I poteri (e gli obblighi) del Giudice Tributario


Premessa


Nelle puntate precedenti abbiamo illustrato le sentenze che si sono occupate delle prove che possono essere utilizzate dal Fisco a supporto della sua attività di accertamento.


E’ fin troppo ovvio ricordare che la legittimità dell’operato del Fisco va valutata, sulla scorta certo delle indicazioni fornite dal contribuente in sede di ricorso, dal Giudice Tributario. Al riguardo, la legge assegna a tale figura super partes dei delicati compiti (subordinati naturalmente a quello istituzionale di decidere sulla questione), per svolgere al meglio i quali le vengono attribuiti dei particolari poteri, si pensi ad esempio a quello istruttorio; è interessante notare come l’esercizio di tali poteri sia assolutamente regolato dalla legge, ciò che significa, in altre parole, che anche chi ricorre deve essere in grado di conoscere quello che il Giudice può e/o non può fare, ovvero quello che è possibile chiedere al giudice di fare, proprio appunto nell’estrinsecazione dei suoi poteri.


Da questa constatazione nasce dunque l’esigenza di illustrare il filone giurisprudenziale che si occupa di tale argomento, in quanto esso può fornire al contribuente dei validissimi elementi da utilizzare per far valere le proprie ragioni.


 


 


Il Fisco paga le spese anche se è chiusa la materia del contendere


L’ufficio può essere condannato al pagamento delle spese di giudizio anche quando è dichiarata cessata la materia del contendere. Non è raro, infatti, che il contenzioso Fisco/contribuente sia definito in via stragiudiziale e che gli organi della giustizia tributaria dichiarino estinto il giudizio per “cessata materia del contendere”.


Si tratta di una fattispecie espressamente prevista dall’articolo 46 del Dlgs n. 546/92, il cui primo comma stabilisce che “il giudizio si estingue, in tutto o in parte, nei casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge e in ogni altro caso di cessazione della materia del contendere”.


Sino all’estinzione del giudizio il contribuente avrà sostenuto delle spese di lite e la statuizione sull’addebito di queste riveste, pertanto, autonoma rilevanza. È infatti evidente come l’eventuale abbandono del contenzioso da parte dell’amministrazione sia giustificato dall’implicito riconoscimento della fondatezza delle ragioni del contribuente. In un iter ordinario, quindi, ossia se il giudizio fosse proseguito, le spese sarebbero ragionevolmente state a carico della parte soccombente, ossia dell’Ufficio, secondo il principio generale della responsabilità  per le spese del giudizio e salvo il potere di compensazione delle stesse da parte dei giudici.


(Cassazione, Sentenza n. 21380/06)


 


Il giudice tributario non può sopperire all’onere probatorio che grava sull’amministrazione finanziaria


 Il giudice tributario non può sopperire all’onere probatorio che grava sull’amministrazione finanziaria, attraverso l’acquisizione di documenti o di prove. Ma solo integrare gli elementi forniti. Questo perché l’art. 7 del Dlgs n. 546/1992, che disciplina i poteri istruttori delle commissioni tributarie, va interpretato e applicato alla luce dell’art. 111 della Costituzione così come modificato dalla legge costituzionale 2/1999, secondo cui il giudice deve essere terzo e, di conseguenza, non si può collocare a fianco di una parte e sopperire alle sue carenze probatorie. L’art. 7 del Dlgs n. 546/1992 “deve essere utilizzato in situazioni di stallo dove sussista una obiettiva condizione di incertezza” sulla soluzione della questione in base agli elementi proposti. La Cassazione respinge la tesi del contribuente secondo cui perché l’area sia edificabile non è sufficiente il suo inserimento nel piano regolatore generale, ma occorre anche l’approvazione di piani attuativi. Al contrario, è sufficiente la sussistenza della prima condizione, tesi più volte sostenuta dalla stessa Corte e ora avallata dalla manovra-bis (art. 36, comma 2, del dl 223/2006 convertito nella legge n. 248/2006).


