Atti giudiziari: sulla competenza alla azione di recupero delle imposte prenotate a debito per le sentenze di condanna


L’art. 59, lettera d), del d.p.r. 26 aprile 1986 n. 131 prevede alcune ipotesi in forza delle quali debba procedersi alla “registrazione a debito” dell’imposta principale, fra le quali le “sentenze che condannano al risarcimento del danno prodotto da fatti costituenti reato” (lett. d).


L’art. 60, relativamente alla modalità di registrazione, impone che nelle sentenze predette “deve essere indicata la parte obbligata al risarcimento del danno, nei cui confronti deve essere recuperata l’imposta prenotata a debito”, disciplinando la soggettività passiva al tributo.


L’art. 61, in ipotesi di inosservanza alle disposizioni del precedente articolo, prevede che i cancellieri “devono pagare in proprio le imposte dovute sugli atti dei quali hanno richiesto la registrazione a debito”.


Sulla corretta interpretazione delle norme si è accesa, da anni, un’aspra querelle in merito al soggetto competente alla azione di recupero dell’imposta verso la parte obbligata al pagamento, senza però mai risolvere la questione in via definitiva.


Così, nella pratica, avviene che la Agenzia delle Entrate (prima, Ufficio del Registro Atti Giudiziari), liquidata l’imposta, provvede a notificare l’avviso di liquidazione dell’imposta e, decorso inutilmente il termine assegnato per il pagamento, ad iscrivere a ruolo la stessa in uno alle sanzioni e gli interessi.


Occorre pertanto procedersi ad una approfondito esame della materia, tentanto di risolvere, ovvero di suggerire, quella che viene ritenuta l’interpretazione corretta delle norme.


L’istituto della registrazione a debito, come classificato dall’art. 3 del d.p.r. 30 maggio 2002 n. 155, identifica la “annotazione a futura memoria di una voce di spesa, per la quale non vi è pagamento, ai fini dell’eventuale successivo recupero”.


Il disposto dell’art. 59, lett. d), del d.p.r. n. 131 del 1986 “va inteso in senso ampio e ricomprende tutti quei fatti che possano astrattamente configurare un’ipotesi di reato” (Cass. sez. trib. 24 gennaio 2007 n. 5952).


Nell’art. 60, la indicazione della “parte obbligata al risarcimento del danno” non è equiparabile al “soggetto condannato in sentenza”, poiché, risultando lo stesso già dalla sentenza, non avrebbe avuto giustificazione, da parte del legislatore, la precisazione in parola e l’utilizzo di una diversa terminologia.


Peraltro il legislatore non si è espresso : “ove non risulti dalla sentenza, deve essere indicata la parte obbligata al risarcimento del danno, nei cui confronti deve essere recuperata l’imposta prenotata a debito”, così da voler attribuire alla figura citata un significato diverso e assolutamente prescindente dalla condanna, la quale potrebbe intervenire per alcuni dei convenuti, ma non per identico presupposto (fatti costituenti reato).


Discende che il legislatore ha voluto espressamente tacere sulla equiparabilità fra soggezione al pagamento e condanna, così che la norma (“ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”) debba essere interpretata letteralmente e secondo il senso proprio delle espressioni utilizzate, fra le quali la diversa identificazione della figura.


Questa, in realtà, non è sufficiente che sia condannata al risarcimento del danno, ma che sia stata riconosciuta espressamente riconosciuta anche responsabile della commissione di un illecito penalmente rilevante e, di conseguenza, che il giudice, in forza del principio dell’obbligatorietà della azione penale, abbia trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica per le incombenze di sua spettanza.


La identfiicazione della parte obbligata, come responsabile di “fatti costituenti reato”, costituisce, secondo la ratio della norma, oggetto di valutazione postuma desumibile dal contesto della motivazione, dagli atti processuali e dal “petitum” e “causa petendi” del giudizio, soprattutto ove la responsabilità penale “non risulta dal testo della decisione che il giudice abbia, nemmeno per implicito, valorizzato a tal fine fatti integranti i requisiti oggettivi e soggettivi di figure criminose” (Corte appello Roma, 31 gennaio 2002).


Peraltro la Suprema Corte di Cassazione, precisando che l’imposta deve essere recuperata “nei confronti della (sola) parte obbligata al risarcimento del danno” (Cass. sez. trib. 24 gennaio 2007 n. 5952), non risulta slegata dal principio secondo cui il riferimento al “reato”, di cui all’art. 185 c.p., non necessarita della ricorrenza di una “concreta fattispecie di reato”, ma anche soltanto di una “fattispecie corrispondente nella sua oggettività all’astratta previsione di una figura di reato”, nel senso che “non richiede che il fatto illecito integri in concreto un reato punibile per il concorso di tutti gli elementi a tal fine rilevanti per la legge penale, ma che il fatto stesso sia astrattamente preveduto dalla legge come reato” (Cassazione 20 luglio 2002 n. 10641, 12 agosto 1995 n. 8845, 20 novembre 1990 n. 11198 e Corte di Appello Penale di Palermo 18 settembre 1985), con conseguente possibilità, ai fini civili, che la responsabilità possa affermarsi su una presunzione di legge.


