Le verifiche fiscali – XVIII parte


Premessa


Sul filone su cui siamo ritornati nella precedente rassegna giurisprudenziale, continuiamo ad illustrare le numerose sentenze che i Giudici Tributari hanno aggiunto in questi ultimi mesi in riferimento alla problematica degli elementi che il Fisco può porre a base di un accertamento cosiddetto “analitico-induttivo”.


 


Il Fisco può effettuare un accertamento induttivo sul conto del figlio


L’accertamento induttivo può fondarsi sui dati raccolti dall’Amministrazione Finanziaria nel conto del figlio del contribuente, sul quale questi opera normalmente. La Corte di Cassazione ha esteso la possibilità di controlli fiscali, ritenendo legittimi anche quelli sugli altri componenti della famiglia. Finora erano stati ritenuti validi quelli vertenti sulla disponibilità della moglie; ora la disposizione sembra coinvolgere anche gli altri componenti della famiglia.


(Cassazione, Sentenza n. 7957/07)


 


La contabilità parallela alla ufficiale inchioda il contribuente


Sempre in tema di accertamento, il ritrovamento, al di fuori della sede sociale, di una contabilità parallela, costituisce indizio grave, preciso e concordante dell’esistenza di imponibili non dichiarati e legittima la rettifica delle dichiarazioni, anche perché consente di presumere che le operazioni in essa annotate non sono state trasfuse nei registri ufficiali dei quali, altrimenti, costituirebbero un inutile doppione.


(Cassazione, Sentenza n. 7915/07)


 


La mancata stampa dei libri contabili durante la verifica legittima il Fisco all’accertamento induttivo


La mancata stampa dei libri contabili nel corso della verifica legittima l’accertamento induttivo.


L’atto impositivo trova la propria base giuridica nella ritenuta inattendibilità delle scritture contabili in quanto non immediatamente stampate all’atto della richiesta dei verbalizzanti.


Nella sentenza, i giudici richiamano il disposto dell’art. 39, secondo comma, del d.p.r. n. 600/1973; ai sensi di tale disposizione, il fisco può ricorrere all’accertamento induttivo “quando dal verbale di ispezione redatto ai sensi dell’art. 33 risulta che il contribuente non ha tenuto o ha comunque sottratto all’ispezione una o più scritture contabili prescritte dall’art. 14, ovvero quando le scritture medesime non sono disponibili per cause di forza maggiore”. È irrilevante l’asserita sussistenza di problemi tecnici, peraltro non meglio specificati, che avrebbero reso impossibile tale operazione.


(Cassazione, Sentenza n. 669/07)


 


Quando è legittimo l’accertamento induttivo in un ristorante


È legittimo il ricorso da parte dell’Ufficio all’accertamento induttivo di cui all’art. 39 comma 2, D.P.R. 29.09.1973, n. 600, sulla scorta della valutazione degli ingredienti mediamente necessari per la preparazione dei piatti, delle bevande normalmente ordinate dai clienti e dei prezzi risultanti dalle ricevute fiscali emesse nell’esercizio di un’attività di ristorante self-service laddove, moltiplicando i prezzi per le probabili consumazioni, si ottengano ricavi largamente superiori a quelli dichiarati dal titolare dell’attività stessa. In tal caso, infatti, la mancata registrazione di consistenti ricavi, derivante – ad avviso dell’Ufficio – dalla quantità di piatti e di bevande vendute in ciascuno degli anni presi in considerazione, realizza una serie di omissioni e di falsità che, per il loro numero e la loro consistenza, minano la credibilità dell’intera documentazione contabile.


(Cassazione, Sentenza n. 25001/06)


 


Legittimo l’accertamento basato su dati e notizie raccolti per iscritto


Un istituto d’insegnamento universitario aveva ricevuto un avviso di rettifica ai fini dell’Iva. In particolare, la Finanza aveva inviato una serie di questionari a taluni utenti (clienti) che avevano utilizzato i servizi di insegnamento e di preparazione agli esami universitari erogati dall’istituto. Le informazioni così emerse erano state acquisite nel verbale redatto dalla Finanza, su cui si era fondata la rettifica.