(Cassazione, Sentenza n. 24464/06)


 


Quando il giudice può sostituirsi alle parti


Nel processo tributario ampi sono i poteri di iniziativa e di impulso delle commissioni giudicanti, poteri istruttori e di indagine peraltro testualmente conferiti dagli artt. 35 e 36 del dpr n. 636/1972, vigenti al momento in cui è stata incardinata la lite, e oggi dall’art. 7 del Dlgs n. 546/1992. In particolare, il terzo comma di quest’ultimo articolo stabiliva, anteriormente alla sua recente caducazione a opera dell’art. 3-bis, quinto comma, del decreto legge n. 203/2005, che il giudice può ordinare alle parti il deposito di documenti ritenuti necessari per la decisione della controversia. Si pone allora il problema di verificare gli effetti di tale caducazione, ma il giudice è sul punto perentorio: la novella non ha inciso sulla connotazione propria della giurisdizione tributaria.


Le commissioni tributarie dispongono, infatti, di un potere di indagine da esercitare qualora dagli atti non risultino sufficienti elementi di giudizio, il tutto nei limiti dei fatti dedotti dalle parti. In particolare, il giudice può sostituirsi  ovvero utilizzare solo parzialmente la valutazione operata dall’ufficio del registro nell’avviso di accertamento di maggior valore, valendosi anche di altri dati, eventualmente offerti dal contribuente: per esempio, una perizia di parte (così Cass. 15209/2000).


In merito ai poteri fissati dall’art. 7, poi, il giudice fissa due principi:


a)   l’esercizio degli stessi costituisce una facoltà discrezionale del giudice;


b)   tali poteri non possono avere la funzione di sopperire al mancato assolvimento dell’onere probatorio delle parti, quanto quella di garantire la parte che si trova nell’impossibilità di esibire documenti risolutivi in giudizio che però siano in possesso dell’altra parte (così Cass. 8439/2004).


L’esercizio di così ampi poteri si spinge alla possibilità di fare ricorso, per assumere la decisione, alle presunzioni, in quanto di ampio impiego in materia tributaria (confronta Cass. 2021/1982) e di acquisire altrimenti gli elementi di decisione prescindendo dall’accertamento dell’ufficio e dall’eventuale difetto di prova del suo assunto (Cass. 339/06)


(Cassazione, Sentenza n. 19593/06)


 


Limiti ai poteri istruttori del giudice


L’art. 7 del Dlgs n. 546 del 1992, che attribuisce alle Commissioni tributarie ampi poteri istruttori d’ufficio, tra cui la facoltà di ordinare il deposito di documenti ritenuti necessari per la decisione della controversia, costituisce una norma eccezionale che non può essere utilizzata come rimedio ordinario per sopperire alle lacune probatorie delle parti dal momento che il giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufficio le prove a fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio, salvo che sia impossibile o sommariamente difficile esercitarlo.


(Cassazione, Sentenza n. 366/05)


 


Cosa proseguire il processo in caso di decesso del contribuente


La morte della parte privata nel corso del processo comporta la necessità di stabilire se vi siano eredi non rinunciatari dell’eredità ed interessati alla prosecuzione del procedimento. L’impossibilità per l’ufficio di individuare detti eredi e i loro domicili salvo il caso, in mancanza di successibili, di considerare l’eredità devoluta alla Stato, nel qual caso si verificherebbe confusione e, quindi, estinzione del rapporto obbligatorio, determina necessariamente l’improcedibilità del ricorso.


(Commissione Tributaria Centrale, Sez. VII, Decisione n. 1573/06)


 


Il giudice può sempre disapplicare le delibere comunali illegittime


Il giudice tributario può disapplicare una delibera comunale ritenuta illegittima, se la pronuncia è finalizzata alla dichiarazione di illegittimità dell’avviso di accertamento tributario emanato dall’Ente.


Un contribuente aveva, infatti, impugnato l’accertamento Tarsu poiché il Comune aveva differenziato le tariffe relative agli alberghi da quelle stabilite per le abitazioni, senza un’adeguata motivazione. Quindi, aveva chiesto al giudice di ritenere illegittima la delibera e di annullare, per l’effetto, la pretesa tributaria. Il Comune, invece, eccepiva il difetto di giurisdizione del giudice tributario in materia di atti amministrativi a carattere generale, come appunto le delibere.


