Le problematiche in materia di Tarsu e T.I.A. (parte seconda)


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La nozione di rifiuto


1. Premessa


Va sottolineato che sussiste una rilevante differenza tra il concetto comune di “rifiuto” e la definizione formale di “rifiuto“. Questo è un punto essenziale, spesso confuso e sottovalutato in sede di gestione dei rifiuti e fonte di equivoci applicativi. Si deve, infatti, evidenziare che tutto ciò che non è giuridicamente e formalmente “rifiuto” è escluso dal campo di applicazione del Dlgs 5 febbraio 1997 n. 22; quindi non tutto ciò che intendiamo nel linguaggio comune come rifiuto equivale automaticamente alla relativa definizione giuridica. In ogni momento della gestione, in questo settore, deve essere preliminarmente valutato se quella cosa, identificata come “rifiuto”, venga ricompresa nella definizione ufficiale. Se non viene appurata questa coincidenza con la definizione, quel materiale non è formalmente “rifiuto” e quindi non scattano i meccanismi applicativi del decreto 22/97. La definizione della nozione normativa di rifiuto è operazione senza dubbio complessa. I fattori che rendono complesso ridurre il rifiuto entro precisi confini definitori, condivisi e riconosciuti da tutti, sono molteplici, e spesso di segno contrastante. Innanzitutto, si tratta di cause di ordine culturale. La percezione del concetto di rifiuto è, infatti, influenzata, in modo decisivo, dalla particolare prospettiva in cui si pone ciascun osservatore, prospettiva che condiziona la collocazione di determinati materiali o sostanze nella categoria dei rifiuti. Non vi è dubbio, ad esempio, che nella considerazione di chi li utilizza, i materiali che vengono impiegati nel ciclo produttivo dell’azienda non sono rifiuti, bensì materie prime. Certamente vi è un punto fermo da cui partire: il Trattato CE (Trattato istitutivo della Comunità Europea). Tale Atto Comunitario ha di fatto realizzato un ordinamento giuridico di nuovo genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli Stati hanno rinunciato, anche se in materie limitate, ai loro poteri sovrani; uno di questi è proprio il settore ambientale, per il quale la Comunità ha il compito – come statuito nel Trattato di Amsterdam del 1997 – di promuovere una crescita sostenibile, un apprezzabile grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione dell’ambiente ed il miglioramento di quest’ultimo. Limite significativo all’azione comunitaria è il principio di sussidiarietà, introdotto dall’Atto Unico Europeo, quale criterio di regolazione delle competenze anche in materia ambientale: in base a tale principio, la protezione dell’ambiente può essere assicurata dal singolo Stato membro ove l’intervento nazionale assicuri più efficaci forme di protezione ovvero, quanto meno, un analogo livello di tutela. Dunque, il vincolo posto dall’ordinamento comunitario – che, si ripete, è preminente rispetto al diritto interno – è nel risultato, non nei mezzi.


Ed è un risultato che non può dirsi raggiunto con l’articolo 14 del decreto legislativo 8 luglio 2002 n. 138, convertito in legge 8 agosto 2002, n. 178, con il quale il Legislatore ha adottato un’interpretazione autentica di rifiuto suscitando intense polemiche in quanto ritenuta un’interpretazione eccessivamente restrittiva e idonea, come tale, ad escludere dall’ambito applicativo della normativa nazionale, la gestione di numerose sostanze fino a quel momento considerate rifiuti a tutti gli effetti. Sulla definizione di “rifiuto“, che riprende quella della Direttiva n. 91/156, si sono concentrati i tentativi di escludere dal regime dei rifiuti – e, quindi, dalla loro rigida gestione – i materiali residuali di produzione o di consumo che siano riutilizzabili, con o senza preventivo trattamento, in un nuovo ciclo produttivo. La finalità dell’articolo 14 appare chiara: stabilire quando i residui di produzione o di consumo cessano di essere rifiuti per trasformarsi in non rifiuti.


