Fermo e ipoteca del concessionario: radiografia dell’insieme


Il comma terzo dell’art. 86 d.p.r. 29 settembre 1973 n. 602 dispone che “Chiunque circola con veicoli, autoscafi o aeromobili sottoposti al fermo è soggetto alla sanzione prevista dall’articolo 214, comma 8, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285


Tale ultima norma recita : “Chiunque circola con un veicolo sottoposto al fermo amministrativo, salva l’applicazione delle sanzioni penali per la violazione degli obblighi posti in capo al custode, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 656,25 a euro 2.628,15. È disposta, inoltre, la confisca del veicolo


Il primo comma dello stesso art. 214 dispone, in ipotesi di fermo amministrativo, che “il proprietario, nominato custode, o, in sua assenza, il conducente o altro soggetto obbligato in solido, fa cessare la circolazione e provvede alla collocazione del veicolo in un luogo di cui abbia la disponibilità ovvero lo custodisce, a proprie spese, in un luogo non sottoposto a pubblico passaggio”, così equiparando il “soggetto obbligato” al “custode”, ove questo non sia stato nominato.


L’art. 86 non dispone che, in ipotesi di “fermo”, l’agente della riscossione nomini un custode del bene, e di conseguenza questi è da identificarsi nel “soggetto destinatario” della misura cautelare.


Certamente costituisce “luogo sottoposto a pubblico passaggio” ogni articolazione della sede stradale, così che il vincolo posto dal comma primo determina anche l’obbligo di “collocazione del veicolo” in luogo privato ovvero in un garage privato, sostenendone le spese.


Non è quindi sufficiente non utilizzare il mezzo, poiché il divieto di lasciarlo in luogo soggetto al pubblico passaggio opera certamente anche per il fermo disposto dall’agente della riscossione, dovendo il proprietario del mezzo (quale destinatario naturale della misura cautelare), adoperarsi per una utile custodia del bene.


Per agevolare la attività di accertamento di eventuale violazione dei predetti obblighi, lo stesso comma primo prosegue: “Sul veicolo deve essere collocato un sigillo, secondo le modalità e con le caratteristiche fissate con decreto del Ministero dell’interno, che, decorso il periodo di fermo amministrativo, è rimosso a cura dell’ufficio da cui dipende l’organo di polizia che ha accertato la violazione ovvero di uno degli organi di polizia stradale di cui all’articolo 12, comma 1”.


Interpretando tale disposto, poiché il fermo è stato disposto dall’agente della riscossione, non a seguito di accertamento di una violazione al C.d.S., il predetto sigillo va rimosso da “uno degli organi di polizia stradale di cui all’articolo 12, comma 1” (Polizia Stradale della Polizia di Stato; Polizia di Stato; Carabinieri; Guardia di finanza; Polizia municipale; funzionari del Ministero dell’interno addetti al servizio di polizia stradale).


Tale alternativa competenza vale a significare che il fermo non è stato disposto a seguito di accertamento di violazione, sacramenta l’obbligo di apposizione del “sigillo”.


Certamente, poiché all’atto della sottoposizione del fermo dell’agente della riscossione non esiste partecipazione attiva di alcun “organo di polizia”, fermo obbligo del “sigillo”, questo deve essere apposto dallo stesso custode o dal soggetto destinatario della misura, al quale non è però concesso che gli organi di polizia stradale lo consegnino, né potendo intervenire per la materiale apposizione, poiché non trattasi di misura conseguente a violazione del C.d.S.


Non è dato di comprendere, di conseguenza, se la disposizione specifica sia o meno applicabile, pur risultando tale ultima soluzione dalla corretta interpretazione dell’art. 214.


Se così non fosse, stante che l’art. 86 d.p.r. n. 602 del 1973 rinvia all’ultimo comma dell’art. 214 C.d.S., estendendo la sanzione nei confronti di “Chiunque circola con veicoli, autoscafi o aeromobili sottoposti al fermo” : non quindi solo ed esclusivamente il destinatario della pretesa (a conoscenza della adozione del vincolo), ma chiunque altro, anche terzo estraneo.


