La riassunzione del giudizio



 


Con circolare n. 8/T del 20 giugno 2007, l’Agenzia del Territorio ha fornito dei chiarimenti in ordine all’opportunità o meno di procedere  alla riassunzione di processi innanzi alle Commissioni  tributarie  regionali,  a seguito di sentenze della Corte di Cassazione, riguardanti,  principalmente, il contenzioso sulla determinazione della rendita catastale  delle  centrali elettriche.


L’intervento si è reso necessario per i dubbi avanzati sull’applicabilità,   al processo tributario, dell’art. 310, comma 2, del codice di procedura civile, che stabilisce espressamente il principio secondo  cui  “l’estinzione  rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le  sentenze  di  merito  [c.p.c.  277] pronunciate nel corso del processo  e  quelle  che  regolano  la  competenza [c.p.c. 49; disp. att. c.p.c. 129]”.


 


Il dettato normativo tributario


 


L’art. 63 del D.Lgs n. 546/92 così dispone:


1. Quando la Corte di Cassazione rinvia la causa alla Commissione Tributaria provinciale o regionale la riassunzione deve essere fatta nei confronti di tutte le parti personalmente entro il termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della sentenza nelle forme rispettivamente previste per i giudizi di primo e di secondo grado in quanto applicabili.


2. Se la riassunzione non avviene entro il termine di cui al comma precedente o si avvera successivamente ad essa una causa di estinzione del giudizio di rinvio l’intero processo si estingue.


3. In sede di rinvio si osservano le norme stabilite per il procedimento davanti alla Commissione Tributaria a cui il processo è stato rinviato. In ogni caso, a pena d’inammissibilità, deve essere prodotta copia autentica della sentenza di Cassazione.


4. Le parti conservano la stessa posizione processuale che avevano nel procedimento in cui è stata pronunciata la sentenza cassata e non possono formulare richieste diverse da quelle prese in tale procedimento, salvi gli adeguamenti imposti dalla sentenza di Cassazione.


5. Subito dopo il deposito dell’atto di riassunzione, la segreteria della Commissione adita richiede alla cancelleria della Corte di Cassazione la trasmissione del fascicolo del processo.


 


L’analisi del Territorio


 


L’analisi dell’Agenzia del Territorio prende le mosse dall’art. 392 del codice di procedura civile, secondo cui  ” la  riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio [c.p.c. 50, 383,  389]  può  essere fatta da ciascuna delle parti non oltre un anno  dalla  pubblicazione  della sentenza della Corte di cassazione”.


Nell’ambito del processo tributario, in particolare, “quando la Corte di Cassazione  rinvia  la  causa  alla  Commissione  tributaria  provinciale  o regionale la riassunzione deve essere fatta nei confronti di tutte le  parti personalmente entro il termine perentorio di  un  anno  dalla  pubblicazione della sentenza nelle forme rispettivamente previste per i giudizi di primo e di secondo grado in quanto  applicabili”  (art. 63,  comma  1,  del  D.Lgs. n. 546/1992).


Di conseguenza, la mancata o l’intempestiva riassunzione della  causa  – nel termine anzidetto e salvo chiaramente il computo della  sospensione  dei termini per il periodo feriale – determinano, ai sensi del comma 2 dell’art. 63 citato, l’estinzione dell’intero processo, nonché  la  conseguente caducazione di tutte le pronunce emesse nel corso dello  stesso,  eccettuate quelle già passate in giudicato e  con  salvezza  dell’atto  originariamente impugnato  in  primo  grado;  sia  esso  un  avviso  di  accertamento  o  di impugnazione o comunque ogni altro atto autonomamente impugnabile  ai  sensi dell’art. 19 del D.Lgs. n.  546/1992.  La  stessa  conseguenza  si  verifica laddove, iniziato il giudizio di rinvio, questo si estingua”.


