Legittima la determinazione da parte del comune dell’imponibile Ici che disattende le rendite catastali


Breve commento alla sentenza della Corte di Cassazione, Sez. Tributaria, del 6 settembre 2006, num. 19196. 


La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 19196 del 6 settembre 2006, ha chiaramente considerato legittima la rideterminazione della base imponibile Ici effettuata dall’Ente comunale, il quale, per recuperare la maggiore imposta relativa ad un immobile, ha disatteso quanto risultava dalle relative rendite catastali.


Prima di qualsiasi ulteriore considerazione, è necessario un breve cenno al fatto storico: il Comune ricorrente in Cassazione aveva notificato al contribuente un avviso con cui procedeva a rettificare quanto dichiarato nella denuncia Ici, dopo aver accertato che l’immobile, per il quale sarebbe nato il contenzioso, era stato destinato ad un uso diverso rispetto a quello cui era stato adibito inizialmente (in particolare il contribuente aveva realizzato interventi su un immobile utilizzato dapprima come abitazione privata e poi, a seguito delle predette modifiche, come studio professionale).


Così operando, il Comune accertava che la rendita catastale posta alla base dell’autoliquidazione dell’imposta non corrispondeva più al suo valore effettivo, dal momento che l’immobile, a causa delle intervenute variazioni, non poteva più essere accatastato nella classe inizialmente allo stesso attribuita.


Con l’emissione dell’avviso di accertamento in rettifica, il Comune disattendeva le risultanze dei registri catastali, e, nel rideterminare la maggiore base imponibile Ici, utilizzava, in via comparativa, le rendite catastali di immobili aventi caratteristiche similari, secondo una errata applicazione di quanto disposto dall’articolo 5, comma 4, del d. lgs. 504/1992.


Il giudice delle prime cure adito dal contribuente respingeva il ricorso, confermando l’operato del Comune, mentre la Commissione tributaria regionale competente accoglieva le doglianze del contribuente, portando l’ente comunale ad investire della questione la Suprema Corte.


Orbene, può davvero considerarsi legittimo e corretto l’operato del Comune? Può realmente ammettersi che il Comune stesso, nell’esercizio del suo potere impositivo, proceda alla variazione della base imponibile Ici prendendo in considerazioni elementi che esulano dalle risultanze catastali? 


Nonostante la Corte di Cassazione, come accennato in epigrafe, consideri pienamente legittimo quanto effettuato dal Comune ricorrente, non si può prescindere da alcune considerazioni che destituiscono di fondamento l’operato dell’Ente comunale.


In primis, devesi sottolineare che il Comune non può procedere a recuperare la maggiore imposta de qua, sol perché ritiene che la destinazione dell’immobile, per il quale è dovuta la maggiore imposta, non è più corrispondente alla classificazione derivante dai registri catastali.


Così operando, l’ente impositore finirebbe (rectius: finisce) con l’esercitare una facoltà che è invece riservata ad un altro ente, cioè l’Agenzia del Territorio.


Solo questa, infatti, può procedere, a seguito di complesse operazioni disciplinate dal D.M. 701/1994, ad accatastare i singoli fabbricati e, conseguentemente, a determinare la base imponibile su cui calcolare il tributo locale.


Al Comune è lasciato solo il compito di calcolare l’imposta sulla base della rendita catastale già predeterminata dall’Agenzia del Territorio.


In secundis, dopo aver accertato, per quanto brevemente sopra esposto, che l’operato del Comune non può assolutamente considerarsi legittimo, si deve aggiungere il fatto che l’ente impositore si è discostato dalle risultanze catastali sulla base di elementi estranei alla disciplina impositiva ai fini Ici (elementi che, pertanto, dovrebbero essere irrilevanti).


In effetti, il Comune che adisce la Suprema Corte e che ottiene la cassazione della sentenza del giudice di secondo grado a lui sfavorevole, aveva proceduto a rideterminare la maggiore base imponibile Ici sulla scorta di elementi estranei alla disciplina dell’Ici (in particolare il Comune aveva preso in considerazione una relazione tecnica relativa alle condizioni igienico-sanitarie e la denuncia Tarsu).


Dunque, per le motivazioni appena illustrate, nonostante la Corte di Cassazione abbia ritenuto corretto l’operato del Comune, non si può condividere quanto dalla stessa statuito.


In apertura si è detto che la norma che avrebbe legittimato l’operato del Comune è l’articolo 5, comma 4, del D. Lgs. 504/1992.


Ma tale norma non ha assolutamente la funzione di permettere all’ente comunale di esercitare un potere spettante all’Agenzia del Territorio, come in realtà nel caso de quo è avvenuto.


A proposito del comma 4 dell’articolo 5 del suddetto decreto, la finanziaria 2007 (legge 296/2006), al comma 173, ha abrogato il comma 4 dell’articolo 5 del decreto Ici, impedendo di determinare induttivamente, con la cosiddetta “rendita presunta”, il valore dei fabbricati “vacanti” per i quali siano intervenute variazioni permanenti.


Con l’entrata in vigore della Legge Finanziaria, dunque, nel caso di variazioni permanenti di fabbricati, i Comuni dovranno applicare le prescrizioni dettate dai commi 336 e 337 dell’articolo 1 della legge 311/2004.


Tali disposizioni prevedono che, nel caso il Comune accerti la presenza di immobili non censiti o non corrispondenti, per intervenute variazioni edilizie, con la classificazione catastale loro inizialmente attribuita, lo stesso ente comunale debba richiedere al titolare del diritto reale l’aggiornamento catastale, informandone l’Agenzia del Territorio.


Se i contribuenti interessati non ottemperano alla richiesta della presentazione degli atti necessari per l’aggiornamento catastale entro 90 giorni, l’Agenzia del Territorio procede comunque, con oneri a carico dell’interessato, all’iscrizione dell’immobile in catasto o alla sua nuova classificazione, notificando le risultanze del classamento e la relativa rendita.


Le rendite catastali così dichiarate o riclassificate sono efficaci a decorrere dal primo gennaio dell’anno successivo alla data di riferimento della mancata iscrizione catastale ed indicata nella richiesta inviata dal Comune al privato o, in mancanza, dal primo gennaio dell’anno di notifica della richiesta da parte del Comune.


 


Avv. Maria Leo


 


Aprile 2007


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