Il conto in rosso non salva il contribuente dall’accertamento bancario


La sentenza n. 23690 del 15 novembre 2007 della Corte di Cassazione sez. tributaria ha statuito il seguente importante principio in tema di accertamento bancario: “È irrilevante, ai fini dell’accertamento sintetico (rectius: bancario) e dell’utilizzazione dei dati ed elementi emersi dalle movimentazioni dei rapporti bancari intrattenuti dal contribuente, la dimostrazione che il soggetto verificato eserciti attività d’impresa ovvero che il saldo del rapporto sia negativo. Il contesto nel quale si manifesta l’efficacia probatoria presuntiva delle risultanze dell’accertamento è quello dei movimenti riconducibili ad operazioni fiscalmente rilevanti per i quali al contribuente è data facoltà di dimostrare la relativa estraneità. In buona sostanza, non ha rilievo che il conto corrente bancario oggetto di indagini risulti avere un saldo negativo: oggetto dell’accertamento sono i movimenti e le scritture relative al conto, considerato in un determinato periodo d’imposta. In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale decisum ha denotato i seguenti capisaldi:


La Corte di Cassazione ha più volte ammonito (cfr. da ultimo, la sentenza n. 9573 del 2007) che l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa; i dati risultanti dai conti correnti bancari possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti; non ha rilievo, a tale proposito, che il conto corrente (nella specie: bancario) risulti avere un saldo negativo, in quanto l’oggetto dell’accertamento sono i movimenti e le scritture relative al conto, considerato in un determinato periodo d’imposta; rispetto a tali annotazioni il contribuente è stato chiamata a fornire spiegazioni analitiche, in sede procedimentale, senza fornire alcuna risposta; al contribuente resta comunque la garanzia del diritto di difesa, potendo egli far valere le sue ragioni in sede contenziosa a norma dell’art. 32 del D.lg. 31 dicembre 1992, n. 546, depositando documenti e memorie fino alla data di trattazione del ricorso in primo grado.



Riflessioni



Spetta al contribuente assolvere l’onere probatorio, sussistendo presunzione iuris tantum in favore dell’Amministrazione finanziaria, sulla dimostrazione circa l’indifferenza degli elementi, dati e risultanze derivanti dai depositi intrattenuti presso istituti di credito – posti a base dell’attività di accertamento -, ovvero di averne tenuto conto ai fini degli adempimenti dichiarativi oppure di averli esclusi non riferendosi i medesimi ad operazioni imponibili (Sent. n. 19217 del 6 luglio 2007 dep. il 14 settembre 2007 della Corte Cass. sez. tributaria).


Costituisce jus receptum nella giurisprudenza di legittimità il principio secondo il quale opera una presunzione legale juris tantum in favore dell’Amministrazione finanziaria – che a differenza delle presunzioni semplici non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza ex art. 2729 del codice civile – circa l’imponibilità dei movimenti bancari rinvenuti nei conti intrattenuti dal contribuente Conseguentemente, grava sul contribuente l’onere di provare che tali movimenti non sono inerenti ad operazioni imponibili ovvero hanno concorso alla formazione della base imponibile (Sent. n. 20632 del 21 giugno 2007 dep. il 1° ottobre 2007 della Corte Cass. sez. tributaria).


In tema di accertamento delle imposte sui redditi, è legittima, in virtù della presunzione di cui all’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, l’imputazione dei versamenti operati su conti correnti bancari a ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività d’impresa, e spetta al contribuente medesimo fornire, in sede amministrativa o contenziosa, la prova contraria, senza necessità per l’Amministrazione di instaurare un contraddittorio precontenzioso (Sent. n. 16720 del 23 maggio 2007 dep. il 27 luglio 2007 della Corte di Cass. sez. tributaria).


La prova liberatoria che consenta di superare la presunzione di cui all’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, secondo cui i versamenti e i prelevamenti eseguiti dal contribuente sui propri conti correnti bancari vanno imputati all’attività d’impresa del medesimo, non può essere meramente generica – cioè relativa all’attività esercitata – ma deve essere altresì, specifica in relazione ad ogni singola operazione (Sent. n. 16251 del 4 maggio 2007 dep. il 23 luglio 2007 della Corte Cass. sez. tributaria).


Spetta al contribuente dimostrare che gli incassi e i pagamenti sono stati regolarmente dichiarati (Cassazione, sentenza n. 2435 del 19/02/2001) oppure che non hanno alcuna rilevanza ai fini della determinazione del reddito (ad esempio, il contribuente, al fine di vincere la presunzione de qua, deve fornire concrete giustificazioni in ordine a ogni singolo movimento bancario (1), non essendo in alcun modo sufficiente a questo scopo mere illazioni o supposizioni).


Poiché la presunzione in questione data la fonte legale non necessita dei requisiti di gravita, precisione e concordanza richiesti dall’articolo 2729 del c per le presunzioni semplici (trattasi di una presunzione legale), sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari vanno imputati a ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività d’impresa, se questi non dimostra di averne tenuto conto nella determinazione della base imponibile oppure che sono estranei alla produzione del reddito (Cassazione sentenza n. 9103 del 5/07/2001; Cassazione sentenza n. 1569 del 3/02/2001).


