Le novità fiscali del 06 novembre 2007. In evidenza: aspetti contabili della fusione inversa; come si chiede il rimborso delle spese di giustizia


1) I chiarimenti sugli aspetti contabili della fusione inversa


La fusione inversa si contraddistingue (rispetto alla fusione diretta) giacché è la controllata/partecipata che incorpora la controllante, mentre dal lato sostanziale, si realizza comunque un’aggregazione di due o più patrimoni aziendali.


Si può ricorrere a tale operazione straordinaria ad es. quando la partecipata sia titolare di specifiche licenze o autorizzazioni la cui cessione comporterebbe ingenti oneri, per cui appare più opportuno che l’attività operativa si concentri nella stessa società partecipata.


Altresì la fusione viene considerata come “funzionale” quando occorre portare a compimento altre operazioni di riorganizzazione aziendale, come ad es. quella del leverage buy out, sia al mantenimento della quotazione dei titoli azionari, laddove all’operazione partecipino anche società non quotate: Tipicamente. è il caso in cui, a seguito di una OPA totalitaria realizzata da una società non quotata su di una quotata, si proceda alla fusione inversa. così da consentire l’ammissione alla quotazione della controllante oggetto di incorporazione.


Peraltro, alla fusione inversa si applicano le stesse disposizione del Codice civile (artt. 2501 e seguenti) riservate alla fusione diretta con alcune particolarità (ad es.  si discute dell’applicabilità, o meno, della disciplina prevista dal codice civile relativa alle azioni proprie, all’attuabilità della semplificazione procedurale contenuta nell’art. 2505 del C.c., come anche agli effetti operativi ed al trattamento contabile da riservare alle differenze di fusione che insorgono).


Appunto su tale materia, si è soffermata la Fondazione Aristeia (del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti), con la circolare n. 79/2007 che ha trattato i seguenti relativi aspetti contabili.


Gli effetti contabili della fusione inversa


Ipotizzando la seguente situazione:


 


Situazione patrimoniale Società Alfa controllante:


Attivo


Azioni in Beta pari al 40% = euro 500


Altre attività = euro 1.100


Passivo


Capitale sociale =euro euro 1.200


Passività = euro 400


 


Situazione patrimoniale Società Beta controllata:


Attivo


Attività = euro 800


Passivo


Capitale sociale =  euro 400


Riserve = euro 200


Passività = euro 200


 


Trattamento contabile delle azioni proprie nella fusione inversa


Le principali scritture contabili che la incorporante redige nel libro giornale sono le seguenti:


1) aumento del capitale sociale:


Azionisti c/sottoscrizione a Debiti v/soc. leasing euro  800


 


2) Ricezione del patrimonio aziendale trasferito


Diversi                              a                  Diversi            euro 1.600


 


Altre attività    euro 1.100


Azioni proprie euro    500


                                        a Passività                           euro   400


                                        a Azionista c/sottoscrizione euro   800


                                        a Avanzo da con cambio      euro  400


 


 


Poi a fusione inversa avvenuta, la situazione patrimoniale di Beta é la seguente:


 


Situazione patrimoniale Società Beta (controllata) post fusione


 


Attivo


Attività di Beta = euro 800


Attività di Alfa  = euro 1.100


Azioni proprie = euro 500


Totale = euro 2.400


 


Passivo


Capitale sociale = euro 1.200


Riserve = euro 200


Diff negativa da con cambio = euro 400


Passività Alfa = euro 400


Passività Beta = euro 200


Totale = euro 2.400


 


L’iscrizione delle azioni proprie (corrispondente alla partecipazione ante fusione posseduta dalla Alfa) si dovrebbe compiere nel rispetto delle norme prescritte dal codice civile ciò significa tra l’altro che la incorporante, ai sensi dell’art. 2537 ter del Cc.. (ha rilevato la circolare Aristeia) dovrebbe provvedere alla costituzione di una riserva azioni proprie per l’ammontare corrispondente al valore cui risultano recepiti i titoli azionari. stornando le riserve disponibili – ove esistenti – oppure utilizzando la differenza negativa da concambio che si è venuta eventualmente a creare.


Infine, il documento della Fondazione Aristeia N. 79/2007 riporta altri casi ed esempi pratici sulla medesima disciplina.


