I versamenti per il fondo Est: la tesi dell’obbligatorietà


La contribuzione al Fondo Est, dal momento della sua prima applicazione, ha acceso 


un profondo dibattito sull’obbligatorietà della iscrizione.


 


Il Ministero del lavoro (interpello del 21 dicembre 2006, n. 7573) afferma che nelle clausole istitutive dei fondi di assistenza sanitaria integrativa non si ravvisa obbligo di versamento né, tanto meno, una mancata contribuzione fa venir meno i benefici normativi e contributivi previsti dall’art. 10, legge n. 30/2003. Ciò in quanto tali clausole non disciplinano direttamente il rapporto di lavoro.


Questa espressione viene presa direttamente dalla giurisprudenza di merito che, con riferimento alla natura delle clausole contrattuali, le definisce “non disciplinanti direttamente il rapporto di lavoro ma che fanno sorgere degli obblighi solo per i soggetti collettivi contraenti”.  La mancata contribuzione al Fondo non rappresenta un non integrale rispetto degli accordi ai contratti collettivi di categoria, con conseguente perdita dei benefici normativi e contributivi; diversamente, sempre secondo il Ministero, che ritiene sufficiente l’osservanza della sola parte economica e normativa dei contratti e non anche di quella obbligatoria, si creerebbe un contrasto tra la norma, i principi costituzionali di libertà sindacale e quelli comunitari di concorrenza. Nella circolare 74/2005 anche l’INPS è dello stesso parere.


 


Citando il testo della conclusione ministeriale: con riferimento al caso di specie si può dunque ritenere che le clausole contrattuali istitutive dei fondi di assistenza sanitaria integrativa per i lavoratori del settore turismo e terziario, distribuzione e servizi, presentino tutti gli elementi e le caratteristiche per poter rivestire natura obbligatoria. Di conseguenza, essendo la mancata applicazione di clausole contrattuali meramente obbligatorie irrilevante, come si è visto, ai fini specifici del riconoscimento dei benefici di cui all’art. 10, legge n. 30/2003, non si pone il problema di una diversità di trattamento applicabile alle aziende del settore in dipendenza dalla loro iscrizione alle organizzazioni sindacali stipulanti, purché vi sia l’integrale rispetto della parte normativa dei citati contratti di categoria.


 


Il Fondo Est non è d’accordo, ed a difesa delle sue posizioni afferma che i pareri dei Ministeri sono privi di qualsiasi valenza giuridicamente vincolante essendo acclarato  che l’interpretazione dei contratti collettivi di diritto comune è riservata al giudice di merito. Definisce, intanto, il parere del Ministero non maggioritario della giurisprudenza di legittimità, ed inoltre, nell’affermata esclusione della obbligatorietà dei versamenti a Est per le aziende non iscritte, verrebbero a crearsi disparità nei confronti dei lavoratori iscritti e non al fondo. A sostegno porta la tesi di un lavoratore che deve sottoporsi ad un’importante operazione chirurgica: nel caso di non iscrizione rischierebbe di sopportare interamente l’onere della spesa. La disparità evidenziata contrasterebbe con i principi generali di legge, ed in particolare violerebbe l’art. 36 Cost. e l’art. 10, legge n. 30/2003. In tale circostanza il lavoratore avrebbe diritto ad agire nei confronti dell’azienda per il risarcimento del danno subito. Proseguendo si riferisce a sentenze di Cassazione (n. 8842/1992 e n. 5625/2000), in cui si illustra che accanto alla parte economica e normativa, si aggiunge una parte obbligatoria finalizzata a regolare i rapporti fra le associazioni sindacali partecipanti alla stipulazione dei contratti collettivi. Gli obblighi derivanti dalle clausole contrattuali interessano positivamente sia i lavoratori che i datori di lavoro del settore. Ed ancora la sentenza n. 11718/2000 afferma che le disposizioni “obbligatorie” spesso hanno, comunque e necessariamente, una valenza normativa, da cui deriva una doppia posizione: obbligatoria nei confronti dell’organizzazione sindacale e normativa sul piano della disciplina del rapporto individuale di lavoro.  


 


Insomma Est non demorde, anzi sottolinea come, secondo quanto esposto, in caso di giudizio civile, potrebbe esigere forzatamente il “dovuto”.


 


Personalmente penso che Est voglia puntare “sull’istituto della paura e della punizione” , a fronte del quale il contribuente azienda potrebbe capitolare. Deve, però, tener presente, che un interpello non è un parere di parte privo “di qualsiasi valenza giuridicamente vincolante”; in esso il Ministero è stato chiaro sulla “non obbligatorietà del contributo ai fondi integrativi sanitari di origine contrattuale”; e bisogna, anche, ricordare che dall’entrata in vigore dell’art. 2, comma 113, Dl 3.10.2006, n. 262, modificato dalla legge 286/06, l’adeguamento da parte delle aziende alle indicazioni fornite nelle risposte agli interpelli esclude l’applicazione delle relative sanzioni penali, amministrative e civili.


Pertanto, non è possibile imputare una responsabilità diretta della singola azienda chiamata a risarcire il lavoratore che abbia subito un danno per la mancata attivazione delle coperture previste dal fondo. Osservando l’indirizzo ministeriale le aziende sarebbero in buona fede, e la posizione del Ministero non è una mera circolare senza identità giuridica. Tra l’altro, a copertura di ogni eventuale danno di qualsivoglia natura risarcitoria, la tutela potrebbe venire anche da polizze assicurative diverse.


 


2 Agosto 2007


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