Altri chiarimenti sulla legge finanziaria 2007


Premessa


L’Agenzia delle Entrate ha emanato la circolare n. 11 del 16.02.2007 che contiene le risposte dell’Agenzia ai principali quesiti posti dalla stampa specializzata in materia fiscale.


Vediamo di seguito i principali chiarimenti (quelli sugli studi di settore sono stati evidenziati in un precedente articolo).


 


IRPEF – deduzioni e detrazioni


Il nuovo criterio di ripartizione degli oneri tra i genitori (art. 12, comma 1, lett. c, del Tuir), vale solo ai fini della ripartizione, tra gli stessi genitori, delle detrazioni per familiari a carico.


Restano invariate, invece, le precedenti indicazioni riguardo le modalità di ripartizione tra i coniugi delle deduzioni di cui all’art. 10, comma 2, e delle detrazioni di cui all’art. 15, comma 2, del Tuir.


In particolare, quando l’onere viene sostenuto per i familiari a carico, la detrazione o la deduzione spetta al contribuente al quale risulta intestato il documento che certifica la spesa.


Viceversa, se il documento viene intestato al figlio fiscalmente a carico, le spese vanno suddivise tra i due genitori in base all’effettivo sostenimento.


Qualora i genitori intendano ripartire


le spese in misura diversa dal 50% cento devono annotarlo nel documento di spesa (cioè, devono scrivere la diversa percentuale di ripartizione, ad es. 80% al marito, 20% alla moglie).


Infine, il coniuge che ha fiscalmente a carico l’altro, se lo preferisce, può considerare l’intera spesa sostenuta, ai fini del calcolo della


detrazione o della deduzione, cioè si può scaricare tutta la somma.


 


Detrazioni relative al solo 2007 con fatture emesse nel 2007 e poi pagate nel 2008


Per l’acquisto di particolari prodotti (ad esempio, PC per i docenti, frigoriferi, televisori, ecc), spettano delle detrazioni (di cui all’art. 1, commi 296, 353 e 357, della legge 27.12.2006, n. 296, cd. legge finanziaria 2007), poiché degli acquisti possono avvenire con il pagamento a rate viene consentito che si inizi a pagare nel 2008, venendo comunque riconosciuta la detrazione, in presenza della sussistenza delle diverse condizioni richieste dalla normativa, nonché a condizione che l’acquisto sia documentato tramite una fattura, o uno scontrino fiscale recante i dati identificativi dell’acquirente (c.d. scontrino parlante), emessi nel 2007, ciò a prescindere dalle modalità di pagamento e dall’eventuale intervento di un soggetto finanziatore.


 


Studenti fuori sede


La Legge finanziaria 2007 ha introdotto una nuova detrazione relativa ai canoni di locazione derivanti da contratti stipulati da studenti universitari per unità immobiliari situate nel comune in cui ha sede l’università o in comuni limitrofi.


La norma stabilisce, tra l’altro, due condizioni al fine di potere usufruire della detrazione delle spese per canoni di locazione pagati dagli studenti:


– L’università deve essere ubicata in un comune distante da quello di residenza dello studente almeno 100 km;


– il comune di residenza dello studente in ogni caso deve appartenere ad una provincia diversa da quella in cui é situata l’università.


Pertanto, lo studente, o il suo familiare di cui é fiscalmente a carico, non può beneficiare della detrazione per i contratti di locazione immobiliare, se le due predette condizioni non sono contemporaneamente soddisfatte.


 


Interventi di recupero del patrimonio edilizio: Totale demolizione e fedele ricostruzione – aliquota IVA


La tabella A, parte III, n. 127-quaterdecies), del D.P.R. n. 633/72, prevede l’applicazione dell’aliquota Iva ridotta del 10% per le prestazioni di servizi dipendenti da contratti di appalto relativi alla costruzione di case di abitazione non di lusso, diverse dalle c.d. prime case, e alla realizzazione degli interventi di recupero del patrimonio edilizio, di cui all’art. 31, comma 1, lett. c), d) ed e), della legge n. 457/78, concernenti, rispettivamente, il restauro e il risanamento conservativo, la ristrutturazione edilizia e la ristrutturazione urbanistica.