 


 


2) Contributo unificato di iscrizione a ruolo: Come si chiede il rimborso delle spese di giustizia


Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fornito, con la Circolare n. 33/2007, le istruzioni operative in materia di rimborso del contributo unificato di iscrizione a ruolo istituito dall’art. 9, legge n. 488/1999: Tale norma ha previsto, in sostituzione di una serie di tributi e diritti, l’obbligo del versamento (da effettuare anticipatamente) di un importo forfetario determinato in base al valore e alla natura del procedimento giurisdizionale di riferimento, indipendentemente dagli atti e dalle attività posti in essere.


Diritto al rimborso


Il diritto al rimborso del contributo unificato sorge a favore dei soggetti che abbiano effettuato il versamento del tributo indebitamente o in misura superiore a quella dovuta. Tali situazioni si possono verificare, ad esempio, nelle ipotesi di:


– Versamento di somme eccedenti lo scaglione di riferimento;


– duplicazione dei versamenti;


– versamento effettuato a fronte di procedimento giurisdizionale esente;


– versamento al quale non ha fatto seguito il deposito e l’iscrizione a ruolo dell’atto introduttivo del giudizio.


Il diritto al rimborso deve essere esercitato, a mezzo apposita istanza, entro il termine di decadenza di due anni, decorrente dal giorno in cui è stato eseguito il versamento, giusta previsione dell’art. 21, comma 2, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546.


Le eventuali richieste prodotte oltre il suddetto termine biennale di decadenza non verranno accolte.


Per l’utile proposizione dell’istanza di rimborso, devono essere univocamente identificabili:


– L’ufficio giudiziario competente;


– il contribuente che ha effettuato il versamento;


– il giudizio di riferimento.


Casi in cui non spetta il rimborso


In taluni casi non spetta il rimborso, ad es. per i versamenti eseguiti a mezzo F23, l’erronea indicazione del codice ufficio o del codice tributo, non costituisce di per sé una ragione sufficiente a generare il diritto al rimborso di quanto versato (gli errori occorsi possono essere rettificati, inviando una apposita comunicazione all’ufficio giudiziario interessato e all’Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate competente in base al versamento eseguito).


E’, inoltre, preclusa la possibilità di ottenere la restituzione delle somme versate, nell’ipotesi di mancato deposito dell’atto introduttivo del giudizio a fronte di versamento eseguito presso le ricevitorie di generi di monopolio e di valori bollati, per l’evidente impossibilità di individuare l’effettivo contribuente, unico soggetto legittimato a chiedere un eventuale rimborso,


Infine, non viene dato corso alle richieste di rimborso di importo complessivo inferiore a 12 euro.


Istanza
Nell’istanza di rimborso – redatta in carta semplice e prodotta all’ufficio giudiziario competente, individuato sulla base del relativo procedimento giurisdizionale ovvero (nel caso questo non sia stato più promosso), dell’indicazione contenuta sul bollettino di conto corrente postale o sul modello di versamento F23 – oltre alle generalità, il richiedente o i richiedenti devono precisare:


– La data e il luogo di nascita;


– il codice fiscale;


– la residenza e il relativo CAP;


– il domicilio, se diverso dalla residenza, e il recapito cui indirizzare le comunicazioni con l’eventuale indicazione del numero di telefono e dell’indirizzo di posta elettronica;


– gli elementi idonei alla agevole identificazione del giudizio per il quale è stato versato il contributo unificato;


– gli estremi del versamento o dei versamenti effettuati, con il relativo importo;


– l’importo richiesto a rimborso;


– la modalità di pagamento prescelta per il rimborso degli importi reclamati.


L’istanza deve contenere, inoltre, la dichiarazione dell’inesistenza di altre analoghe richieste di rimborso fondate sui medesimi presupposti, e devono essere corredate della documentazione comprovante il diritto al rimborso.


Controllo, liquidazione e pagamento


L’ufficio giudiziario competente, acquisita l’istanza di rimborso, provvede preliminarmente ad accertare la legittimazione del contribuente istante (che deve coincidere con il soggetto che ha provveduto al versamento del contributo unificato).