 


2. La definizione della nozione di rifiuto nella normativa vigente.


La Direttiva 75/442/CEE del 15 luglio 1975 del Consiglio in materia di rifiuti, come modificata dalla Direttiva 91/156/CEE del Consiglio del 18 marzo 1991, ha prospettato la necessità di definire la nozione di rifiuto, sia al fine di favorire l’armonizzazione delle legislazioni, evitando disparità tra le disposizioni in applicazione o in preparazione nei vari Stati membri, con inevitabili conseguenze sulle condizioni di concorrenza e, quindi, sul funzionamento del mercato comune, sia, soprattutto, al fine di garantire un elevato livello di protezione della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della gestione dei rifiuti; a tale ultimo scopo, il Legislatore comunitario ha previsto per gli Stati membri la necessità di introdurre un sistema di autorizzazioni e di controlli nei confronti delle imprese che smaltiscono rifiuti, al fine di coniugare il principio «chi inquina paga» con quello dello sviluppo sostenibile, pur nel rispetto del principio di sussidiarietà. Ai sensi della Direttiva sopra menzionata, si intende per rifiuto: qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate nell’allegato I e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. L’articolo 1, lett. a) della Direttiva, è stato trasposto nella legislazione italiana dall’articolo 6, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (cosiddetto decreto Ronchi), secondo cui «è rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’Allegato A e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi». Il primo elemento essenziale della nozione di rifiuto è costituito dall’appartenenza ad una delle categorie di materiali e sostanze individuate nel citato Allegato A); tale elenco, tuttavia, ha un valore puramente indicativo, poiché lo stesso Allegato A), Parte I, comprende voci residuali capaci di includere qualsiasi sostanza od oggetto, da qualunque attività prodotti. Rilievo primario, pertanto, finisce con l’assumere il secondo elemento della definizione, ovvero la condotta del detentore, incentrata sulla nozione di disfarsi. Sulla base di questi presupposti nasce e si inserisce il provvedimento legislativo sulla interpretazione autentica della definizione di rifiuto varata con l’articolo 14 del decreto legislativo 8 luglio 2002, n. 138, convertito nella legge 8 agosto 2002, n. 178, il quale  stabilisce che non sono più rifiuti i residui di produzione o di rifiuto che vengono riutilizzati senza passare dalle operazioni di recupero previste dal decreto Ronchi. A questo punto, dunque, gli effetti di tale innovazione legislativa non sono modesti ma dirompenti e capovolgono nettamente tutto il sistema di gestione seguito fino ad allora sulla base delle normative europee e nazionali, cancellando, praticamente, di colpo dal “sistema rifiuto” una massa enorme di materiali, che, considerati prima rifiuti, ora, sulla base di tale “interpretazione autentica”, tali non sarebbero più, con tutte le facili ed intuibili conseguenze a livello di attività gestionali, di controllo e sanzionatorie.


In particolare, in base al primo comma dell’art. 14 cit. per:


a) «si disfi» deve intendersi: qualsiasi comportamento attraverso il quale in modo diretto o indiretto una sostanza, un materiale, un bene sono avviati o sottoposti ad attività di smaltimento o di recupero, secondo gli allegati B) e C) del decreto legislativo n. 22/1997;


 b) «abbia deciso» deve intendersi: la volontà di destinare ad operazioni di smaltimento e di recupero, secondo gli allegati B) e C) del decreto legislativo n. 22/1997, sostanze, materiali o beni;


c) «abbia l’obbligo» deve intendersi: l’obbligo di avviare un materiale, una sostanza o un bene ad operazioni di recupero o smaltimento, stabilito da una disposizione di legge o da un provvedimento delle pubbliche autorità o imposto dalla natura stessa del materiale, della sostanza e del bene o dal fatto che i medesimi siano compresi nell’elenco dei rifiuti pericolosi di cui all’Allegato D) del decreto legislativo n. 22/1997 (che riproduce la lista dei rifiuti che, a norma della direttiva n. 91/689/CEE, sono classificati come pericolosi). La stessa norma, al secondo comma, prevede, introducendo una doppia deroga alla nozione generale di rifiuto, che le fattispecie di cui alle lettere b) e c) non ricorrono se i beni o le sostanze o i materiali residuali di produzione o di consumo:


1) possono essere e vengono, effettivamente ed oggettivamente, riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, senza subire alcun intervento preventivo di trattamento e senza recare pregiudizio all’ambiente;


2) possono essere e sono, effettivamente ed oggettivamente, riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, dopo aver subito un trattamento preventivo, senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero tra quelle individuate nell’Allegato C) del decreto legislativo n. 22/1997.