 


La natura del giudizio di rinvio: gli indirizzi giurisprudenziali


 


Il principio secondo  cui,  nell’ipotesi  di  mancata  riassunzione  del giudizio o di estinzione del giudizio di rinvio, si  determina  l’estinzione dell’intero  processo,  discende  dal  fatto  che  il  giudizio  di   rinvio (cosiddetto rinvio proprio) non costituisce rinnovazione o prosecuzione  del processo di appello.


Sulla questione, la Corte di Cassazione con  sentenza  n.  1824  del  28 gennaio 2005 ha chiarito che “… il giudizio  di  rinvio  conseguente  alla cassazione della pronuncia di secondo grado per motivi di  merito  (giudizio di rinvio in senso proprio) non costituisce la prosecuzione della  pregressa fase di merito e non è destinato a confermare o  riformare  la  sentenza  di primo grado, ma integra una nuova ed autonoma fase  che,  pur  soggetta  per ragioni di rito alla disciplina riguardante il  corrispondente  procedimento di primo o secondo grado, ha natura rescissoria (ovviamente nei limiti posti dalla pronuncia  rescindente),  ed  è  funzionale  alla  emanazione  di  una sentenza che, senza sostituirsi ad alcuna precedente pronuncia, riformandola o modificandola, statuisce direttamente sulle domande proposte dalle parti“.


La Suprema Corte, sul punto, ha ulteriormente osservato che per  effetto di quanto disposto  dall’art.  393  del  codice  di  procedura  civile  “… l’estinzione del giudizio di rinvio per mancata riassunzione nel  termine  o per il verificarsi di una causa di estinzione non determina il passaggio  in giudicato della sentenza di primo grado, ma la sua  inefficacia,  salvi  gli effetti della sentenza della Corte di Cassazione ed eventualmente  l’effetto della cosa giudicata acquisito dalle pronunce emanate nel corso del giudizio (così, tra le altre, Cass. n. 13833/2002;  n.  6911/2002;  n. 3475/2001;  n. 14892/2000; n. 5901/1994)“.


Di conseguenza, afferma il Territorio, “ una volta cassata  la  sentenza  di  secondo  grado  non avrebbe senso ipotizzare la sopravvivenza della pronuncia di prime cure, dal momento che la sentenza di appello, di fatto,  sostituisce  la  sentenza  di primo grado assorbendone gli effetti”.


Le previsioni contenute nell’art.63  del  D.Lgs.  n.  546/1992    che riproduce pressoché integralmente il disposto dell’art. 393  del  codice  di procedura civile (eccezion fatta per la parte di questa disposizione che  fa salva comunque la sentenza della  Suprema  Corte)    costituiscono  diretta applicazione del cosiddetto effetto sostitutivo della  sentenza  di  secondo grado rispetto a quella di primo (da cui discende, altresì,  la  circostanza che per effetto della estinzione del processo sopravvivono soltanto le parti delle sentenze non oggetto di impugnazione, e quindi coperte da giudicato).


A tal proposito, il giudice di legittimità, con sentenza n. 465  del  18 gennaio 1983, ha affermato che qualora, in  seguito  alla  cassazione  della sentenza di appello che abbia dichiarato inammissibile il gravame, la  causa non  sia  stata  riassunta  in  sede  di  rinvio,  o  sia  stata   riassunta tardivamente, si verifica, a norma dell’art. 393  del  codice  di  procedura civile, l’estinzione non solo della fase processuale  nella  quale  è  stata emessa la sentenza cassata, bensì dell’intero processo, con  il  conseguente venir meno della decisione di primo grado, poiché  le  uniche  pronunce  che resistono all’estinzione del giudizio di rinvio sono quelle già  coperte  da giudicato, in quanto non investite da appello o ricorso per  cassazione,  in base ai principi della formazione progressiva del giudicato.


