Novità fiscali: revisione della tassazione delle società

Una delle novità della Finanziaria 2008 è la revisione della tassazione delle società, riforma, questa, che si articola in molte direzioni e persegue diversi obiettivi.


 


Le troppe, e spesso fra loro contraddittorie, modifiche nell’ultimo decennio, hanno contribuito a rendere instabile e incerto il quadro normativo, aumentando i costi di adempimento e i rischi fiscali per le imprese, con costi impliciti meno evidenti, ma non meno trascurabili, di quelli che derivano dalle aliquote effettive di imposizione.


 


La normativa odierna deve, necessariamente, non operare radicali mutamenti, né rotture con il passato consolidando, così, alcuni istituti introdotti nella passata legislatura, come la participation exemption e il consolidato fiscale, e semplificando i criteri di determinazione delle basi imponibili, sia per l’Ires che per l’Irap, avvicinando l’imponibile civilistico a quello fiscale.


 


Esigenza primaria resta quella di razionalizzare e dare certezza alla normativa, in risposta alle crescenti richieste delle imprese; mentre, la critica che si può muovere, tocca, inevitabilmente, l’efficacia delle nuove disposizioni sottoposta ai comportamenti assunti nella applicazione delle norme.


 


L’altro elemento caratterizzante la riforma è una drastica riduzione delle aliquote legali di imposizione: l’Ires scende dal 33 al 27,5 per cento, di 5,5 punti, un calo molto marcato, soprattutto a confronto delle semplici limature di uno o massimo due punti degli ultimi anni. Scende anche l’aliquota Irap, dal 4,25 al 3,9 per cento.


 


L’articolo 77 del Tuir (Dpr n. 917 del 1986), modificato alla luce delle disposizioni contenute nel principio posto dal comma 2, dell’articolo 4 della legge delega n. 80 del 2003, stabilisce che l’Ires è commisurata al reddito complessivo netto con l’aliquota del 33 per cento.


 


Tale misura percentuale mira ad armonizzare il sistema fiscale italiano con quello degli altri Paesi industrializzati, reso ormai indifferibile dal fenomeno della globalizzazione, nonché dalla necessità di attenuare il carico impositivo. Nella relazione al progetto di legge n. 2144 della XIV Legislatura è stato sostenuto, infatti, che “da tempo, il movimento che si manifesta nel “benchmark” di riferimento (costituito essenzialmente dal modello fiscale europeo) è espresso nel senso della riduzione del prelievo sull’impresa, simbolizzato dalla progressiva riduzione dell’aliquota d’imposta”.


 


Gli indirizzi di politica tributaria dei governi che si sono succeduti prima della riforma fiscale del 2003 già si dirigevano nella direzione di una progressiva attenuazione dell’imposta societaria.


 


Le modalità tecniche e l’individuazione dei soggetti destinatari degli interventi di natura fiscale sono, oggi come non mai, al centro del dibattito politico.


 


Una delle sfide principali dei prossimi anni consiste nel favorire la crescita economica e la creazione di occupazione in una società in grande trasformazione.


 


 


 


La competitività del sistema, pertanto, richiede una politica tributaria che produca risultati apprezzabili in termini di competizione fiscale. Per tali ragioni un elevato differenziale costituisce un sensibile svantaggio rispetto alle scelte di investimento delle imprese multinazionali che, a parità di condizioni, trovano più conveniente localizzarsi altrove.


La perdita di gettito derivante dalla riduzione delle aliquote viene in larga parte compensata dall’ampliamento della base imponibile.


 


Si agisce, in particolare, limitando la deducibilità di due componenti di costo: ammortamenti e interessi passivi. Ciascuna delle due limitazioni ha anche proprie finalità.


 


Sul fronte degli ammortamenti, si elimina la possibilità di dedurre dalla base imponibile quote di deprezzamento dei beni capitali superiori al loro deprezzamento economico normale, i cosiddetti ammortamenti anticipati e accelerati.