Mentre, dunque, le lettere a), b) e c) del comma 1 si limitano a descrivere e dettagliare gli aspetti dinamici delle tre previsioni nel loro oggettivo verificarsi, ai fini della profonda e radicale modifica sul sistema di gestione, appare rilevante, invece, il secondo comma il quale prevede, infatti, che nei confronti di beni, sostanze o materiali residuali di produzione o di consumo, una situazione di “non rifiuto” può verificarsi nel caso in cui essi possono e sono effettivamente ed oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo o di consumo, senza essere sottoposti ad alcun trattamento preventivo e senza recare pregiudizio all’ambiente.


Con la decisione n. 200/2213-C(2002)3868, la Commissione Europea ha avviato nei confronti dell’Italia la procedura di infrazione, ritenendo la richiamata interpretazione autentica contrastante con gli obblighi previsti dalle Direttive 75/442/CEE e 91/156/CEE, in quanto rappresenta un’indebita limitazione del campo di applicazione della nozione di rifiuto. Non solo. I criteri menzionati al comma 2 dell’articolo 14, quali il riutilizzo nel medesimo o in analogo ciclo di produzione o consumo, coincidono, ad avviso della Commissione Europea, proprio con le operazioni di gestione di rifiuti che la direttiva mira a sottoporre a controllo. Nella Comunicazione adottata il 27 maggio 2003, la stessa Commissione Europea, nell’avviare un’ampia consultazione pubblica sulla futura politica europea in questo campo, ha dedicato ampio spazio alla definizione di rifiuto, ricordando che tale definizione, contenuta nell’articolo 1, lettera a), della Direttiva quadro sui rifiuti (75/442/CEE) è il fulcro della legislazione comunitaria. Si tratta, tuttavia, come la Commissione ha riconosciuto, di una definizione che è stata ed è (non solo nel nostro paese) al centro di intensi dibattiti, tanto più che l’articolo 8, paragrafo 2), punto IV) del Sesto Programma comunitario di azione in materia ambientale chiede che sia precisata la distinzione tra ciò che è rifiuto e ciò che non lo è. Il Legislatore, non potendo modificare la definizione comunitaria, parte dal concetto europeo che tali residui di produzione o di consumo nascono come rifiuti; successivamente, individua due ipotesi, alternative tra loro, che consentono agli stessi di sottrarsi dal regime dei rifiuti medesimi; infatti, la disposizione ragiona a contrario poiché individua quando non ricorre né la decisione, né l’obbligo di disfarsi. Tuttavia, l’ambito della deroga appare tale da condurre ad una sostanziale negazione delle premesse definitorie; infatti, utilizzando il termine «riutilizzo», senza precisare in che cosa si differenzi rispetto alle altre forme di recupero previste dall’articolo 4 del decreto legislativo n. 22 del 1997, o, ancora, non definendo cosa deve ritenersi per trasformazione preliminare in rapporto alle operazioni preliminari per il recupero previste dagli allegati B) e C), del medesimo decreto legislativo, introduce, per un verso, ulteriori elementi di incertezza nell’interpretazione di ciò che deve intendersi come rifiuto rispetto a ciò che rifiuto non è. L’articolo 14 nasce da questa difficoltà di regolare l’ambito normativo della definizione del rifiuto, di renderlo maggiormente adeguato alla realtà, ma non la risolve; anzi, finisce con l’accrescere gli ambiti di incertezza e col favorire l’espandersi dell’area degli smaltimenti cosiddetti “bianchi”, cioè sottratti ad ogni forma di controllo: tutto può essere considerato non rifiuto, basta che vada verso una forma generica di riutilizzo. Se, infatti, non si tratta di rifiuti, chi li trasporta, non può essere classificato come trasportatore di rifiuti (e quindi non deve ottemperare alle prescrizioni connesse); ed ancora, chi li ha prodotti e consegnati al trasportatore, neppure può essere considerato un produttore di rifiuti (e, pertanto, va ritenuto esente dagli obblighi e controlli relativi); ed infine, se, nel trattarli, vengono prodotte immissioni nell’atmosfera, queste ultime non devono ritenersi provenienti da rifiuti (e, dunque, non assoggettabili alla più rigorosa disciplina prevista in materia).