Nella categoria degli interventi di ristrutturazione sono compresi “anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”.


L’Agenzia delle Entrate ritiene che l’aliquota Iva agevolata del 10% sia applicabile anche ai contratti di appalto relativi alla demolizione e fedele ricostruzione, a condizione che i lavori di ricostruzione dell’edificio avvengano nel rispetto della volumetria e della sagoma di quello preesistente.


Inoltre,  riguardo alla realizzazione di interventi di demolizione e fedele ricostruzione di un fabbricato cd. “Tupini”, oppure di una “prima casa”, la stessa Agenzia ritiene che non si possa


applicare il trattamento fiscale di favore, consistente nell’applicazione dell’aliquota Iva agevolata del 4% prevista, ai sensi della Tabella A, parte II, del D.P.R. n. 633/72, punto n. 39), per i contratti di appalto relativi alla nuova costruzione di tali fabbricati o abitazioni.


Ciò poiché a seguito dell’interpretazione autentica operata dal T.U. dell’edilizia, gli interventi di demolizione e fedele ricostruzione non possono essere ricondotti alle ipotesi di nuova costruzione, ma concretizzano interventi di recupero di edifici preesistenti.


 


Interventi di recupero del patrimonio edilizio: Indicazione in fattura del costo della manodopera per usufruire delle agevolazioni Irpef (36%) e Iva (10%) per il 2007


La Legge n. 296/2006 (art. 1, comma 387) ha prorogato per l’anno 2007 le agevolazioni fiscali previste, ai fini dell’Irpef e dell’Iva, in materia di interventi di recupero del patrimonio edilizio.


Si tratta della detrazione, riconosciuta ai fini dell’Irpef, in misura pari al 36% delle spese sostenute ed effettivamente rimaste a carico, nel limite di euro 48.000 per ciascuna unità immobiliare, per la realizzazione degli interventi di cui alle lett. a), b), c), e d), dell’art. 31, primo comma, della Legge n. 457/78, e dell’applicazione dell’aliquota Iva ridotta del 10% sulle prestazioni su tali interventi di recupero.


Nel prorogare dette agevolazioni fiscali è stata prevista la condizione che il costo della relativa manodopera sia evidenziato in fattura.


Tale obbligo è dovuto per contrastare il lavoro irregolare nel settore dell’edilizia.


La legge finanziaria 2007 ha previsto che l’obbligo di evidenziazione in fattura del costo della manodopera sia necessario anche per potere usufruire dell’agevolazione dell’applicazione dell’aliquota Iva ridotta del 10% sugli interventi di recupero del patrimonio edilizio di cui alle lettere a), b), c), e d) della legge n. 457/1978.


L’Agenzia delle Entrate ha precisato che il costo della manodopera può essere indicato come dato complessivo, senza che occorra evidenziarne i singoli dipendenti impiegati.


Inoltre, nel caso sia lo stesso titolale della ditta individuale a rendere la prestazione di servizio non occorre neppure indicare il costo per la manodopera da lui prestata.


Peraltro ne va fatta menzione di tale circostanza nella fattura emessa.


Nel caso di un’impresa con dipendenti, in cui anche il datore di lavoro partecipa alle fasi di lavoro, l’imprenditore ha l’obbligo di specificare il costo della manodopera impiegata, al netto del costo riferibile al proprio apporto di lavoro.


Altresì, nell’ipotesi in cui i lavori vengano effettuati dalla ditta incaricata, avvalendosi, in tutto o in parte, delle prestazioni lavorative rese da un soggetto non dipendente che opera con un contratto di opera o di subappalto, nella fattura si deve evidenziare tale circostanza, indicando


sia il costo della manodopera impiegata direttamente, sia quello della manodopera impiegata da eventuali appaltatori o subappaltatori, secondo l’ammontare da questi comunicato.


Infine, l’Agenzia delle Entrate ritiene che l’obbligo si estende, oltre che ai contratti d’appalto e d’opera, anche alle ipotesi contrattuali riconducibili alla categoria delle cessioni di beni con posa in opera degli stessi.