Si verifica un’inversione dell’onere della prova, che impone al contribuente, posto di fronte alla documentazione di versamenti o prelevamenti evidenziati dai conti bancari o postali e non annotati nelle scritture contabili, di provare di averne tenuto conto nella determinazione del reddito o a fini Iva, o di provare l’estraneità alla tassazione, perché esenti o soggetti a ritenuta a titolo di imposta (2). La presunzione stabilita dall’art. 51, comma 2, n. 2, D.P.R. n. 633/1972, in virtù della quale i singoli dati ed elementi risultanti dai conti bancari sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti dal successivo art. 54, consente all’Amministrazione di riferire i movimenti bancari all’attività svolta in regime di IVA e di qualificare gli accrediti come ricavi e gli addebiti come corrispettivi degli acquisti, può essere vinta dal contribuente che offra la prova liberatoria che dei movimenti egli ha tenuto conto nelle dichiarazioni o che questi non si riferiscono ad operazioni imponibili. (http://www.ipsoa.it/bigweb/Documenti/803518.asp?linkparam=2#”: Cassazione civile Sentenza 30/10/2007, n. 22917).


Giova rammentare che la circolare n. 32/2006 dell’Agenzia delle Entrate ha avvertito che l’analisi deve riguardare ogni singolo elemento della movimentazione finanziaria, anche se sia inclusa in un’operazione unica e, particolarmente, quando si tratti di operazioni autonome. Ciò ricorre, ad es., qualora il contribuente versi con un’unica distinta più assegni bancari, assegni circolari, assegni postali, vaglia ed eventualmente contanti, ecc…, annotati sul conto corrente bancario con un’unica e complessiva rappresentazione numeraria.



Note


1) Angelo Buscema, specificità della prova liberatoria a carico del contribuente amministratore di condominio in www.https://www.commercialistatelematico.com luglio 2007.


Angelo Buscema, accesso ai dati bancari del coniuge in www.https://www.commercialistatelematico.com ottobre 2007.



2) Gigliotti Antonio, accertamenti bancari in www.https://www.commercialistatelematico.com novembre 2007.



Dott. Angelo Buscema


8 Dicembre 2007



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ALLEGATO:



Sent. n. 23690 dell’8 novembre 2007 (dep. il 15 novembre 2007) della Corte Cass., Sez. trib



Rilevato che a seguito di una ispezione della G.d.F. nei riguardi della ditta individuale intestata al marito della contribuente, nel corso della quale erano risultate disponibilità bancarie a favore della stessa, l’Agenzia delle Entrate procedeva ad accertamento sintetico e notificava avviso di accertamento nei confronti della signora M.D.C.;


che la contribuente ha impugnato tale decisione davanti alla CTP di Bari, che accoglieva il ricorso, rilevando dalle movimentazioni bancarie un saldo negativo e non i rilevanti deposti bancari contestati;


che l’Ufficio ha interposto appello tale decisione;


che la C.T.R. ha respinto l’appello dell’A.F. sulla base della considerazione secondo la quale le semplici movimentazioni bancarie, con saldo negativo, non offrirebbero alcun elemento certo in grado di avvalorare l’ipotesi formulata dal fisco;


che, secondo la Commissione la mancata risposta al questionario inviato dall’Ufficio non costituirebbe elemento idoneo a integrare il deficit probatorio già evidenziato;


che Ministero e Agenzia hanno proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, contro il quale resiste la contribuente, con controricorso;


che, con il detto motivo di ricorso, i ricorrenti lamentano, la violazione dell’art. 38 d.P.R. n. 600 del 1973 e vizi motivazionali;


che, secondo tale censura, non rileverebbe il saldo negativo del conto corrente bancario ma, da un lato, l’esistenza di accrediti, e da un altro, la possibilità (non fatta propria dalla contribuente) di giustificare gli addebiti scritturali come costi e spese;


che, rispetto a tale doglianza, il PG ha chiesto che la Corte, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., respinga il ricorso per essere manifestamente infondato.


Considerato che il ricorso, contrariamente a quanto concluso dal PG, è manifestamente fondato;


che, nonostante tale conclusione, non è necessario rinviare la causa alla Pubblica Udienza, essendo evidente la ricorrenza di una delle cause decisorie di cui all’art. 375 cod. proc. civ.;


che, infatti, la decisione impugnata è illegittima in quanto essa è in contrasto con i principi giurisprudenziali elaborati da questa Corte, la quale ha più volte ammonito (cfr., da ultimo, la sentenza n. 9573 del 2007) che l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa;


che i dati risultanti dai conti correnti bancari possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti;


che non ha rilievo, a tale proposito, che il conto corrente (nella specie: bancario) risulti avere un saldo negativo, in quanto l’oggetto dell’accertamento sono i movimenti e le scritture relative al conto, considerato in un determinato periodo d’imposta;


che rispetto a tali annotazioni la contribuente è stata chiamata a fornire spiegazioni analitiche, in sede procedimentale,senza fornire alcuna risposta;


che, infatti, al contribuente resta comunque la garanzia del diritto di difesa, potendo egli far valere le sue ragioni in sede contenziosa a norma dell’art. 32 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, depositando documenti e memorie fino alla data di trattazione del ricorso in primo grado;


che, pertanto, erroneamente la decisione impugnata ha ritenuto tali elementi come sforniti di valenza probatoria, limitandosi a far propria la critica solo generica del contribuente e non, come avrebbe dovuto, a considerare, anche in ragione delle chieste controdeduzioni procedimentali, elementi di spiegazione analitici;


che, pertanto, la sentenza impugnata, siccome illegittima, per essere stata resa in contrasto con tale basilare regula iuris, e con il principio della effettività della motivazione, deve essere cassata con rinvio ad altra sezione della stessa C.T.R., la quale provvederà anche in ordine alla spese di questa fase.



P.Q.M. – accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese di questa fase, ad altra sezione C.T.R. della Puglia.


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