 


3. Le imprecisioni dell’art. 14 D.L. 08/07/2002, n. 138. La giurisprudenza comunitaria più recente in materia.


Con l’emanazione del D. L. n. 138/2002 e, quindi, con l’introduzione di un’interpretazione autentica di rifiuto (ex art. 14 cit.), di cui all’art. 6, primo comma, lett. a), del Decreto Ronchi, vengono esclusi di colpo, da tutto il complesso e rigido sistema di gestione e controllo dei rifiuti, tutti i rifiuti che vanno al riutilizzo. Il vero pericolo insito in questa disposizione sta nel fatto che i rifiuti avviati a recupero, grazie a questa nuova interpretazione, vengano considerati semplici materie prime; basta, dunque, affermare che i rifiuti devono essere “riutilizzati” per sottrarsi agli appositi controlli.  Le principali critiche rivolte all’art. 14 riguardano la scelta dello strumento del decreto legge per una nozione così importante quale quella di rifiuti. Si fa presente, infatti, che si è fatto ricorso al sistema della decretazione d’urgenza per fornire una interpretazione autentica del D.L.vo 22/1997, che, a sua volta, si pone quale norma di attuazione di direttive comunitarie. Come è possibile che il legislatore italiano fornisca una interpretazione autentica di norme che derivano da una esatta trasposizione di principi e prescrizioni elaborati dal legislatore comunitario? Passando all’analisi del contenuto dell’art. 14, il primo comma propone la nozione di rifiuto quale strettamente legata al concetto del disfarsi. Il fine dell’articolo 14 appare evidente. Il momento soggettivo (decisione di disfarsi) e il momento prescrittivo (l’obbligo di disfarsi) sono i due punti cardine del concetto di “nascita” del “rifiuto” in senso giuridico. Sono due pilastri essenziali del sistema europeo di settore. Il dibattito, da sempre, si è concentrato, tuttavia, sul “quando” i residui di produzione o di consumo cessano di essere rifiuti per trasformarsi in “non rifiuti”. E su questo delicatissimo ed importantissimo punto interviene l’articolo 14 attraverso il quale il nostro legislatore, non potendo modificare la definizione comunitaria, parte correttamente dal concetto europeo che tali residui di produzione o di consumo nascono come rifiuti; tuttavia, individua, poi, due ipotesi alternative tra loro che consentono ad essi di sottrarsi dal regime dei rifiuti medesimi; infatti, la nuova legge ragiona a contrario poiché individua quando non ricorre né la decisione, né l’obbligo di disfarsi.