 


Requisiti per il regime di franchigia Iva


L’art. 32-bis del D.P.R. n. 633/1972 esclude che possano rientrare nel regime dei contribuenti minimi in franchigia i soggetti che effettuano cessioni all’esportazione.


A parere dell’Agenzia delle Entrate nel concetto “cessioni all’esportazione” sono compresi sia le cessioni di cui all’art. 8, comma 1, lett. a) e b), del D.P.R. n. 633/72, sia quelle di cui alla lett. c) dello stesso art., nonché quelle disciplinate rispettivamente dall’art. 8-bis (operazioni assimilate alle cessioni all’esportazione), dall’art. 9 (servizi internazionali o connessi con gli scambi internazionali), dall’art. 71 (operazioni con lo Stato della Città del Vaticano e con la Repubblica di San Marino) e dall’art. 72 (trattati e accordi internazionali) del medesimo decreto.


 


Detrazione Iva in occasione di congressi: Ambito soggettivo e ambito temporale


La Legge finanziaria 2007 ha modificato l’art. 19-bis1 del DPR 633/72, prevedendo la detraibilità dell’imposta relativa alle prestazioni alberghiere, alle somministrazioni di alimenti e bevande, inerenti alla partecipazioni a convegni, congressi e simili, erogate nei giorni di svolgimento degli stessi.


Ma per l’anno 2007, la suddetta detrazione spetta solo nella misura del 50%.


Sono ammessi a usufruire del diritto alla detrazione dell’Iva, addebitata sulle somministrazioni di pasti e alle prestazioni alberghiere erogate in occasione di convegni, congressi e simili, tutti i soggetti passivi che acquistano le predette prestazioni per lo svolgimento dell’attività di impresa, arte o professione esercitata.


Pertanto, anche per i relatori è possibile esercitare il diritto alla detrazione dell’Iva.


Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ritiene che possano essere considerate non soltanto le spese per le prestazioni alberghiere e di ristorazione che sono erogate nei giorni di svolgimento dell’evento, ma anche le spese, relative agli stessi servizi, il cui sostenimento é comunque necessario per la partecipazione alle attività congressuali.


 


Iva nel periodo di vigenza del D.L. n 223/06: Modalità di applicazione dell’Iva per le cessioni di fabbricati strumentali poste in essere dal 4 luglio all’11 agosto 2006 da  parte delle imprese che intendono optare per l’applicazione dell’Iva ed entro quale termine debba avvenire la predetta regolarizzazione.


La legge finanziaria 2007 (art. 1, comma 292) disciplina l’efficacia di talune norme contenute nel D.L. n. 223/2006, oggetto di modifica da parte della relativa legge di conversione.


Tali norme riguardano, in particolare il trattamento da riservare, ai fini dell’Iva e dell’imposta di registro, alle cessioni e locazioni, anche finanziarie, di immobili.


In particolare, sono fatti salvi gli effetti prodotti dall’applicazione delle norme, non convertite, contenute nell’art. 35, commi 8, lett. a), e 10, del D.L. n. 223/2006, le quali prevedevano l’applicazione generalizzata del regime di esenzione da Iva alle cessioni e locazioni, anche finanziarie, di immobili, consentendo, tuttavia, per le cessioni di immobili strumentali poste in essere tra il 4 luglio e l’11 agosto (giorno anteriore all’entrata in vigore della legge di conversione) la facoltà di esercitare l’opzione prevista dalla legge di conversione per l’imponibilità ad Iva.


Pertanto, da un lato sono stati salvaguardati i rapporti economici sorti nel periodo di vigenza del D.L. e, dall’altro, attraverso il riconoscimento della possibilità di optare per l’imposizione, sono state evitate disparità di trattamento fiscale tra coloro che hanno compiuto operazioni nel periodo di vigenza del decreto e coloro che hanno agito successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione.


Il cedente, se vuole optare per l’imposizione, deve operare una variazione in aumento dell’imposta ai sensi dell’art. 26, comma 1, del D.P.R. n. 633/72.


L’emissione della apposita fattura integrativa (nota di addebito) per l’Iva dovuta dal cessionario rappresenta il comportamento concludente che esprime l’esercizio dell’opzione.