L’ufficio procede al riscontro delle dichiarazioni rese e delle richieste avanzate, appurando, in particolare, l’effettività dell’importo del versamento e la sussistenza dei presupposti indicati a fondamento del diritto vantato. Una volta concluso il riscontro con il riconoscimento del diritto al rimborso e con la quantificazione del relativo ammontare, l’ufficio compendia gli esiti dell’istruttoria compiuta in un’apposita attestazione, affinché il servizio competente possa procedere alla susseguente fase di liquidazione.


Il provvedimento di liquidazione deve contenere:


– I dati anagrafici e il codice fiscale del contribuente titolare del rimborso;


– la somma da rimborsare;


– la data di decorrenza degli interessi, da calcolarsi per semestre intero, escluso il primo (dalla data di versamento sino alla data dell’ordine di pagamento);


– (qualora sia stato richiesto il pagamento a mezzo accredito) le coordinate del relativo conto corrente bancario o postale secondo lo standard internazionale IBAN intestato o cointestato al contribuente beneficiario.


L’Agenzia delle Entrate eseguirà il pagamento delle somme a rimborso, mediante l’emissione di apposito ordinativo, comprensivo del capitale e degli interessi maturati, a favore del beneficiario.


Recupero delle somme erroneamente rimborsate


Infine, nel caso di somme indebitamente rimborsate per errori occorsi nel procedimento di liquidazione oppure per altri disguidi, viene previsto che il competente ufficio giudiziario, informato dall’Agenzia delle Entrate, provvederà a recuperare le relative somme mediante iscrizione a ruolo ai sensi dell’art. 43, D.P.R. n. 602/1973.


Alla circolare del Ministero Economia e Finanze n. 33/2007 sono allegati:


uno schema di istanza di rimborso (allegato n. 1);


uno schema di provvedimento di liquidazione (allegato n. 2);


uno schema di provvedimento di rigetto della richiesta di rimborso (allegato n. 3).


(Circolare Ministero Economia e finanze n. 33 del 26.10.2007)


 


 


3) Corsi per divenire autotrasportatori svolti da un centro studi: Sono esenti da IVA al rispetto di determinate condizioni


Possono usufruire del regime di esenzione dall’IVA di cui all’art. 10, n. 20), del DPR n. 633/1972 i corsi di preparazione all’esame di idoneità professionale per autotrasportatori svolti dal Centro Studi a condizione che siano autorizzati dal competente Ministero dei Trasporti che ne effettua  il controllo e la vigilanza.


Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate a fronte di una istanza di interpello posta da un centro studi, costituito sotto forma di un organismo associativo senza fine di lucro tra imprese esercenti l’attività di consulenza per la circolazione dei mezzi di trasporto e di autoscuola, aderenti ad una Unione, per lo svolgimento di “attività di ricerca e formazione attinenti l’attività di circolazione dei mezzi, dei loro conducenti e delle diverse imprenditorialità esistenti nel campo dei trasporti su strada”.


Il Centro ha riferito di essere autorizzato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ad effettuare i corsi di preparazione agli esami di capacità professionale per gli autotrasportatori di cose per conto di terz e per autotrasportatori di viaggiatori.


A tal fine, la circolare del ministero dei Trasporti n. 5/2006/Apc, ha già fornito le istruzioni sullo svolgimento dei corsi di formazione per la preparazione all’esame di idoneità professionale per autotrasportatori, infatti, ha definito:


– le caratteristiche che i corsi devono possedere (materie e ore di lezione, durata dei corsi e delle lezioni, programma dei corsi ecc.);


– la procedura per la comunicazione di inizio dei corsi (che deve pervenire almeno 30 giorni prima, unitamente al calendario delle lezioni e all’elenco dei docenti, al fine di consentire i controlli sulla regolarità dei corsi stessi);


– gli adempimenti di fine corso (che comprendono l’invio agli uffici competenti del verbale di fine corso e del registro di classe);


– le modalità per il rilascio degli attestati di frequenza (che può avvenire solo in caso di esito positivo della verifica della documentazione relativa al corso);


– il numero minimo dei docenti per lo svolgimento del corso e i requisiti professionali degli stessi;


– la gestione dell’elenco degli enti autorizzati ad effettuare i corsi di formazione, connessa alla verifica periodica dell’operatività dei medesimi enti.