Per quanto precisato, la previsione di cui all’art. 59 identifica di certo una “condizione necessaria”, senza la quale interviene la sanzione prevista dall’art. 61 (il Cancelliere …. deve pagare in proprio l’imposta”), la quale, senza danno erariale, deriova e risulta legata da stretto nesso causale con una inampienza.


Responsabile della sanzione nn è però il Cancelliere nella sua funzione (da qui l’inesistenza del danno erariale), bensì il soggetto fisico che ne ricopre la carica e, in quanto “pubblico ufficiale”, dipende dal Ministero di Grazia e Giustizia.


Per il principio di “soggettività” della sanzione, è da dire inoltre che questa è in re ipsa comminabile sempre nei confronti dell’autore della inadempienza, mai per fatti o comportamenti omissivi legati al atto causale di un soggetto terzo (Agenzia) e, di conseguenza, al Cancelliere spetta anche l’obbligo della indicazione ex art. 59.


In sintesi, depositata la sentenza da parte del Decidente, il Cancelliere, previo esame della stessa e degli atti del fascicolo processuale, deve identificare “in calce o a margine dell’originale della sentenza” la “parte obbligata al risarcimento danno”, ricercandolo in quello dei convenuti cui possa attribuirsi il compimento di “atti costituenti reato” in uno stretto di nesso di causalità con il danno sotteso alla sentenza di condanna.


Ciò avvenuto e rispettato l’onere di cui all’art. 59, il Cancelliere richiede la “registrazione a debito” della sentenza, trasmettendo l’originale o copia autentica della sentenza, alla Agenzia, la quale deve limitarsi a provvedere in tal senso e restituire l’atto, previa annotazione “in calce o a margine degli originali e delle copie dell’atto …. che la registrazione è stata eseguita a debito..” (art. 16. comma quarto) provvedendo a farne annotazione in apposito registro e quindi anche (art. 16, comma terzo) con “indicazione del numero progressivo annuale, della data della registrazione, del nome del richiedente, della natura dell’atto e delle parti”.


Ricevuta in restituzione la sentenza, è il Cancelliere che deve procedere al recupero delle imposte nei confronti della “parte obbligata al risarcimento del danno”.


Tale soluzione si ricava dalle circolari interpretative del Ministero delle Finanze (oggi Ministero della Economia e delle Finanze), tenendo presente che, anche se la stesse non hanno efficacia esterna, essendo dirette agli “interna corporis”, è comunque consolidato il principio secondo cui ove la circolare abbia natura interpretativa delle norme, “resta comunque vincolante per gli organi e uffici destinatari (T.A.R. Salerno, 18 luglio 1986 n. 181), i quali, pur potendo “disapplicarle solo quando siano contra legem” (Cons. Stato 29 gennaio 1998 n. 112), “non dispensano gli organi della p.a. cui sono dirette dall’interpretare le norme primarie e secondarie, in sede di applicazione dei criteri contenuti nelle stesse, in base all’esatto valore che esse hanno in base ai principi dell’ermeneutica” (Cons. Giust. Amm. Sicilia Sez. Giurisd. 23 dicembre 1999 n. 667).


Nella fattispecie, secondo la interpretazione della norma resa dal Ministero delle Finanze con Circolare n. 16 del 30 marzo 1989, ribadendo quanto già contenuto nella Circolare n. 37 del 10 giugno 1986 (in ordine alla disciplina previgente e non mutata a seguito della riforma), ove si afferma testualmente che sono gli “uffici di Cancelleria competenti a recuperare la relativa imposta prenotata a debito”, dovendo gli uffici del registro (oggi Agenzia delle Entrate) attenersi soltanto “ai loro compiti istituzionali relativi alla esecuzione della formalità di registrazione”.


Identica soluzione interpretativa si ricava al Paragrafo 1, lett. b) della Relazione Tecnico – Amministrativa al d.p.r. 30 maggio 2002 n. 155 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, la quale chiarisce: “Sono rimaste in vigore le norme sul recupero delle spese e delle pene, da parte dei cancellieri come agenti della riscossione, e quelle sull’ufficio registro, come ufficio per l’incasso del riscosso e per il pagamento delle spese anticipate, mentre con le riforme generali dal 1996 in poi la riscossione e i pagamenti relativi alle spese di giustizia, uniformate alle altre entrate patrimoniali dello Stato, sono stati attribuiti ai concessionari”.


Concorre ancora il d.p.r. n. 115 del 2002 il quale :


        all’art. 208 lo identifica come “ufficio incaricato della gestione delle attività connesse alla riscossione”


        all’art. 213, attribuendogli la competenza in ordine alla “iscrizione a ruolo” dell’imposta, lega tale potere alla scadenza del “termine computato dall’avvenuta notifica dell’invito al pagamento”, con prova evidente sulla competenza (invito di pagamento) per l’esercizio della azione di recupero


 


Rag. Claudio Cutrano


9 Gennaio 2008


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