Non si comprende però come il “chiunque”, nella sua accezione, possa essere a conoscenza del fermo, ove sul mezzo non sia stato apposto un “sigillo” che caratterizzi l’esistenza del vincolo. Né può ipotizzarsi che un parente o affine o anche un terzo estraneo (p.es., un dipendente) del destinatario della misura, ove per qualsivoglia ragione, in possesso delle chiavi del mezzo, lo utilizzi all’insaputa del proprietario (destinatario della pretesa), possa essere soggetto a una sanzione amministrativa senza attiva partecipazione alla perpetrazione dell’illecito e nella assoluta ignoranza o inconsapevolezza di eludere una norma di legge (nulla poena sine culpa).


 


Solo la apposizione del “sigillo”, quindi, garantisce che “chiunque” si astenga dall’utilizzo del bene in questione!


Peraltro la equiparazione, per i motivi superiormente esposti, fra “custode” e “destinatario della pretesa”, rende quest’ultimo esposto alle “sanzioni penali per la violazione degli obblighi” : ciò per l’espresso rinvio dell’art. 86 alla “sanzione prevista dall’articolo 214, comma 8, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, non solo a quella “amministrativa”.


L’obbligo del sigillo, inoltre, costituisce elemento essenziale ai fini dell’accertamento della violazione dell’obbligo, che dipendendo dall’utilizzo del bene ai fini della circolazione stradale, è certamente devoluta agli organi deputati in tal senso.


Questi, però, non sono informati, della esistenza di un vincolo, né potrebbero praticamente conoscerne neanche a posteriori: si pensi in ipotesi ad una contravvenzione immediatamente notificata ed il cui verbale, trasmesso al Comando, non comporta alcuna attività di verifica al P.R.A., essendo stato già identificato il proprietario del bene (destinatario della pretesa), essendo prevista tale attività solo nella ipotesi di “mancata notificazione contestuale”, al fine di identificare il proprietario come “responsabile in solido”.


L’obbligo del sigillo ritorna quindi con particolare pregnanza, come strumento utile e necessario ai fini dell’attività repressiva, riproponendo nuovamente quale sia la competenza in ordine alla materiale apposizione.


Il Decreto 1 marzo 2004 (allegato sub 10 alla Circolare al Prot. n. 300/4/1/31772/101/20/21/4 del Ministero dell’Interno) lo ritiene applicabile soltanto ai “veicoli sottoposti alla sanzione accessoria del fermo amministrativo” (art. 1), disponendo che esso sia apposto “dall’organo di polizia stradale che ha accertato l’illecito amministrativo … ovvero da altro organo di polizia stradale, tra quelli indicati dall’art. 12, commi 1 e 2, del codice della strada, appositamente delegato a compiere l’operazione” (art. 2, comma primo).


Per la sua rimozione, invece, dispone : “Al termine del periodo di fermo amministrativo, i sigilli devono essere rimossi a cura dell’organo di polizia stradale che li ha apposti, ovvero, anche su richiesta della persona a cui il veicolo è affidato in custodia, da altro organo di polizia stradale tra quelli indicati dall’art. 12, comma 1, del codice della strada appositamente delegato”.


La richiesta dell’interessato (custode o proprietario del bene) è consentita solo per la rimozione, non per la apposizione, e quindi non è detto – anzi è escluso! – che al fermo del bene disposto dall’agente della riscossione corrisponda un intervento fattuale degli organi competenti.


La conseguenza è quindi che il bene soggetto a fermo amministrativo rimane senza sigillo e sarebbe sufficiente che venga utilizzato da un terzo che, in ipotesi di eventuale accertamento, sostenga di aver ignorato della esistenza del vincolo né avendo motivo, prima del suo utilizzo, di esperire alcuna verifica al P.R.A.


La sanzione non sarebbe estesa al “destinatario della pretesa”, poiché l’art. 86 la pone solo a carico di “chiunque circoli”.


