Lavoro “nero”: sanzioni costituzionalmente più legittime con il decreto Bersani?

di Maria Leo

Pubblicato il 28 marzo 2007

Il D.L. n. 12/2002 recante “Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all’estero e di lavoro irregolare”, convertito con modificazioni dalla legge n. 73 del 23/04/2002,  all’articolo 3 si è preoccupato di dettare nuove statuizioni in materia di lavoro irregolare, con l’obiettivo di contrastare, in maniera più efficace, il fenomeno del lavoro “nero”. In particolare, il comma 3 del suddetto articolo, dichiarato nel 2005 costituzionalmente illegittimo, prevedeva, nella sua originaria formulazione, una sanzione amministrativa, nella misura che qui di seguito verrà commentata, da applicarsi in caso di impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o dalle altre documentazioni obbligatorie.

Come anticipato in epigrafe, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 144, del 4 aprile 2005, ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 3 comma 3 del D.L. n. 12/2002, perché contrastante con gli articoli 3 e 24 della nostra Carta Costituzionale.

Effettivamente, da una lettura attenta della norma, così come concepita inizialmente, ben si evinceva tale illegittimità, se si considera che la disposizione in parola prevedeva, in caso di impiego di lavoratori in “nero”, l’applicazione della sanzione amministrativa dal 200 al 400 per cento, in relazione al costo del lavoro (che il datore doveva sostenere per ciascun lavoratore dipendente) per il periodo compreso tra l’inizio dell’anno e la data di constatazione della violazione (indipendentemente, quindi, dal momento in cui il rapporto di lavoro irregolare aveva avuto inizio).

In tal modo veniva a determinarsi una irragionevole equiparazione, ai fini sanzionatori, di situazioni tra loro diseguali, “quali quelle che fanno capo a soggetti che utilizzano lavoratori irregolari da momenti diversi e per i quali la constatazione della violazione sia, in ipotesi, avvenuta alla medesima data” (come afferma la stessa Corte Costituzionale nella sentenza suindicata). Da ciò ne derivava l’irrazionalità e l’ingiustizia di una sanzione che non teneva in debita considerazione le circostanze del caso concreto, dal momento che “la sanzione non sarebbe commisurata alla effettiva durata del comportamento anti-giuridico e dunque alla gravità del fatto” (Consulta, ordinanza del 2006, n. 93).

Oggi tale illegittimità sembra ormai essere superata con la modifica apportata dal Decreto Bersani (D.L. 223/2996), che, con l’articolo 36-bis, comma 7, ha accolto le conclusioni cui era giunta precedentemente la Corte Costituzionale con la predetta sentenza.

Infatti, il comma 7 dell’articolo 36-bis sostituisce il comma 3 dell’articolo 3 del D.L. n. 12/2002  con le seguenti parole: “Ferma restando l’applicazione delle sanzioni già previste dalla normativa in vigore, l’impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria è altresì punito con la sanzione amministrativa da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo. L’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore di cui al periodo precedente, non può essere inferiore ad euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata”.

Dunque, il profilo sanzionatorio risulta totalmente mutato: viene introdotta, infatti, una misura sanzionatoria non più commisurata al costo del lavoro calcolato “per il periodo compreso tra l’inizio dell’anno e la data di constatazione della violazione”, ma quantificata in una somma che varia da 1.500 euro a 12.000 euro, maggiorata di 150 euro per ogni giornata di lavoro effettivo (come viene precisato nella circolare del 4/08/2006, n. 28, dell’Agenzia delle Entrate - Direzione Centrale normativa e contenzioso).

Inoltre, il decreto Bersani, con la successiva lettera b) dello stesso articolo 36-bis, comma 7, ha provveduto a emendare anche il comma 5 dell’articolo 3 del D.L. n.12/2002, trasferendo la competenza ad irrogare la nuova sanzione amministrativa di cui al comma 3, dall’Agenzia delle Entrate alla Direzione Provinciale del Lavoro territorialmente competente.

Conseguentemente alla modifica predetta, giurisdizionalmente competente a conoscere delle controversie de quo sarebbe non più ex articolo 2, comma 1, del D. Lgs. 546/1992, il giudice tributario ma il giudice del lavoro.

 

Avv. Maria Leo

 

Marzo 2007