Tale principio è stato ulteriormente confermato dalla sentenza n. 17372 del 6 dicembre 2002,  nella  quale  è  stato  evidenziato  che  la  mancata riassunzione non …” può “… determinare il passaggio in  giudicato  della sentenza riformata, ma ...” causa “… l’estinzione dell’intero giudizio, ai sensi degli artt. 392 e 393 del codice di procedura civile, che disciplinano specificamente il giudizio di rinvio. Non è, infatti, applicabile  la  norma dell’art. 338 del codice di procedura civile, dettata per la diversa ipotesi del procedimento di impugnazione“.


 


Gli effetti della estinzione del giudizio: valutazioni conclusive


 


Dalle osservazioni che precedono l’Agenzia del Territorio, nel documento di prassi appena pubblicato, ne desume il principio generale che nel processo tributario la mancata riassunzione del giudizio per  inattività delle parti, conduce irreversibilmente all’estinzione dell’intero  processo, cui peraltro, non si ritiene applicabile l’art. 310, comma 1, del codice  di procedura civile (in virtù del quale “l’estinzione del processo non estingue l’azione”).


Su tale specifico profilo, lo scostamento con la disciplina  applicabile al  processo  civile  emerge  soprattutto   dalla   circostanza   che,   con l’estinzione dell’intero  processo  tributario,  l’atto  da  cui  ha  tratto origine il processo medesimo, successivamente estinto, acquisisce  efficacia definitiva; sotto tale profilo, quindi, non  può  ipotizzarsi  l’attivazione (rectius: incardinazione) di un nuovo processo sullo stesso atto  impositivo che ha acquisito il carattere di definitività per effetto della  intervenuta estinzione del processo.


Da ciò ne deriva  che  l’interesse  a riassumere è ravvisabile in capo alla parte nei cui confronti l’atto  stesso produce effetti, vale a dire, il contribuente-ricorrente, tenendo conto, tra l’altro, che lo stesso, nel giudizio tributario, è sempre parte attrice  del primo grado (cosiddetto attore necessario)”.


In conclusione, se è vero che la riassunzione della  causa  in  sede  di rinvio può essere avanzata da una qualunque delle parti processuali, ciò non equivale a dire, necessariamente, che ciascuna delle parti vi sia obbligata.


Anche  in  questa  fase,   infatti,   domina   il   principio   generale dell’interesse ad agire, sancito  dall’art.  100  del  codice  di  procedura civile, “ cosicché la stessa  riassunzione  dovrebbe  essere  operata  da  chi effettivamente ha  un  interesse  precipuo  (e  concreto)  ad  ottenere  una pronuncia conclusiva (il contribuente), e non dal soggetto nei confronti del quale   potrebbe   risultare   sostanzialmente   vantaggiosa    l’estinzione dell’intero processo (l’Amministrazione Finanziaria), in  quanto  prodromica alla definitività dell’atto impositivo”.


Sulla questione, peraltro, l’Agenzia del Territorio ha acquisito il preventivo parere  dell’Avvocatura  generale dello Stato – parere reso in data 30 maggio  2007,  con nota n.  63883 – . L’organo legale,  in  sostanziale  sintonia  con  gli  orientamenti  sin  qui delineati, ha precisato che la soluzione della problematica prospettata  sia “… offerta dalla norma dettata per il giudizio di rinvio e  contenuta  nel D.Lgs. n. 546/1992 (n.d.r., l’art. 63, comma 2)“.


Tale disposizione, infatti,  stabilisce  che  se  la  riassunzione  non avviene  entro  il  termine  di  cui  al  comma  precedente  o   si   avvera successivamente ad essa una causa  di  estinzione  del  giudizio  di  rinvio l’intero processo si estingue“.


Sulla base del riferimento normativo appena citato,  quindi,  lo  stesso organo legale, ha conclusivamente  osservato  che  la  chiara  formulazione della norma, che prevede la estinzione dell’intero processo,  la  specialità della stessa, in combinato disposto con la  regola  contenuta  nel  comma  2 dell’art.1 del D.Lgs. n. 546/1992, portano  a  ritenere,  per  il  caso  di mancata riassunzione del giudizio di rinvio,  ormai  consolidato  l’atto  di accatastamento originariamente ex adverso impugnato“.