L’evoluzione della giurisprudenza, in particolare comunitaria, ha dimostrato che non è corretto limitare tassativamente, così come fa il primo comma, l’ampiezza del rifiuto alle sole operazioni di smaltimento e di recupero elencate nei due allegati comunitari B e C. Già nel 1997, nella sentenza della Corte di Giustizia CEE, (sez. VI, 25 giugno 1997) si osservava, che nella descrizione dei rifiuti non si deve tentare di formulare una definizione completa, ma occorre valutare caso per caso se il detentore li voglia sottoporre ad una delle operazioni di cui agli allegati o ad un’operazione analoga. Un ulteriore passaggio si rinviene in successive decisioni della stessa Corte, ove viene approfondito ulteriormente il concetto del disfarsi, e la Corte fornisce dei criteri interpretativi, chiarendo che l’effettiva esistenza di un rifiuto debba essere accertata alla luce del complesso delle circostanze del caso, tenendo conto delle finalità della direttiva e in modo da non pregiudicarne l’efficacia. Ma l’intervento della giurisprudenza europea più significativo in materia  è la pronuncia della sez., VI del 18 aprile 2002, proc. Palin Granit Oy, ove si legge, con riguardo ai sottoprodotti, che: “qualora il loro riutilizzo sia certo, senza trasformazione preliminare, nel corso del processo di produzione e inoltre il detentore ne consegua un vantaggio economico, si può concludere che il detentore non si disfi del sottoprodotto ai sensi della direttiva”. Tuttavia, “il verbo disfarsi deve essere interpretato alla luce delle finalità della direttiva 75/442/CEE, che ai sensi del terzo considerando, “disfarsi” deve essere interpretato alla luce delle finalità della direttiva 75/442/CEE che, ai sensi del terzo considerando, è la tutela della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell’ammasso e del deposito dei rifiuti […] Ne consegue che la nozione di rifiuto non può essere interpretata in senso restrittivo”. Da ciò deriva che anche nel caso in cui vi sia un riutilizzo certo, non è sempre automatica l’esclusione del bene dalla disciplina dei rifiuti, perché occorre sempre verificare l’assenza di rischi per la salute umana e l’ambiente, nonché, il rispetto di elevati livelli di tutela. Un punto chiaro nelle diverse pronunce della Corte di Giustizia è quello che vieta agli Stati Membri di interpretare la nozione di rifiuto con modalità che abbiano l’effetto di restringere l’ambito di applicazione della Direttiva, escludendone sostanze, materie o prodotti che rispondano alla definizione del termine “rifiuti” ai sensi della Direttiva 91/156/CEE. Con sentenza dell’11 novembre 2004 (causa C-457/02, Niselli), la Corte di Giustizia, in aderenza al proprio consolidato indirizzo, ha confermato ancora una volta che la nozione di rifiuto deve essere interpretata in senso estensivo. La Corte ha anche affermato, che possono essere qualificati come “non rifiuti” i sottoprodotti dei processi di fabbricazione il cui riutilizzo sia certo e senza trasformazione preliminare. Con tale sentenza la Corte, non ha fatto altro che riconfermare la sua costante giurisprudenza in tema di rifiuti, ribadendo ancora una volta che tale nozione deve essere interpretata caso per caso, e non restrittivamente, in aderenza alla finalità della normativa comunitaria consistente, appunto, nella massima tutela dell’uomo e dell’ambiente. Non poteva, quindi, non censurare l’art. 14 del decreto legge n. 138/08, il quale ha dichiaratamente lo scopo, opposto, di limitare l’ambito dei rifiuti industriali attraverso presunzioni legislative.


 


4. Recenti interventi della Corte di Cassazione


la Cassazione, chiamata a pronunciarsi su un caso di trasporto e deposito incontrollato di materiale da demolizione, con sentenza  n. 17836, del 13 maggio 2005, ha colto l’occasione per fare il punto, sia pure in estrema sintesi, sulle problematiche in  materia di rifiuti conseguenti all’entrata in vigore dell’art. 14 del decreto legge 8.7.2002 n. 138. Secondo la Suprema Corte, il citato art. 14, sebbene qualificato dal legislatore nazionale quale norma di “interpretazione autentica” della nozione di rifiuto, prevista dall’art. 6, lett. a) del D. Lgs. n. 22/1997, ha, in realtà, ristretto tale nozione e, così facendo, ha, altresì, introdotto delle deroghe alla uguale definizione di rifiuto contenuta nella normativa comunitaria attuata tramite il D. Lgs. n. 22/1997. I giudici di legittimità hanno osservato che l’art. 14 D.L. n. 138/2002:


v     da un lato, interpretando il concetto di “disfarsi” come coincidente con quello di smaltire o di recuperare, esclude dalla categoria di rifiuto quella sostanza o quel materiale di cui il detentore si disfi mediante semplice abbandono;


v     dall’altro, escludendo che possa considerarsi rifiuto il materiale che è o che può essere oggettivamente riutilizzato nel medesimo o in analogo ciclo di produzione o di consumo, senza trattamento preventivo e senza pregiudizio all’ambiente, ovvero con trattamento preventivo che non comporti operazioni di recupero, allarga indebitamente i confini concettuali del “sottoprodotto” (o materia prima secondaria), il quale è configurabile solo in presenza di un residuo del processo produttivo di cui il detentore non voglia disfarsi ed il cui riutilizzo sia certo, senza trasformazione preliminare e nel corso del processo di produzione.