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione n. 308 del 05.11.2007)


 


 


4) L’I.S.P.E.S.L., organo tecnico-scientifico alle dipendenze del Ministero della Sanità, paga le ritenute con il modello F24


L’I.S.P.E.S.L. (non essendo un ente incluso nelle tabelle A e B allegate alla legge n. 720 del 1984) deve effettuare i versamenti delle ritenute operate utilizzando il modello unificato F24.


Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate in risposta ad interpello.


L’I.S.P.E.S.L., non figurando nell’elenco degli enti pubblici di cui alle tabelle A e B allegate alla citata legge n. 720 del 1984, non è obbligato ad effettuare i versamenti delle ritenute operate presso le sezioni di tesoreria provinciale dello Stato ai sensi dell’art. 3, secondo comma, lett. h-bis) del D.P.R. n. 602/1973, ma deve effettuare tali versamenti mediante l’utilizzo del modello unificato F24.


L’art. 34, comma 3, della legge n. 388/2000 (legge finanziaria per il 2001), aggiungendo all’art. 3, comma 2, del D.P.R. n. 602/1973 la lettera h-bis), ha esteso l’applicazione delle procedure di riscossione mediante versamento diretto alle Sezioni di tesoreria provinciale dello Stato alle ritenute operate dagli enti pubblici indicati nelle tabelle A e B allegate alla legge n. 720/1984, istitutiva del sistema di tesoreria unica per enti ed organismi pubblici.


Ciò al fine di far confluire tali versamenti direttamente in tesoreria, senza l’intervento di intermediari, e consentire l’incameramento delle ritenute operate dagli enti pubblici con un certo anticipo ed un risparmio in termini di valuta rispetto all’utilizzo del modello unificato F24.


Tuttavia, necessita uno specifico provvedimento al fine di essere inseriti nelle suddette tabelle, in mancanza l’ente deve pagare con il modello F24.


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione n. 309 del 05.11.2007)


 


 


5) Detrazione irpef su mutuo prima casa: Non spetta se manca la comunicazione al comune di inizio lavori


Non è possibile usufruire della detrazione Irpef del 19% degli interessi passivi sul mutuo acceso per il completamento di un immobile da adibire ad abitazione principale se non si è provveduto a comunicare al Comune la data di inizio lavori.


Nel fornire tale parere, L’Agenzia delle Entrate ha poi fatto presente, tra l’altro, che, ai sensi dell’art. 3, comma 1, del Decreto n. 311/1999, tra gli adempimenti richiesti per potere usufruire della detrazione d’imposta, viene previsto espressamente che il contribuente conservi ed esibisca o trasmetta anche in copia le abilitazioni amministrative richieste dalla vigente legislazione edilizia.


Nel caso di specie, non essendo stata presentata alcuna richiesta per la voltura, l’abilitazione amministrativa risulta essere intestata ancora alla impresa costruttrice che ha ceduto l’immobile.


Per potere usufruire della detrazione d’imposta di cui all’art. 15, comma 1-ter, del Tuir, non assume rilevanza la data delle fatture comprovanti le spese sostenute per la costruzione dell’immobile, atteso che l’emissione delle stesse potrebbe essere successiva all’effettiva data di inizio dei lavori.


Ai sensi dell’art. 6, comma 3, del D.P.R. n. 633 del 1972, infatti, le prestazioni di servizi si considerano effettuate non al momento in cui sono rese, ma all’atto del pagamento del corrispettivo.


Il quesito fatto dal contribuente a cui è stato negato il diritto alla detrazione Irpef


Il  28/6/2005, un contribuente ha acquistato un immobile allo stato grezzo da adibire ad abitazione principale e, contestualmente all’acquisto, ha stipulato un contratto di mutuo ipotecario per la costruzione dell’abitazione principale.


Nei sei mesi successivi alla data di stipula del contratto di mutuo ipotecario, ha iniziato i lavori di completamento dell’immobile da adibire ad abitazione principale senza comunicare, però, al Comune la data di inizio lavori.


Lo stesso contribuente non ha richiesto, infatti, un nuovo permesso di costruire al Comune, ma ha proseguito i lavori di finitura dell’immobile acquistato allo stato grezzo utilizzando la concessione edilizia che era stata rilasciata all’impresa costruttrice in data 30 ottobre 2004.


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione n. 310 del 05.11.2007)


 


 (a cura di Vincenzo D’Andò)


 


 


Partecipa alla discussione sul forum.