Il contribuente lamentava la violazione delle disposizioni per l’accertamento tributario ai fini Iva.


La Cassazione ha chiarito che il Fisco può invitare qualsiasi soggetto a fornire dati e notizie utili alle indagini. Se poi tali informazioni sono rese in forma scritta, la loro forza probante non viene meno dal momento che la legge non impone la forma orale. Del resto tali notizie sono state acquisite nel processo verbale di constatazione, preso poi a base dell’azione di rettifica dell’ufficio.


(Cassazione, Sentenza n. 1942/07)


 


Le operazioni altamente numerose legittimano la ripresa


La presunzione di maggior reddito di una società, ricavata da una serie innumerevole di operazioni finanziarie o commerciali, non può essere validamente tacciata d’illogicità in giudizio, quando simili manifestazioni di ricchezza, se non compatibili con il reddito dichiarato, ne fanno presumere direttamente una consistenza maggiore.


(Cassazione, Sentenza n. 27076/06)


 


Anche gli appunti fanno prova contro il contribuente


La cosiddetta contabilità in nero, risultante da appunti personali e informali dell’imprenditore, costituisce valido elemento indiziario dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dalla legge per fondare un avviso di accertamento.


(Cassazione, Sentenza n. 25610/06)


 


Gli appunti aziendali da soli non fanno prova


Se si tratta di appunti informali contenenti annotazioni relative a contrattazioni generiche e senza indicazione di elementi certi sul tipo di  operazione commerciale cui si riferivano, essi non sono sufficienti a fondare la rettifica: affinché essi possano costituire validi indizi comprovanti fatture non contabilizzate, occorre che siano assistiti dai requisiti della gravità , della precisione e della concordanza.


I giudici sostengono che incombe sul fisco l’onere di dimostrare la sussistenza di tali requisiti: in mancanza di tale prova, pure in presenza di dubbio, non può ritenersi che gli elementi rinvenuti possano far assurgere i fatti su cui si fondano a indizi ai sensi degli artt. 2727 e 2729 del codice civile.


(Cassazione, Sentenza n. 4912/05)


 


Ancora sulla valenza della contabilità parallela a quella ufficiale


Il mero ritrovamento di una contabilità parallela a quella ufficialmente tenuta, legittima di per sé, a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso al cosiddetto accertamento induttivo.


(Cassazione, Sentenza n. 27059/06)


 


Le false fatture non sono idonee a fondare un accertamento induttivo


L’illecito per irregolare tenuta delle scritture contabili si configura soltanto nel caso in cui i registri non siano numerati, bollati o ancora in caso di cancellature illeggibili.


Tale violazione, in altre parole, si ha solo in presenza di evidenti errori e non dove si accerti la falsità, ideologica o materiale, delle annotazioni riportate.


La vicenda prende le mosse da una sanzione applicata a un contribuente per irregolare tenuta delle scritture contabili, irrogata dal fisco perché le fiamme gialle avevano attestato, nel processo verbale di constatazione, la presenza, nei libri contabili, di alcune fatture non rispecchianti la vita della società. La guardia di finanza aveva anche evidenziato che non vi erano nei libri societari la mancata numerazione o bollatura delle pagine, abrasioni o cancellature illeggibili.


“L’illecito amministrativo relativo all’irregolare tenuta delle scritture contabili ha carattere formale ed è configurabile solo se sussistono le irregolarità formali previste dalla legge a prescindere dalla fedeltà (o meno) alla realtà delle annotazioni riportate, mentre, ove le scritture siano tenute in maniera formalmente corretta (registri numerati, bollati, privi di abrasioni o cancellature illeggibili) non è configurabile l’illecito in oggetto anche ove si accerti la falsità (ideologica o materiale) delle annotazioni riportate”. In questo caso è prevista dall’ordinamento una diversa reazione.


(Cassazione, Sentenza n. 18890/06)


 


Illegittima la rettifica basata unicamente su documenti extracontabili


Nulla la rettifica Iva eseguita illegittimamente nei confronti del contribuente, “perché basata esclusivamente sul rinvenimento di alcune agende riportanti delle cifre e dei nominativi in modo informe”.