Peraltro, la Corte di Cassazione, pur affermando che la norma interna di interpretazione autentica si pone in contrasto con la nozione comunitaria di rifiuto, così come interpretata dalla Corte di Giustizia CE, ritiene che tale norma interna non possa essere automaticamente disapplicata dalle autorità (amministrative e giurisdizionali) nazionali, in quanto la Direttiva comunitaria sui rifiuti non è un atto normativo avente efficacia diretta negli ordinamenti nazionali, bensì necessita di un atto di recepimento da parte degli Stati membri. Pertanto, ad avviso della Cassazione, l’unico strumento giuridico utilizzabile per risolvere la discrasia tra la nozione nazionale di rifiuto (contenuta nell’art. 6 lett. a) del D. Lgs. n. 22/1997 e nell’art. 14 del D.L. n. 138/2002) e la nozione comunitaria di rifiuto (contenuta nella Direttiva 75/442/CE) è rappresentato dall’eccezione di legittimità costituzionale della norma interna per violazione degli obblighi dello Stato italiano di conformarsi al diritto comunitario ai sensi degli artt. 11 e 117 della Carta costituzionale. Così riassume la Corte il proprio ragionamento:


Riassumendo sulla questione, si deve concludere che l’art. 14 della legge 178/2002, benché modificativo dell’art. 6 lett. a) del D. Lgs. 22/1997, è vincolante per il giudice, in quanto introdotto con atto avente pari efficacia legislativa della norma precedente. Inoltre, benché abbia ristretto la nozione di rifiuto dettata dall’art. 1 della direttiva europea 75/442, come sostituito dalla direttiva 91/156, esso non può essere disapplicato dal giudice italiano, giacché dette direttive non sono selfexecuting, avendo necessità di essere (fedelmente) recepite dagli ordinamenti nazionali per diventare efficaci verso questi ultimi. Il giudice nazionale, in caso di conflitto tra norma comunitaria e norma interna, in forza del principio di prevalenza del diritto comunitario, deve disapplicare (rectius non applicare) la norma interna, ma solo quando la norma comunitaria ha diretta efficacia nell’ordinamento nazionale, perché solo in tal caso la norma comunitaria si sostituisce automaticamente alla norma interna. Quando invece – come nel caso di specie – la norma comunitaria non è direttamente efficace, perché è condizionata all’emanazione di un provvedimento formale da parte dello Stato membro, e questo Stato abbia emanato una norma configgente con


quella comunitaria, il giudice italiano non ha altra strada che quella di sollevare questione di legittimità costituzionale della norma interna configgente. Tale norma infatti si pone in contrasto:


a) con l’art. 11 Cost., laddove questo stabilisce che lo Stato italiano deve osservare la limitazione di sovranità derivante dalla sua partecipazione a ordinamenti internazionali, quale quello della Comunità europea;


b) nonché, ancor più esplicitamente, con il novellato art. 117 Cost., che nel suo primo comma impone allo Stato di  esercitare la sua potestà legislativa nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario”.


All’esito di tale argomentazione, tuttavia, la Cassazione non arriva a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 14 del D.L. n. 138/2002, in quanto, nel caso specifico oggetto del suo pronunciamento, il materiale da demolizione trasportato e stoccato dagli imputati non poteva certamente essere riutilizzato senza compiere operazioni di recupero, per cui non v’era necessità di fare applicazione delle deroghe alla nozione di rifiuto contenute nella norma di interpretazione autentica.


Parzialmente difforme è il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte nella sentenza n. 20499 del 1° giugno 2005. In quest’ultima decisione, infatti, la Corte, pur richiamando e facendo proprio l’orientamento interpretativo della giurisprudenza comunitaria e, in particolare, condividendo la distinzione concettuale tra “rifiuto” e “sottoprodotto”, tracciata nella sentenza Niselli cit., sostiene che, in forza del primato del diritto comunitario, l’art. 14 del D.L. n. 138/2002 debba essere direttamente disapplicato, senza necessità di sollevare alcuna questione di legittimità costituzionale della disposizione interna. A sostegno di tale sua convinzione, il Collegio adduce le seguenti motivazioni: “Giova allora considerare in generale che, al pari dell’interpretazione costituzionalmente orientata, volta a privilegiare la lettura della disposizione che non si ponga in contrasto con parametri costituzionali, sussiste simmetricamente un’esigenza di interpretare la normativa nazionale in termini tali che essa non risulti in contrasto con la normativa comunitaria. Ha in particolare affermato la Corte costituzionale (sent. n. 190 del 2000) che “[…] – come l’interpretazione conforme a Costituzione deve essere privilegiata per evitare il vizio di incostituzionalità della norma interpretata – analogamente l’interpretazione non contrastante con le norme comunitarie vincolanti per l’ordinamento interno deve essere preferita, dovendosi evitare che lo Stato italiano si ritrovi inadempiente agli obblighi comunitari.”