 


Se ciò sarà accompagnato da una revisione dei coefficienti di ammortamento, potrà avvicinare l’ammortamento fiscale a quello economico, e garantire una maggiore neutralità del sistema fiscale rispetto alla scelta fra l’investimento in diverse tipologie di beni capitali.


 


La parziale limitazione alla deducibilità dalla base imponibile degli interessi passivi allontana, invece, l’imponibile dal tradizionale concetto di profitto.


La limitazione si applica in modo generalizzato al debito e riguarda gli interessi netti che superano il 30 per cento del margine operativo lordo, al lordo anche degli ammortamenti.


La quota eccedente tale limite può essere riportata in altri esercizi, con possibilità di compensazione che sono state rese più generose, nel corso dell’iter parlamentare della Finanziaria.


 


Oltre all’obiettivo di ampliare l’imponibile, si perseguono finalità di semplificazione, in quanto si aboliscono contestualmente altre restrizioni oggi esistenti e di applicazione alquanto complessa, soprattutto la cosiddetta thin capitalisation.


 


Meno chiara è la finalità della norma a scopi antielusivi e di riequilibrio nel trattamento fiscale delle diverse fonti di finanziamento.


 


La riduzione delle aliquote legali potrà contribuire, soprattutto se si affiancherà a una effettiva semplificazione e maggior certezza della normativa, a creare un clima favorevole all’attrazione di investimenti dall’estero.


 


L’aliquota è il parametro più immediatamente disponibile e interpretabile dagli investitori esteri, ed è quello più importante per spiegare le scelte di localizzazione delle società multinazionali, tanto più quanto più profittevoli sono i loro investimenti.


 


Per quanto riguarda la decisione di effettuare nuovi investimenti, le misure di ampliamento della base imponibile potranno invece compensare gli effetti positivi della riduzione delle aliquote. L’effetto atteso è incerto e potrebbe anche essere di segno negativo.


 


Una riforma tendenzialmente a parità di gettito comporta effetti redistributivi.


 


Saranno soprattutto avvantaggiate le società con elevati profitti, poco debito e poche esigenze di investimento in beni ammortizzabili. E viceversa.


 


Oltre agli effetti distributivi derivanti dalla struttura del conto economico, vi sono quelli connessi alla forma organizzativa attraverso cui è condotta l’attività di impresa. Tenendo presente anche la tassazione in capo al socio, oltre a quella sulle società, risultano favorite le società di capitali ad ampia base azionaria, per le quali l’imposizione personale rimane ferma al 12,5 per cento.


 


Nel caso di società a ristretta base azionaria, i cui soci detengono quote di rilievo del capitale, la riduzione dell’aliquota Ires in capo alla società è compensata da un aumento dell’aliquota personale effettiva: la Finanziaria aumenta infatti la percentuale di inclusione di dividendi e plusvalenze nell’imponibile Irpef del socio.


 


Per queste società, considerando l’ampliamento della base imponibile, la riforma tenderà a comportare aggravi di imposta.


 


Ciò potrebbe anche disincentivare la trasformazione in società di capitali delle ditte individuali, delle imprese familiari o delle società di persone, a cui la Finanziaria riserva un trattamento più favorevole, nella determinazione della base imponibile.


 


La riduzione delle aliquote è, quindi, una necessità, frutto della concorrenza fiscale, particolarmente forte nei paesi della Unione Europea, soprattutto a seguito dell’allargamento e specialmente dopo la decisione della Germania di ridurre di dieci punti, dal 2008, l’aliquota dell’imposta sulle società.


 


L’esistenza di ampi differenziali di aliquote fra paesi, specialmente in aree integrate come l’ Unione Europea, incentiva le imprese, e in particolare quelle di maggiori dimensioni, a  spostare i ricavi dove le aliquote sono più basse e i costi dove sono più elevate, in modo da minimizzare i propri oneri fiscali.


 


Anche per evitare questi fenomeni di profit shifting continua la gara al ribasso delle aliquote, a cui è difficile, se non impossibile, sottrarsi.


 


PROFIT SHIFTING


 


Ad evidenziare il consolidato orientamento degli studi condotti da istituti internazionali di ricerca, analisi teoriche e iniziative parlamentari, si vuole evidenziare, il consolidato orientamento di una graduale riduzione delle aliquote fiscali sui redditi societari.


