. Cass., sez. trib., 23 maggio 2005, n. 10864. Cass. 21 dicembre 2005, n. 28315. Il principio di esclusione dello jus novorum nel giudizio di appello comporta la preclusione del mutamento in secondo grado solo degli elementi materiali del fatto costitutivo della pretesa e non della diversa qualificazione giudiziaria del rapporto dedotto in giudizio in relazione a quelli già acquisti al processo.


3)  Cfr. Comm. Trib. Centrale. 19 febbraio 2002, n. 1456. Una questione non sollevata nella precedente fase non può essere dedotta per la prima volta nelle successive fasi del giudizio, in osservanza dell’art. 345 c.pc. che si rende applicabile anche al contenzioso tributario. In tal senso è incontroverso il principio di diritto processuale che stabilisce che il thema decidendum resta definito dai motivi dedotti in primo grado, salvo che  la possibilità di dedurre tali motivi sia sorta dopo la presentazione dell’appello.


4) Nel giudizio tributario la posizione delle parti (attore e convenuto) risulta in realtà invertita: infatti il ritto tributario è diretto all’annullamento di atti, per cui il ruolo effettivo di attore è attribuibile alla pubblica amministrazione, a cui spetta l’onere della prova in relazione all’esistenza dei fatti costitutivi della pretesa fatta valere con l’atto impositivo impugnato 4) Cass. , sez. trib., 12 luglio 2006, n. 15849; Cfr. Cass. 18 luglio 2003, n. 11265; 18 giugno 2003, n. 9754.


5)  A. Meloncelli, “I poteri istruttori del giudice d’appello: le novità nel giudizio di appello”, in Quaderni del Consiglio di Giustizia Tributaria n. 7/2003. Deve ritenersi che siano uguali le domande che hanno gli stessi elementi che compongono l’azione ovvero i soggetti, il petitum e la causa pretendi.. A determinare la disuguaglianza tra le domande è sufficiente che sia diverso anche uno solo di tali tre elementi.


6) Baglione–Meschini–Miccinesi, “Il nuovo processo tributario”, Giuffrè, 2004, pag. 665.


Cfr. anche P. Russo, “Manuale del diritto tributario”, Giuffrè 2005, pag 267.


Campeis- De Paulis, “Il manuale del processo tributario”, Cedam, 2002, pag. 301 e ss. La specificità dei motivi, richiesti per l’appello, contenuti nell’art. 53 del d lgs n. 546 del 1992, non va intesa in senso assoluto, essendo consentite precisazioni e chiarimenti successivi nel corso del giudizio; è inibita la possibilità di ampliare il tema del decidere.


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