Indi, l’opzione esercitata deve essere comunicata nella dichiarazione Iva per l’anno 2006.


Quindi, il termine di presentazione della dichiarazione costituisce quello ultimo entro cui esercitare l’opzione per l’imponibilità, tuttavia, per garantire la certezza dei rapporti giuridici sorti nel periodo di vigenza delle norme oggetto di mancata conversione, viene considerato opportuno che l’addebito dell’Iva alla controparte, da parte del cedente, avvenga tempestivamente.


 


Reverse charge iva in edilizia: Soggetti esteri


Il meccanismo del reverse-charge trasferisce dal cedente al cessionario gli obblighi connessi all’assolvimento dell’IVA, in deroga all’art. 17 del D.P.R. n. 633/72.


Detto meccanismo é stato esteso anche alle operazioni poste in essere nel settore edile tra subappaltatore e appaltatore (o altro subappaltatore).


Secondo l’Agenzia delle Entrate, nel caso in cui l’appaltatore ed il subappaltatore siano entrambi soggetti esteri, non stabiliti in Italia, soltanto l’appaltatore, giacché debitore d’imposta in virtù dell’applicazione del regime di reverse-charge, sia tenuto ad identificarsi direttamente in Italia, o, in alternativa, a nominare un rappresentante fiscale, ai sensi dell’art. 17, comma 2, del D.P.R. n. 633/72.


Inoltre, il subappaltatore, ove sia un soggetto comunitario senza stabile organizzazione in Italia, che abbia effettuato esclusivamente prestazioni di servizi nell’ambito del settore edile (assoggettate al regime di reverse-charge) nei confronti di un appaltatore (o altro subappaltatore) stabilito in Italia, può chiedere il rimborso ai sensi della VIII direttiva comunitaria, recepita nell’art. 38-ter del D.P.R. n. 633/72.


Infine, l’Agenzia delle Entrate, ritiene che, nel caso in cui il subappaltatore abbia emesso erroneamente con IVA una fattura relativa ad una prestazione che avrebbe dovuto essere assoggettata ad imposta dal committente secondo il meccanismo del reverse-charge, sia possibile correggere l’errore emettendo una nota di accredito entro il termine di un anno dall’effettuazione dell’operazione, ai sensi dell’art. 26, comma 3, del D.P.R. n. 633/72, che obbliga il committente alle conseguenti variazioni.


 


Reverse charge iva in edilizia: Rilevanza della destinazione ultima della prestazione


Il meccanismo del reverse charge in edilizia, si applica alle prestazioni di servizi rese da un soggetto subappaltatore che opera in uno dei settori indicati nella sezione F delle tabelle di classificazione delle attività economiche ATECOFIN (2004), nei confronti di un altro soggetto IVA, operante nel settore edile, che agisce a sua volta quale appaltatore o subappaltatore.


Non assume rilevanza, invece, la qualità del soggetto che si pone quale committente principale, né il settore economico in cui lo stesso opera.


Il neo comma 6 dell’art. 17 del D.P.R. 633/72, ai fini dell’applicazione del regime del reverse charge non richiede che il committente principale sia necessariamente un’impresa che opera nel settore della costruzione o ristrutturazione di immobili.


Come ha chiarito la circolare n. 37/E del 29.12.2006, affinché il sistema dell’inversione contabile trovi applicazione, occorre che ricorrano requisiti soggettivi specifici, relativi all’appartenenza al comparto edilizio, solo in capo ai soggetti appaltatori e subappaltatori e non anche a coloro che risultano committenti degli interventi edili (ad es. impresa alberghiera o un professionista).


 


Reverse charge iva in edilizia: Costruzione e installazione infissi


La circolare n. 37/2006, individua le prestazioni per le quali deve essere adottato il sistema del reverse-charge facendo riferimento alla tabella di classificazione delle attività economiche ATECOFIN (2004). In particolare, occorre riferirsi alla sezione F, che individua le prestazioni rese nell’ambito del settore edile, intitolata “Costruzioni”.


Pertanto, il meccanismo del reverse-charge si applica solo nei casi in cui il soggetto subappaltatore opera nel quadro di un’attività riconducibile alla predetta sezione F.


