Accertamento imposte dirette su avviamento da cessione d'aziende

Quando si effettua una cessione d’azienda pende sempre, sul cedente in primis e sul cessionario poi, la spada di Damocle dei possibili, o per meglio dire probabili, accertamenti dell’Agenzia delle Entrate volti a verificare la congruità dell’importo di avviamento dichiarato sia ai fini dell’imposta di registro sia ai fini delle imposte sul reddito.


I due accertamenti sono assolutamente indipendenti l’uno dall’altro, ma solitamente l’Agenzia li effettua entrambi. Tuttavia, se nel caso dell’imposta di registro l’aliquota è irrisoria e si tende a raggiungere sempre un accordo con l’Agenzia, quando si tratta delle imposte sul reddito ci dobbiamo confrontare con importi da pagare ben più elevati. Per questi motivi è sempre più frequente la situazione in cui il contribuente abbia accettato un’adesione ai fini dell’imposta di registro, per evitare un contenzioso sicuramente più costoso, e si veda recapitare successivamente avviso di accertamento, ai fini delle imposte sui redditi, in cui l’Ufficio semplicemente stabilisce come importo congruo di avviamento quello oggetto della precedente adesione. È evidente che tale sistema offre all’Agenzia delle Entrate la possibilità di risparmiare un bel po’ di lavoro, non dovendo effettuare calcoli volti a determinare il valore dell’avviamento, ma allo stesso tempo consegna al contribuente le chiavi per aprire la porta di un contenzioso che, sebbene sia in ogni caso rischioso vista l’alea insita in ogni giudizio, ha buone possibilità di portare al completo annullamento dell’Avviso di Accertamento.


A questo proposito è sicuramente interessante esaminare la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Regionale di Bari N. 73 del 04/10/2007.


Nel caso specifico si trattava di un contribuente che aveva aderito all’Accertamento per l’imposta di registro (Importo di avviamento oggetto di adesione Lire 44.300.000) e successivamente aveva ricevuto ulteriore accertamento,  ai fini delle imposte sui redditi, nel quale l’avviamento dichiarato nell’atto di cessione d’azienda (Lire 20.000.000) era stato aumentato fino all’importo definito ai fini del registro (Lire 44.300.000).


Il giudizio di primo grado si era concluso con una sentenza a dir poco sconcertante in cui la Commissione Provinciale affermava l’esistenza di un obbligo, se non addirittura un diritto, da parte dell’Agenzia delle Entrate di accertare ai fini delle imposte sui redditi lo stesso valore di avviamento oggetto di adesione ai fini del registro. Tutto ciò senza che fossero in alcun modo prese in considerazione le eccezioni del contribuente circa l’onere, a carico dell’Agenzia, di provare l’effettivo incasso dell’eventuale maggior importo di avviamento, e l’esistenza di presupposti imposta assolutamente diversi tra l’imposta di registro (che tassa il valore del bene) e le imposte sul reddito (che tassano i redditi percepiti). La sentenza di primo grado si basava essenzialmente su una personalissima interpretazione della sentenza N. 4117 della Corte di Cassazione, la quale sancisce che il valore definitivamente assegnato ai fini dell’imposta di registro, all’avviamento nell’ambito di trasferimento d’azienda, è vincolante per l’amministrazione finanziaria nell’accertamento, ai fini delle imposte sul reddito, avente ad oggetto plusvalenze realizzate con lo stesso trasferimento.


Tale motivazione è stata completamente confutata dalla sentenza di secondo grado che ha cassato quella di primo grado per i seguenti motivi:


1)      L’Ufficio ha determinato il valore di avviamento ai fini della determinazione del reddito d’impresa esclusivamente sulla base delle risultanze del valore determinato in sede di accertamento con adesione ai fini dell’imposta di registro, senza addurre altri indizi o elementi che,  ai fini dell’imposta sul reddito, potessero giustificare l’attribuzione del maggior reddito percepito nella stessa misura determinata ai fini dell’imposizione indiretta. Sotto tale profilo, dunque, non è condivisibile la sentenza impugnata.


2)      La sentenza impugnata assume come assoluta l’identità della base imponibile sia ai fini dell’imposta di registro che dell’Irpef quando, invece, la prima tiene conto del valore venale in comune commercio (Art. 51 comm. 1,2 e 4 D.P.R. n. 131/1986) mentre la seconda fa riferimento al realizzo del corrispettivo (art. 86 comma 2 D.P.R. n. 917/1986) a titolo di avviamento.


3)      La sentenza N. 4117 della Corte di Cassazione ha affermato che l’Amministrazione finanziaria è vincolata ad assumere la stessa base imponibile ai fini dell’Irpef e dell’Imposta di registro in quanto – nel caso specifico – l’Ufficio aveva ritenuto congruo il valore dell’avviamento in sede di determinazione dell’imposta di registro e tale congruità significava riconoscimento del prezzo realmente pagato per l’avviamento. Pertanto la sentenza della Cassazione non è assolutamente applicabile alla fattispecie in questione e soprattutto sancisce un importante principio a favore del contribuente, e non dell’Agenzia.


4)      La decisione della Commissione Tributaria Centrale n. 5016 del 05/07/1990 afferma che “è illegittimo l’accertamento con cui l’ufficio delle imposte determini le plusvalenze realizzate con una cessione d’azienda esclusivamente con riferimento al valore definito in sede d’imposta di registro, dato che questo può avere un carattere solo indicativo, dovendo essere suffragato da altri indizi o elementi.


5)      La sentenza N. 16700 del 08/08/2005 della Corte di Cassazione recita che “in tema d’imposte sui redditi d’impresa, per la determinazione della plusvalenza realizzata con la vendita di un immobile” – ma lo stesso può valere per l’avviamento – “ai sensi dell’art. 54 (ora 86) D.P.R. n. 917/1986, in base all’inequivoco significato del termine <<corrispettivo>>” – per l’avviamento si parla di realizzo – “occorre aver riguardo alla differenza fra prezzo di cessione e quello di acquisto, e non al valore di mercato del bene, come per l’imposta di registro, essendo i principi relativi alla determinazione del valore di un bene che viene trasferito diversi a seconda dell’imposta da applicare”.


In conclusione, dalla sentenza della Commissione Regionale si può evincere il seguente  principio: nell’accertamento dell’avviamento per cessione azienda ai fini delle imposte sul reddito non ha alcuna rilevanza il valore definito ai fini dell’imposta di registro, a meno che non sia supportato da ulteriori elementi, costituenti presunzioni gravi, precise e concordanti, volti a dimostrare inequivocabilmente il realizzo di un maggior reddito rispetto a quanto dichiarato nell’atto di cessione d’azienda.


Credo tale principio, fondato completamente su giurisprudenza di Cassazione, rappresenti un punto fondamentale a favore del contribuente, che si trovi a dover giustificare all’Agenzia un maggior valore di avviamento in realtà mai percepito, e che soprattutto rischi che la volontà di evitare un inutile e costoso contenzioso, lo porti ad effettuare un’adesione ai fini dell’imposta di registro, che si possa rivelare un’arma a doppio taglio in un probabile futuro accertamento ai fini delle imposte dirette.


 


Dott. Rag. Vito Vittorione


    


23 Novembre 2007


 

Condividi:
Maggioli ADV
Gruppo Maggioli
www.maggioli.it
Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it www.maggioliadv.it