In  altri  termini,  pur  non  potendosi  escludere,  in  assoluto,  che l’Agenzia possa avere l’interesse ad assumere tale iniziativa,  in  presenza di un’utilità concreta ed attuale, comunque  connessa  all’accoglimento  del gravame da parte del giudice di rinvio o di una pronuncia  conclusiva  sulla controversia, l’eventuale interesse  alla  riassunzione  del  giudizio  deve ritenersi di norma riferibile in  capo  al  contribuente-ricorrente,  tenuto conto che l’estinzione  del  processo  comporta  la  definitività  dell’atto originariamente impugnato.


                            


La nostra analisi (1)


 


L’introduzione di quest’autonoma fase del processo tributario avviene mediante la riassunzione di esso dinanzi alla Commissione di pari grado rispetto a quella che ha pronunciato la sentenza cassata.


Pertanto, la parte che ha interesse alla prosecuzione del processo deve riassumerlo nei confronti di tutte le altre parti personalmente, ossia deve notificare l’atto di riassunzione presso la residenza delle controparti e non presso il procuratore costituito. A tale conclusione si perviene, innanzitutto dalla litterae legis che si esprime con il termine “personalmente”; in secondo luogo si ritiene, che debba essere notificata presso la residenza (o presso la sede, se trattasi di persona giuridica) sulla scorta della circostanza che in cassa­zione la parte deve essere assistita da un avvo­cato iscritto nell’apposito albo dei cassazionisti, e, conseguentemente, può essere venuta meno l’elezione di domicilio effettuata nel corso del giudizio di merito. Tale principio deve, necessariamente, trovare applicazione anche per l’amministrazione talchè la riassunzione andrà notificata direttamente all’amministrazione e non all’Avvocatura Generale dello Stato che ha patrocinato l’ente nel giudizio per Cassazione.


La riassunzione dinanzi al giudice indicato discrezionalmente dalla Corte, deve avvenire nel termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della sentenza (fatto salvo il periodo di sospensione feriale ex articolo 1, L. 7 ottobre 1969, n. 742) e nelle forme rispettivamente previste per i giudizi che si sono conclusi con la sentenza cassata.


Come prevede il secondo comma dell’art.63 del D.Lgs. n.546/92 in commento, in caso di inosservanza del suddetto termine perentorio, l’intero giudizio si estingue. Ciò accade anche nel caso in cui, successivamente alla riassunzione, si avveri una causa di estinzione del giudizio di rinvio.


Va precisato che in tali casi, l’estinzione del processo travolge e rende inefficace ogni precedente pronuncia, fatta salva quella relativa all’enunciazione del principio di diritto, indicato dalla Suprema Corte. Ciò implica che tale enunciazione deve essere osservata da qualsiasi Commissione Tributaria che dovesse essere investita della medesima vicenda processuale.


In ordine agli effetti dell’estinzione del giudizio appare necessario effettuare qualche opportuna considerazione.


In primo luogo, a mente delle disposizioni contenute nell’art. 63 del D. Lgs. n. 546/1992 l’amministrazione finanziaria può proporre la riassunzione in giudizio presso l’organo giurisdizionale di merito senza l’autorizzazione all’appello ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 52 del D. Lgs. 546/1992.


Il riferimento, contenuto nell’art. 63, all’osservanza delle norme che disciplinano il giudizio dinanzi al quale la controversia è stata rinviata, infatti, ha riguardo al contenuto dell’atto ed alla modalità di proposizione ma non anche alla richiesta di autorizzazione ad appellare, in quanto manca una esplicita disposizione legislativa in tal senso.