 


Questa tendenza, nel mercato comunitario, è particolarmente accentuata dall’adesione all’Unione europea dei nuovi Paesi membri, dalla libera circolazione dei capitali e dalla conseguente competizione tra gli Stati nell’attrarre investimenti transfrontalieri, oltre che dai processi di liberalizzazione economica in atto.


 


Il processo riformatore che ha investito l’Europa negli ultimi anni è stato caratterizzato da una marcata riduzione delle aliquote legali sulla tassazione delle imprese (accompagnata da ampliamenti delle basi imponibili); tale tendenza al ribasso, ha subito un primo avvio alla fine degli anni Novanta e una successiva accelerazione a seguito dell’ingresso nell’Ue dei 12 nuovi Paesi membri, che presentano aliquote generalmente inferiori rispetto a quelle dell’Ue a 15.


 


 


Tuttavia, la discesa delle aliquote nominali europee ha interessato sia i vecchi che i nuovi Stati membri.


 


Sotto il profilo statistico i Paesi che hanno recentemente ridotto le aliquote legali sono cinque: la Francia (-1,1 per cento dal 34,43 per cento; la Grecia (- 4 per cento dal 29 per cento), la Lituania (-1 per cento dal 19 per cento) e i Paesi Bassi (- 4,2 per cento dal 29,6 per cento). L’aliquota irlandese (del 12,5 per cento), diversamente, passa al 25 per cento nel caso di commercio estero e sui dividendi di fonte estera; l’Estonia (-1 per cento dal 23 per cento; l’aliquota legale, altresì, sarà ridotta al 21 per cento dal 2008 e al 20 per cento dal 2009). L’ordinamento lussemburghese, in altro modo, prospetta l’aumento dell’aliquota (dal 22,88 per cento) al 23,10 per cento allo scopo di incrementare l’Impot de solidaritè.


Si osserva che l’aliquota inglese della corporation tax diventa progressiva per i redditi superiori a 1.500mila sterline. I neo-membri come la Bulgaria e Cipro (10 per cento), la Lettonia (15 per cento), l’Ungheria e Romania (16 per cento), quindi, hanno utilizzato a pieno la forza attrattiva delle aliquote particolarmente favorevoli (inferiori al 20 per cento) accelerando la “gara” al ribasso.


 


In alcuni sistemi, dove resistono regimi preferenziali per specifici settori e tipologie di attività, le aliquote effettive possono risultare consistentemente inferiori rispetto a quelle legali. Ad esempio, il sistema fiscale maltese prevede talune agevolazioni per cui il carico fiscale per le attività esercitate da soggetti non residenti attraverso le International Trading Companies è ridotto dal 35 al 4,17 per cento e può essere addirittura azzerato con riferimento alle companies with foreign income. Per questi motivi la Commissione europea (con nota IP/06/363 del 23 marzo 2006) ha formalmente censurato la Repubblica di Malta che, il 12 maggio 2006, ha reso nota l’intenzione di procedere all’abolizione dei predetti regimi agevolativi.


 


Comunque c’è da considerare come, tuttavia, l’area europea, con aliquota media del 23,76 per cento, si posiziona come l’area economica con le aliquote sui redditi più conveniente, rispetto a quella media dei Paesi dell’Ocse uguale al 28,16 per cento, dei Paesi dell’America Latina pari al 28,25 per cento e dell’Asia Pacifico equivalente al 30 per cento.


Le aliquote più elevate del mondo appartengono al Giappone (40,69 per cento) e agli Usa (40 per cento). Tra i tax haven, le Isole Cayman si confermano come vero e proprio tax haven per le imprese con l’aliquota dello 0 per cento.


 


Le società elvetiche, invece, sono soggette ad aliquote variabili. Infatti importante è la loro attività e ubicazione per cui, in certe circostanze, possono pagare tasse molto basse, in genere nella misura flat del 9 per cento del reddito.