Poiché la produzione di infissi, rientra nell’attività di falegnameria di cui alla voce 20.30.2, non é riconducibile al settore edile e, quindi, non é soggetta al reverse-charge a prescindere dalla


tipologia contrattuale che lega il prestatore e il committente.


 


Società di comodo: Rilevanza dei beni a deducibilità limitata


E’ stato posto il quesito, qualora tra i beni rilevanti per l’applicazione della normativa sulle società di comodo siano compresi beni che non generano componenti negativi fiscalmente rilevanti come ad esempio gli automezzi di cui all’art. 164 del TUIR, se il costo di tali beni debba essere assunto in misura pari a quanto contabilizzato, o in misura pari ai componenti negativi fiscalmente rilevanti che, nel caso di specie, potrebbero essere anche pari a zero.


A parere dell’Agenzia delle Entrare, la disciplina fiscale delle società “non operative” si applica, al ricorrere di determinati presupposti soggettivi ed oggettivi, alle società che abbiano conseguito nel periodo d’imposta un ammontare di ricavi, di proventi (diversi da quelli con natura straordinaria) e di incrementi di rimanenze inferiore a quelli minimi determinati come percentuale del valore di alcuni beni patrimoniali.


Inoltre, riguardo al suddetti quesito, l’Agenzia ritiene che si deve assumere, quale valore dei beni cui applicare i coefficienti previsti dalla normativa sulle società di comodo, l’importo determinato ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUIR, come espressamente prevede l’art. 30, comma 2, secondo periodo, della L. n. 724/1994.


In particolare, ai sensi dell’art. 110, comma 1, lettera a), del TUIR, “il costo é assunto al lordo delle quote di ammortamento già dedotte” ed é a tale valore che occorre fare riferimento ai fini dell’applicazione delle percentuali individuate dalle disposizioni concernenti le società non operative, indipendentemente dalla deducibilità fiscale delle quote di ammortamento dei beni.


 


Società di comodo: Gestione del credito Iva


Secondo il comma 4 dell’art. 30 della legge n. 724/1994, “Qualora per tre periodi di imposta consecutivi la società o l’ente non operativo non effettui operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto non inferiore all’importo che risulta dalla applicazione delle percentuali di cui al comma 1, l’eccedenza di credito non é ulteriormente riportabile a scomputo dell’IVA a debito relativa ai periodi di imposta successivi”.


Quindi, per stabilire se il credito IVA possa essere o meno riportato in avanti, occorre fare riferimento all’importo che risulta all’ammontare di tali percentuali.


L’Agenzia delle Entrate, ha, inoltre, ritenuto che la norma che disciplina i crediti IVA delle società non operative, si applica nei confronti delle società che non abbiano superato il test di operatività.


 


Società di comodo: Irrilevanza fiscale dell’ammortamento dei terreni


In tema di società non operative, ai fini dell’applicazione delle percentuali ai beni indicati dalla norma, l’art. 30, comma 2, della L. n. 724/1994, prevede espressamente che per la determinazione del valore dei beni si applica l’art. 110, comma 1, del TUIR.


In particolare, il citato art. 110, comma 1, alla lett. a), dispone che “il costo é assunto al lordo delle quote di ammortamento già dedotte”.


Pertanto, in caso di un “bene” costituito da un’area su cui insiste un fabbricato strumentale, il “valore” da assumere ai fini dell’applicazione della disciplina sulle società “non operative” è quello che rileva ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUIR, a prescindere dalla circostanza che il “costo” da assumere ai fini della determinazione delle quote di ammortamento deducibili, ai sensi dell’art. 36, comma 7, del D.L. n. 223/2006, sia al netto del costo dell’area.


 


Società di comodo: Calcolo della media


La disciplina fiscale delle società “non operative”  si applica, al ricorrere di determinati  presupposti soggettivi ed oggettivi, alle società e a taluni enti che abbiano conseguito nel periodo d’imposta un ammontare di ricavi, di proventi (diversi da quelli con natura straordinaria) e di incrementi di rimanenze inferiore a quelli minimi determinati come percentuale del valore di alcuni beni patrimoniali.