In secondo luogo la predetta autorizzazione non si rende necessaria in ragione del contenuto dell’art. 63, comma 4, del D. Lgs. n. 546/1992 laddove si dispone che “le parti conservano la stessa posizione processuale che avevano nel procedimento in cui è stata pronunciata la sentenza cassata”.


Ciò detto, se nel corso del giudizio cassato l’amministrazione rivestiva il ruolo di appellante, nel giudizio di rinvio assumerà la stessa veste giuridica.


In ordine all’individuazione dell’interesse alla riassunzione della controversia appare opportuno svolgere – come peraltro già fatto dal Territorio – una ricostruzione delle disposizioni contenute nell’art. 63, secondo comma, del D. Lgs. n. 546/1992 nella misura in cui si dispone che “se la riassunzione non avviene entro il termine di cui al comma precedente … l’intero processo si estingue”.


Avevamo già avuto modo di affermare (2) che la formulazione della norma, nel disporre l’estinzione dell’intero processo, sembra precludere l’applicazione al giudizio di rinvio in ambito processual-tributario delle disposizioni contenute nell’art. 310 c.p.c. nella parte in cui si dispone, a contrario, che “l’estinzione rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le sentenze di merito pronunciate nel corso del processo”.


Alla luce delle considerazioni che precedono, stante la sostanziale diversità tra disciplina processual-tributaria e quella processual-civilistica,  l’estinzione del giudizio travolge e rende inefficace ogni precedente pronuncia (l’intero processo si estingue recita l’art. 63 del D. Lgs. n. 546/1992) con l’unica eccezione di quelle coperte da giudicato perché non impugnate.


Ad analoga conclusione si perviene, peraltro, attraverso l’esame della natura del giudizio di appello. La giurisprudenza e la dottrina concordano sulla natura devolutiva del giudizio di appello e sull’effetto sostitutivo della sentenza resa in tale grado. Ragion per cui la sentenza di appello, resa nel merito, qualunque siano gli esiti ed, ovviamente nei limiti della domanda, si sostituisce alla sentenza del precedente grado di merito provocandone la caducazione.


Alla luce di quanto rilevato, appare evidente che l’estinzione dell’intero processo di cui all’art. 63 del D. Lgs. n. 546/1992 travolge tutti i giudizi sin lì celebratisi, con il connesso effetto di consolidare (definitività) gli effetti dell’atto impugnato che sopravvive all’estinzione.


 Nell’instaurare il giudizio di rinvio, nel quale devono essere osservate le norme stabilite per il procedimento davanti al giudice a cui il processo è stato rinviato, la parte procedente – come precedentemente osservato – deve produrre copia autentica della sentenza di Cassazione a pena di inammissibilità .


Dalla lettura del quarto comma dell’art.63, emerge come il giudizio di rinvio appaia, sia pure con i dovuti accorgimenti e con esclusivo riferimento al merito, una rinnovazione del processo che aveva dato luogo alla sentenza cassata.


Le parti non possono formulare richieste (istruttorie o conclusive) diverse da quelle già avanzate nel procedimento, salvo che tale esigenza sorga in conseguenza del nuovo assetto giuridico dato al giudizio dalla Cassazione. Sono da ritenersi riproponibili le questioni che in sede di merito erano state assorbite e, come tali, non erano state oggetto di pronuncia esplicita.


E’ forse pleonastico ricordare che lo sbocco naturale del giudizio di rinvio è costituito da una sentenza, la quale, trovando origine in quella della Cassazione, deve coordinarsi con la stessa e non può tralasciarne, né eludere, alcuna indicazione.


La sentenza del giudice di rinvio, infatti, può essere censurata anche in merito al corretto esercizio dei poteri, per così dire, “delegati” dalla Corte al giudice di rinvio.


 


Gianfranco Antico


 


Luglio 2007 






NOTE




(1) Cfr. sul punto ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso tributario, Il Sole24ore, Milano, II edizione, 2007.



(2)  ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso tributario, Il Sole24ore, Milano, II edizione, 2007.


 


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