In realtà, le Commissioni tributarie sono competenti, in via incidentale, a giudicare la legittimità delle delibere tariffarie adottate dal Comune in materia di tassa sui rifiuti. In questo senso si è espressa la Corte di cassazione, con la sentenza 16427 del 4 agosto 2005, che ha, peraltro, escluso che la mancata impugnazione di una delibera possa comportare l’acquiescenza del contribuente alle determinazioni dell’ente. Il giudice, però, può disapplicare le delibere, se ritiene che  i criteri adottati dal Comune siano in contrasto con le leggi vigenti, ma non può fissare nuovi criteri in sede giudiziale (Corte di cassazione, sentenza 9415 del 6 maggio 2005).


L’articolo 68 del decreto legislativo 507/1993 detta i criteri ai quali i Comuni si devono attenere per l’applicazione della tassa e la determinazione delle tariffe, e indica le categorie di locali e le aree con omogenea potenzialità di rifiuti. In caso di contestazione da parte del contribuente, il giudice può disapplicare le delibere comunali, relative alle tariffe adottate dal Comune, solo per vizi di legittimità, vale a dire per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge (Cassazione, sentenza 13848 del 23 luglio 2004).


(Cassazione, Sentenza n. 6265/06)


 


I benefici tributari spettano anche “d’ufficio”


I benefici Ilor sono accordati direttamente dalla legge e indipendentemente da apposite istanze del contribuente da inserirsi nella dichiarazione annuale.


Ne consegue pertanto che essi devono essere riconosciuti anche d’ufficio dal giudice.


(Cassazione, Sentenza n. 23569/06)


 


Ancora sui poteri istruttori del giudice


A fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del soggetto onerato, il Giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufficio le prove, in forza dei poteri istruttori di cui all’art. 7 del Dlgs 546/92 perché tali poteri sono meramente integrativi dell’onere principale e vanno esercitati, per dare attuazione al principio costituzionale di parità delle parti nel processo, soltanto per sopperire alla possibilità di una parte di esibire documenti in possesso dell’altra.


(Cassazione, Sentenza n. 10267/05)


 


Le conseguenze dell’estinzione del giudizio per inattività delle parti


Una volta dichiarata l’estinzione del processo tributario per inattività della parte che aveva interesse alla riassunzione, ex art. 45 del Dlgs 546/92, sono resi inefficaci gli atti compiuti, ma non anche la sentenza di primo grado, la quale passa in giudicato.


In conseguenza di ciò, se la sentenza di primo grado è favorevole al contribuente, incombe all’Ufficio il rimborso di quanto indebitamente versato dal contribuente medesimo in sede di proposizione del ricorso introduttivo.


È pure da annullare la cartella di pagamento in tal caso illegittimamente emessa.


(Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Sez. VII, Sentenza n. 45/05)


 


Giudice senza vincoli sui poteri istruttori


La Corte di cassazione chiarisce che l’esercizio del potere di acquisizione di documenti necessari per la decisione, attribuito alle commissioni tributarie dall’art. 7, terzo comma, del Dlgs 546 del 31 dicembre 1992 con cui furono riscritte le regole del contenzioso, costituisce una facoltà discrezionale del giudice.


Come tale non può sopperire al mancato assolvimento dell’onere probatorio delle parti. Tuttavia, qualora la situazione probatoria sia tale da impedire la pronuncia di una sentenza ragionevolmente motivata senza l’acquisizione d’ufficio di informazioni e documenti, la Commissione tributaria è tenuta a procedere a questa acquisizione. Di conseguenza, di fronte a una informativa della Polizia valutaria secondo cui il contribuente disponeva di cospicui fondi, senza una puntuale indicazione delle coordinate bancarie, il giudice tributario deve esercitare i propri poteri istruttori.


(Cassazione, Sentenza n. 12345/05)


 


Il giudice tributario può sindacare sull’autorizzazione all’accesso domiciliare


Nel caso di autorizzazione all’accesso in luoghi diversi da quelli in cui il contribuente svolge la propria attività (ad esempio, in abitazione), il giudice tributario ha il potere-dovere di verificare la presenza, nel decreto autorizzativo, di motivazione, sia pure concisa o “per relationem”, circa il concorso dei gravi indizi di violazione e di controllare la correttezza in diritto del relativo apprezzamento, intesa come riferimento ad elementi cui l’ordinamento attribuisca valenza indiziaria, al fine di accertare la giuridica utilizzabilità dei documenti rinvenuti nel corso dell’accesso domiciliare.

(Cassazione, Sentenza n. 11283/03)


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