Ai fini di tale determinazione, i ricavi e i proventi, nonché i valori dei beni e delle immobilizzazioni “vanno assunti in base alle risultanze medie dell’esercizio e dei due precedenti”.


In merito alle modalità da seguire per la determinazione dei predetti valori medi continuano a valere i chiarimenti forniti nelle circolari 26 febbraio 1997, n. 48 (paragrafo 2.2) e 15 maggio 1997, n. 137 (domanda 12.10).


L’Agenzia delle Entrate, ritiene che nel calcolo dei valori medi vanno considerati i due periodi di imposta precedenti a quello in osservazione, anche se interessati da cause di esclusione dall’applicazione della norma, siano esse di natura “automatica” (primo periodo d’imposta) o conseguenti all’accoglimento dell’istanza disapplicativa prevista.


Mentre nell’ipotesi di contribuente costituitosi da meno di tre periodi d’imposta, il valore medio va calcolato con riferimento al periodo d’imposta in osservazione e a quello immediatamente precedente (coincidente quest’ultimo con l’esercizio di costituzione).


 


Società di comodo: Inclusione nel calcolo delle partecipazioni Pex


Non rileva il fatto che alcune di partecipazioni siano attratte al regime di participation exemption previsto dall’art. 87 del TUIR, restando valide le conclusioni contenute nella circolare 6/E del 2006. In tale documento é stato chiarito che “le partecipazioni in possesso dei requisiti di cui all’articolo 87 del TUIR, per ragioni di ordine logico e sistematico, debbono essere annoverate tra quelle che concorrono alla verifica dell’operatività, ai sensi dell’articolo 30 della legge n. 724 del 1994”.


 


Società di comodo: Scioglimento e trasformazione: conseguenze ai fini Iva


Nell’ipotesi in cui le società non operative deliberano lo scioglimento con conseguente assegnazione dei beni ai soci (ferma restando l’applicazione dell’imposta di registro nella misura dell’1%, nonché l’applicazione delle imposte ipotecarie e catastali in misura fissa per i beni immobili) le stesse beneficiano della previsione agevolativa contenuta nell’art. 1, comma 116, della Legge finanziaria 2007, secondo cui le assegnazioni di beni ai soci non sono considerate cessioni agli effetti dell’IVA.


In ogni caso, evidenzia l’Agenzia delle Entrate, le società non operative all’atto della assegnazione dei beni ai soci devono necessariamente effettuare la rettifica della detrazione dell’IVA secondo le regole ordinariamente date dall’arti. 19-bis2 del D.P.R. n. 633/72.


Qualora all’atto dell’acquisto del bene la società non abbia potuto beneficiare della detrazione ai fini IVA, non occorre effettuare alcuna rettifica della detrazione al momento della successiva assegnazione del bene ai soci.


Secondo l’Agenzia delle Entrate, poiché nel caso di trasformazione agevolata della società non operativa in società semplice la legge finanziaria non contiene disposizioni agevolative ai fini IVA, l’atto di trasformazione in società semplice, configurandosi quale operazione di autoconsumo di beni di impresa, comporta l’assoggettamento ad Iva dell’operazione, ai sensi dell’art. 2, comma 2, n. 5, del D.P.R. n. 633/72, sempre che all’atto dell’acquisto sia stata operata la detrazione del tributo ai sensi dell’art. 19.


Anche la circolare 40/E del 13 maggio 2002 aveva affermato che la trasformazione agevolata in società semplice, rientrando tra le operazioni di autoconsumo dei beni d’impresa, rileva ai fini dell’applicazione dell’IVA.


 


Società di comodo: Istanza di interpello disapplicativo


L’Agenzia delle entrate ritiene che, in linea generale, la possibilità di attribuire rilevanza anche a circostanze non straordinarie amplia la casistica che giustifica la disapplicazione della specifica normativa. In particolare, possono trovare accoglimento le istanze delle holding in tutti i casi in cui la normativa sia stata disapplicata nei confronti delle partecipate, ma anche quando si dimostri, ad esempio, che l’eventuale distribuzione di tutti gli utili della partecipata non sarebbe stata comunque sufficiente per evidenziare proventi almeno pari a quelli minimi determinati in via presuntiva con l’applicazione dei coefficienti.