Questa esigenza di interpretazione orientata si pone poi maggiormente allorché la stessa Corte di giustizia abbia già valutato la conformità del diritto nazionale a quello comunitario. In particolare la Corte costituzionale (sent. n. 389 del 1989) ha ulteriormente affermato che la Corte di giustizia, quale interprete qualificato del diritto comunitario, «ne precisa autoritariamente il significato»”.


Dalla lettura delle due citate sentenze della Suprema Corte restano una certezza e un dubbio. La certezza è che l’unica interpretazione della nozione di rifiuto cui oggi si può ragionevolmente aderire è quella fornita dalla Corte di Giustizia CE nella più volte richiamata sentenza 11 novembre 2004, Niselli. Il dubbio, invece, riguarda le conseguenze giuridiche del contrasto tra la nozione comunitaria di rifiuto e la norma interna di interpretazione autentica. Infatti, se si accogliessero le conclusioni della sentenza n. 20499/2005, i giudici nazionali e, ancor prima, le Pubbliche Amministrazioni, dovrebbero disapplicare l’art. 14 del D.L. n. 138/2002, adottando provvedimenti come se esso non fosse mai stato emanato. Al contrario, se si accettasse il principio formulato nella sentenza n. 17836/2005, l’art. 14 del D.L. n. 138/2002 rimarrebbe applicabile sino a quando un’autorità giurisdizionale, dovendo farne applicazione in un caso concreto, non sia costretta a sollevare la relativa questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Consulta. Questo è quanto accaduto di recente,; con ordinanza del 14 dicembre sorso, infatti, la Cassazione ha rinviato alla Corte Costituzionale un’eccezione con l’interpretazione autentica di “rifiuto”. Il sospetto è che la definizione di rifiuto di cui al D. Lgs. n. 22/1997 (c.d. Decreto Ronchi), in relazione agli articoli 11 e 117 della Costituzione, sia in contrasto con le disposizioni comunitarie.



 


5 Novembre 2007


 


 


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INDICE


 


 


PARTE PRIMALA TASSA PER LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI (TARSU)


1.      Premessa


2.      Presupposto della TARSU


3.      Soggettività giuridica


4.      Commisurazione del tributo


5.      Esclusioni dal pagamento del tributo, ex art. 62, comma 2°, del D.     Lgs. n. 507/93


6.      Esclusioni dal pagamento del tributo, ex art. 62, comma 3°, del D. Lgs. n. 507/93 (produzione di rifiuti speciali).


7.      Denunce ed accertamenti (ex artt. 70 e 71, D. Lgs. n. 507/93).


8.      Atto impugnabile. Avviso di accertamento e obbligo di motivazione


9.      Poteri dei Comuni (ex art. 73, D. Lgs. n. 507/93)


 


PARTE SECONDA – LA NOZIONE DI RIFIUTO


1.      Premessa


2.      La definizione della nozione di rifiuto nella normativa vigente.


3.      Le imprecisioni dell’art. 14 D.L. 08/07/2002, n. 138. La giurisprudenza comunitaria più recente in materia.


4.      Recenti interventi della Corte di Cassazione.


 


PARTE TERZA – LA TARIFFA DI IGIENE AMBIENTALE (TIA)


1.                  L’entrata in vigore della Tariffa.


2.            La competenza del giudice tributario e la natura tributaria della Tariffa.


3.            Brevi cenni sulla disciplina della Tariffa dettata dalle disposizioni dell’art. 49, D. Lgs. n. 22/97.


 


 


AVV. MAURIZIO VILLANI


Avvocato Tributarista in Lecce

Patrocinante in Cassazione


www.studiotributariovillani.it – e-mail avvocato@studiotributariovillani.it


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