 


Nella Repubblica di San Marino l’imposta generale è ottenuta applicando l’aliquota proporzionale del 19 per cento sul reddito d’impresa. Fra i Paesi che hanno maggiormente ridotto le aliquote sulle imprese si segnalano l’Albania (-3 per cento dal 23 per cento) e Israele (-3 per cento dal 34 per cento); fra quelli che, diversamente, hanno registrato i maggiori incrementi la Repubblica Dominicana (+ 5 per cento dal 25 per cento) e le Filippine (+ 3 per cento dal 32 per cento).


Tra le potenze economiche emergenti è significativa la riduzione operata dall’India (- 2,9 per cento dal 36,5 per cento) mentre per il Brasile e la Repubblica popolare cinese le aliquote rimangono stabili nella rispettiva misura del 34 per cento e del 33 per cento. L’Argentina, e il Pakistan si attestano al 35 per cento mentre il Sud Africa al 36,9 per cento.


 


Evidenziati tali dati, l’impresa costituisce, comunque, il perno centrale attorno a cui ruota l’organizzazione economica dei Paesi maggiormente industrializzati.


 


A tal proposito è facile risalire con la memoria alla nostra Carta Costituzionale ed al suo articolo 41 con la garanzia della libertà di iniziativa economica privata, la cui massima espressione si identifica proprio nell’impresa (attività economica organizzata, esercitata professionalmente dall’imprenditore, diretta alla produzione o allo scambio di beni e servizi) ed all’art. 2082 del c.c. che, pur non esplicitando il concetto d’impresa, lo lascia dedurre dalla definizione di imprenditore.


 


In un ottica più sociale, l’imprenditore, tramite l’impresa, svolge un servizio, sia, per l’intera collettività, raccordando capitale-lavoro e consumatori, sia per lo Stato, svolgendo varie valutazioni ed attività. In tale ottica è importante sottolineare come, importante servizio per lo Stato, è l’aspetto relativo all’imposizione tributaria che grava sul reddito d’impresa.


 


Osservando con occhi onesti la realtà, grande ruolo per le complesse decisioni manageriali è svolto dall’incidenza della tassazione sul reddito societario. Le componenti fiscali possono essere considerati come quella parte di normativa che influenza le decisioni ed i comportamenti dei vertici aziendali di fronte alle possibili scelte di natura commerciale.


 


L’aliquota delle imposte sui redditi è l’indice di lettura più veloce per determinare la “gravosità” delle imposte definendo una immediata verifica della parte del proprio reddito che deve essere versata nelle casse pubbliche.


 


Tale lettura appare comunque fittizia, poiché è indispensabile, al fine di rendere una rappresentazione fedele della vera tassazione subita, considerare ulteriori fattori, quali detrazioni, deduzioni, crediti di imposta, ritenute, oltre alla previsione di regimi speciali che riducono la stessa aliquota o creano “potenziali” componenti negativi, abbattendo l’imponibile, sono in grado di ridurre l’effettivo carico tributario.


 


Studi internazionali, confermano, però, una sensibilità degli investimenti diretti esteri ai differenziali di tassazione e, per ciò, il rischio di investire in quei territori dove la tassazione è più conveniente risulta maggiormente elevato per quei settori di attività (come quello finanziario) che non richiedono particolari investimenti.


 


Si osserva che le imprese operanti in ambiti internazionali, dispongono di sofisticati strumenti attraverso cui, ferma restando la localizzazione dell’attività economica effettiva, spostano le proprie basi imponibili in quei luoghi che offrono le migliori obbligazioni tributarie.


 


Lo spostamento degli utili nei Paesi a più bassa tassazione e dei costi in quelli a tassazione più elevata (c.d. profit shifting), conseguentemente, può gravemente ripercuotersi sul livello delle entrate fiscali degli Stati a più alta tassazione.


 


L’aliquota che si applica alla base imponibile per calcolare il tributo, in tal modo diviene il motore dominante dell’imposta. Questo spiega il maggiore appeal che certi Paesi con più bassi tassi societari esercitano sulle scelte di localizzazione all’estero delle multinazionali.


 


Sonia Tancredi


31 Gennaio 2008

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