Infine, la norma che ha eliminato il riferimento al carattere straordinario delle cause di esclusione si applica anche per il periodo d’imposta in corso al 4 luglio 2006.


 


Reddito di lavoro autonomo: Cessione del pacchetto clienti e di elementi immateriali


Il D.L. n. 223/2006 ha inserito nell’art. 54 del Tuir un nuovo comma 1-quater che stabilisce la concorrenza alla formazione del reddito da lavoro autonomo del corrispettivo percepito a seguito di cessione della clientela e di elementi immateriali riferibili all’attività professionale.


Contestualmente, la medesima norma, ha introdotto nel comma 1 dell’art. 17 del Tuir, relativo al regime della tassazione separata, la lettera g-ter), la quale prevede l’assoggettamento a tassazione separata dei corrispettivi per cessione della clientela, purché percepiti in unica soluzione.


Anche se la norma fa riferimento al pagamento in “un’unica soluzione”, l’Agenzia delle Entrate ritiene che il regime di tassazione separata sia applicabile anche nel caso in cui il corrispettivo sia percepito in più rate, purché ciò avvenga nello stesso periodo d’imposta.


Nella diversa ipotesi in cui il corrispettivo per la cessione della clientela sia percepito in più periodi d’imposta, la modalità di tassazione é, in ogni caso, quella ordinaria.


Per quanto concerne l’ipotesi di corrispettivo rateale percepito da un soggetto che, dopo la cessione della clientela, intende cessare l’attività, L’Agenzia ritiene che resti ferma, in relazione a tutte le rate, la qualificazione reddituale operata dall’art. 54, comma 1-quater, del Tuir.


Con la modifica sono stati ricondotti nell’ambito del reddito di lavoro autonomo i corrispettivi percepiti a seguito di cessione della clientela o di elementi immateriali “comunque riferibili all’attività artistica o professionale”.


Pertanto, la cessione del “pacchetto clienti” genera interamente reddito professionale da assoggettare a tassazione ordinaria ai sensi dell’art. 54 del Tuir.


Rileva, inoltre, l’Agenzia: Questo comporta, tra l’altro, che il lavoratore autonomo deve conservare la partita IVA fino all’incasso dell’ultima rata.


 


Reddito di lavoro autonomo:  Spese anticipate dal committente


L’art. 36 del D.L. n. 223/2006, al comma 29, lett. a), n. 2), ha modificato la disposizione contenuta nel comma 5 dell’art. 54 del TUIR relativo alla determinazione del reddito di lavoro autonomo. Si è stabilito che che le spese relative a prestazioni alberghiere e a somministrazione di alimenti e bevande in pubblici esercizi sono integralmente deducibili da parte del professionista nel caso in cui siano sostenute direttamente dal committente per conto del professionista medesimo e da questi addebitate in fattura.


In tale particolare ipotesi non opera il limite alla deducibilità di tali spese, ordinariamente previsto nella misura del 2% dell’ammontare dei compensi annui.


L’Agenzia delle entrate ha osservato che l’ammontare delle spese di vitto e alloggio che il committente sostiene (e che successivamente comunica al professionista) rientrano (momentaneamente) tra i costi indeducibili. Solo a seguito della parcella emessa dal professionista (comprensiva dei compensi e della quota di spese già pagate dal committente) il committente può portare in deduzione l’intero costo sostenuto come compenso erogato al professionista (imputando a costo nel conto economico l’intera prestazione al lordo dei rimborsi spese).


E’ solo in tale momento, attraverso l’inequivoca ricomprensione della spesa tra i costi relativi alla prestazione professionale acquisita nell’esercizio dell’impresa, arte e professioni, che si manifesta l’inerenza dell’esborso.


Per quanto riguarda il documento di spesa inviato al committente da parte dell’erogatore del servizio in modo indistinto, l’Agenzia delle Entrate ritiene che la deduzione da parte del professionista che riaddebita l’importo é subordinata alla circostanza che la fattura emessa dall’albergatore o dal ristoratore contenga l’indicazione del soggetto (professionista) nei cui confronti la prestazione viene resa e, nel caso si tratti di più soggetti, specifichi quale parte del corrispettivo si riferisce a ciascuno dei professionisti stessi.