Questa rettifica traeva fondamento esclusivo sul ritrovamento di questi documenti extracontabili che non potevano essere ritenuti, a parere del contribuente, delle precise prove.


“Queste agende non possono assumere al rango di documento di cui all’art. 55 del dpr 633/72 in quanto, trattandosi di meri brogliacci in cui sono riportati soltanto dei nomi e delle cifre senza altri dati o riferimenti che consentano di ricostruire delle prove certe, rimangono prive dei minimi attributi formali. Nella specie il rinvenimento di queste agende rappresenta solo un serio indizio nei confronti dell’appellante, indizio che avrebbe sicuramente legittimato un’attività ispettiva nei confronti dello stesso contribuente, al fine di verificare l’esistenza e la portata dei rapporti commerciali tra l’appellante e la società fornitrice”.


(Commissione Tributaria Regionale Lazio, Sentenza n. 195/XIV/05)


 


La valenza probatoria dei documenti extracontabili


La cosiddetta contabilità “in nero”, risultante da appunti personali ed informali dell’imprenditore, costituisce valido elemento indiziario dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dalla legge, che il giudice non può acriticamente disattendere.


(Cassazione, Sentenza n. 1987/06)


 


 


I ricavi di una impresa di ristorazione (il “tovagliometro”)


È legittimo un accertamento che ricostruisca i ricavi di un’impresa di ristorazione sulla base del consumo unitario dei tovaglioli utilizzati, poiché è un dato assolutamente normale quello secondo cui, per ogni pasto, ciascun cliente adoperi un solo tovagliolo e rappresentando, quindi, il numero di questi un fatto noto capace, anche di per sé solo, di lasciare ragionevolmente e verosimilmente presumere il numero dei pasti effettivamente pagati. È, però, altresì ragionevole presumere una sottrazione dal totale dei tovaglioli usati per altri scopi, quali i pasti dei soci e dei dipendenti, o l’uso da parte dei camerieri.


La Corte fonda questa decisione sulla costante giurisprudenza per cui, in caso di irregolarità meno gravi nella tenuta della contabilità, (art. 39, primo comma, D.P.R. n. 600/1973), l’amministrazione finanziaria può procedere a rettifica analitica, utilizzando gli stessi dati forniti dal contribuente, o dimostrando, anche per presunzioni l’inesattezza o incompletezza di una o più poste delle scritture, senza che l’analiticità dell’accertamento venga meno in relazione al metodo induttivo utilizzato nella valutazione di tali poste.


Sempre secondo un principio affermato da consolidata giurisprudenza di legittimità, proprio in relazione all’accertamento presuntivo del reddito d’impresa, la relazione tra il fatto noto e quello ignoto non deve avere carattere di necessità, essendo sufficiente che alla stregua di canoni di ragionevole probabilità, l’esistenza del fatto da dimostrare derivi come conseguenza del fatto noto.


(Cassazione, Sentenza n. 16048/05)


 


Insufficiente il costo del lavoro eccessivo per basare un accertamento induttivo


Una società in nome collettivo riceve un avviso di accertamento. L’ufficio rileva che la snc aveva dichiarato un’incidenza del costo del lavoro superiore a quella risultante dalle dichiarazioni dei redditi percepiti negli anni precedenti. L’ufficio riteneva che il costo del lavoro avesse inciso sul ricavato al punto da comportare l’aumento dell’imponibile così come accertato.


I supremi giudici rilevano che il dato dell’incidenza del costo del lavoro è soltanto uno degli elementi del conto economico e non può ritenersi determinante nel caso prospettato. Inoltre, la Corte esclude che esista una diretta correlazione tra la circostanza che l’azienda non abbia ridotto il numero dei dipendenti ed il fatto che essa abbia effettuato vendite non contabilizzate. Se ciò può essere considerato vero in via teorica, nella pratica aziendale il costo della manodopera ha altre incidenza. Nel caso in esame, ad esempio, la società ha dimostrato di avere subito un calo nei prodotti caratteristici. Ciò conferma che il dato dell’incidenza del costo del lavoro è incerto e variabile a tal punto da non giustificare di per sé un aumento presuntivo dei ricavi.

(Cassazione, Sentenza n. 19005/05)


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