Potrebbe a tal fine ipotizzarsi che il primo possa patire la conseguenza della sanzione da omessa vigilanza, nella equiparazione con il custode, in forza del comma primo dell’art. 214, ma in tal caso da tale applicazione deriverebbe nuovamente l’obbligo del sigillo, non potendosi ritenere applicabile il comma primo solo per la parte che interessa, escluso il rimanente.


E se il destinatario della pretesa si vuole sottrarre all’obbligo della custodia?


E’ concesso al medesimo, nella equiparazione al custode, rinunciare a tale obbligo, così che questo trapassi all’agente della riscossione e questi sia tenuto a nominare un custode esterno?


Se così fosse, la nomina del custode esterno non sarebbe concessa all’agente della riscossione in via amministrativa, ma soltanto per tramite un Ufficiale Esattoriale (che svolge per legge le stesse funzioni degli Ufficiali Giudiziari).


Ma non è questi che esegue il fermo del bene, bensì un qualsiasi e indeterminato dipendente dell’agente della riscossione !


La nomina del custode spetta agli ufficiali giudiziari (recte, ufficiale della riscossione) o al giudice, ma nel fermo ex art. 86 non si riscontra alcun intervento dell’uno o dell’altro, sebbene sia più conforme a legge l’obbligatoria sua partecipazione attiva, in forza alla sottoposizione dello stesso art. 86 alle “disposizioni generali” in rema di riscossione coattiva e, in specie, al disposto dell’art. 49 e alla natura propria della misura, sistematicamente collocata dalla legge fra gli atti della espropriazione forzata.


Ultima e non meno rilevante questione attiene agli effetti fattuali spiegati dalla eventuale sospensione della misura, disposta dal giudice ai sensi dell’art. 47 d.lgs. n. 546 del 1992.


E’ inopinabile che detto provvedimento tenda ad assicurare al contribuente, in via provvisoria e anticipata, gli effetti della chiesta statuizione, eliminando fino alla pronuncia definitiva la incidenza negativa sui relativi diritti soggettivi.


 


Ma la sospensione non determina, invero, alcun obbligo dell’agente della riscossione di annotare il provvedimento sospensivo nei pubblici registri, così che, sebbene sospesa, la misura continua comunque a spiegare gli effetti negativi che, con la istanza di sospensione, si intendevano (provvisoriamente) eliminare.


La realtà è che l’istituto della sospensione prevista dall’art. 47 viene comunemente inteso come provvedimento che paralizza soltanto la attività della riscossione, non la esecuzione dell’atto impugnato, come espressamente si legge dalla norma citata. Così che l’agente della riscossione si determina a non proseguire ulteriormente nella attività espropriativa, cioè a non eseguire il pignoramento fino alla pronuncia definitiva, mantenendo comunque la tutela che si è voluta assicurare.


Diversa è l’ipotesi in cui la sospensione incida sulla “esecuzione dell’atto”, cioè che lo privi della possibilità di spiegare effetti giuridici, poiché solo da tale corretta interpretazione deriva che il mantenimento della misura (sospesa) determinerebbe una responsabilità diretta dell’agente della riscossione.


Ciò non è, e dal punto di vista pratico la sospensione non produce mai effetti rilevanti, anche in relazione al fatto che dalla annotazione della misura alla fase del pignoramento trascorrono tempi lunghissimi per l’evidente interesse dell’agente della riscossione di far lievitare interessi moratori a tutto beneficio dell’ente impositore.


Né si riscontra un indirizzo dei giudici tributari, anche dopo la modifica dell’art. 92 c.p.c., ad opera della legge n. 263 del 2005, di condannare l’agente della riscossione alle spese del giudizio, ritenendo sempre e in ogni caso sussistenti i giusti motivi legittimanti la loro compensazione.


E così il concessionario non subisce alcuna conseguenza, né ove abbia disposto una misura illegittimamente o su presupposto nullo, ben potendo la sua attività svolgersi normalmente.


 


Rag. Claudio Cutrano


9 Febbraio 2008


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