Solo in tale caso il professionista può qualificare la spesa come prestazione di vitto e alloggio effettuata per lo svolgimento dell’incarico ricevuto che non soggiace alla limitazione del 2%, mentre l’impresa committente, ricevuta la parcella, imputa a costo la prestazione maggiorata dei rimborsi spese.


 


Reddito di lavoro autonomo:  Spese anticipate dal professionista


La norma contenuta nel comma 5 dell’art. 54 del TUIR, consente al professionista di dedurre integralmente le spese alberghiere e di ristorazione nella sola ipotesi in cui le spese stesse siano state anticipate dal committente. Pertanto, nell’ipotesi in cui le spese sono anticipate dal lavoratore autonomo e analiticamente addebitate al committente, la deduzione é consentita solo nel limite del 2% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta.


 


Auto aziendali: Deducibilità


Nel caso in cui il dipendente corrisponda delle somme a fronte dell’utilizzo del veicolo per rimborsare in tutto o in parte il relativo costo sostenuto dall’impresa, dette somme vanno a decurtare il reddito di lavoro dipendente. In tal caso, considerato che le somme rimborsate dal dipendente concorrono a formare il reddito dell’impresa, l’Agenzia delle Entrate ritiene che i costi effettivamente sostenuti dall’impresa, per un ammontare corrispondente a dette spese, possano essere portati in deduzione dal reddito giacché strettamente correlati al componente positivo tassato. In ogni caso l’importo complessivamente deducibile dall’impresa, a titolo di fringe benefit e di altri costi, non può eccedere quello delle spese sostenute per l’autoveicolo dato in uso promiscuo.


Esempio:


Nell’ipotesi in cui i costi sostenuti dall’impresa siano superiori al fringe benefit, si ha:


Costi sostenuti dall’impresa 2100


Fringe benefit 1000


Somme rimborsate 400


L’impresa registra:


– un componente positivo di reddito, incluso nell’utile civilistico, pari a 400 a fronte dei costi rimborsati;


 una variazione fiscale in aumento pari a 1100, per riprendere a tassazione i costi sostenuti (2100) al netto del fringe benefit tassato in capo al dipendente (600) e delle somme rimborsate (400), che sono deducibili.


Nell’ipotesi, invece, in cui i costi sostenuti dall’impresa siano inferiori al fringe benefit, si ha:


Costi sostenuti dall’impresa 800


Fringe benefit 1000


Somme rimborsate 400


L’impresa registra:


– un componente positivo di reddito, incluso nell’utile civilistico, pari a 400 a fronte dei costi rimborsati;


 nessuna variazione fiscale in aumento o in diminuzione, giacché ai costi complessivamente sostenuti (800) vanno sottratti il fringe benefit tassato in capo al dipendente (600) e le somme rimborsate, ma solo fino a concorrenza dei predetti costi (200).


 


Auto aziendali: Regime degli automezzi strumentali


Le modifiche fatte dal D.L. n. 262/2006, convertito dalla L. 286/2006, al regime fiscale dei veicoli di proprietà dell’impresa non hanno interessato Il comma 1, lettera a), dell’art. 164 del TUIR. Quindi, l’Agenzia delle Entrate ha confermato, come ancora valido, il contenuto delle circolari 13 febbraio 1997, n. 37/E, e 10 febbraio 1998, n. 48/E.


Pertanto, sono ancora beni strumentali soltanto “i veicoli senza i quali l’attività stessa non può essere esercitata” (beni posseduti dalle imprese che li noleggiano per cerimonia, dalle auto-scuole ecc.).


 


Auto aziendali: Provvedimento di identificazione degli automezzi


In attuazione dell’art. 35 del D.L. n. 223/2006 é stato emanato il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 6 dicembre 2006.


E’ stato chiesto se le indicazioni in esso contenute possano avere valenza retroattiva o se, invece, i criteri contenuti nel provvedimento possano essere utilizzati esclusivamente dal periodo di imposta 2007, anche in considerazione delle


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