AZIENDE DI GRANDE DISTRIBUZIONE: PRESUNZIONI DI CESSIONE E DI ACQUISTO IN EVASIONE PER LA RILEVAZIONE DI DIFFERENZE INVENTARIALI


Prima di redigere il processo verbale di constatazione ed i conseguenti avvisi d’accertamento, il verificatore e il funzionario dell’Ufficio preposto al controllo fiscale devono tenere conto della situazione complessiva contabile/aziendale, poiché le eventuali differenze rilevate nelle merci in magazzino non necessariamente potrebbero costituire indizi di evasione dell’imposta.


Le aziende della grande distribuzione non sono obbligate alla tenuta della contabilità di magazzino per i depositi dei singoli punti vendita che non fungono anche da “magazzini interni centralizzati”.


La dichiarazione sostitutiva che serve a vincere la presunzione di evasione deve essere solo firmata (ai sensi del DPR 445/2000) e conservata entro 30 giorni dall’evento (distruzione merce, ecc.), Tuttavia, a tale dichiarazione deve essere associata una relazione esplicativa delle differenze inventariali.


Nel metodo al dettaglio (scritture interne per il passaggio delle merci tra sedi centrali e magazzini o punti vendita, i movimenti di magazzino vengono, in genere, rilevati per valore e non per quantità.) utilizzato dalle grandi aziende non opera necessariamente il principio della presunzione di evasione


Se all’atto dell’accesso, vengano rilevati esuberi di cassa rispetto alle risultanze delle scritture contabili obbligatorie, i verificatori possono presumere evasione e procedere ad accertamento fiscale.


Tutto questo è contenuto nella circolare n. 31 del 02/10/2006 dell’Agenzia delle Entrate, che è intervenuta a chiarire le disposizioni del D.P.R. 10 novembre 1997, n. 441, recante norme per il riordino della disciplina delle presunzioni di cessione di acquisto.


In particolare, la circolare ha fornito le soluzioni interpretative sulle questioni concernenti gli operatori commerciali, particolarmente quelli del settore della grande distribuzione


Presunzioni di cessione e di acquisto


In virtù dell’art. 1 del D.P.R. n. 441/1997 si presumono ceduti i beni “acquistati, importati o prodotti” non rinvenuti presso i locali in cui il contribuente “svolge le proprie operazioni” o presso quelli dei suoi rappresentanti, mentre, ai sensi dell’art. 3 del medesimo D.P.R., si presumono acquistati i beni rinvenuti nei citati locali.


In base all’art. 4, co. 1, le presunzioni di cessione e di acquisto, conseguenti alla rilevazione fisica dei beni, opera limitatamente al periodo d’imposta in corso al momento dell’accesso.


 Mentre il successivo co. 2 dispone che le eventuali differenze quantitative derivanti dal raffronto tra le consistenze delle rimanenze registrate e le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino o della documentazione obbligatoria emessa e ricevuta (c.d. differenze inventariali), costituiscono presunzione di cessione o di acquisto per il periodo d’imposta oggetto del controllo.


A causa delle presunzioni che operano, secondo il parere dell’Agenzia delle Entrate,  in deroga al principio fissato dall’art. 2697 del Codice civile, il contribuente, per superare tali presunzioni, ha l’onere di dovere provare, secondo le modalità di cui agli artt. 2 e 3 del D.P.R. n. 441 del 1997, che la giacenza o la mancata giacenza dipende dal verificarsi di fatti diversi dall’acquisto e/o dalla cessione.


Problematica inerente alle differenze inventariali rilevate presso gli
operatori tenuti alla contabilità di magazzino.


L’art. 14, primo comma, lettera d), del D.P.R. n. 600 del 1973, prevede l’obbligo di tenuta delle scritture ausiliarie di magazzino in maniera di potere verificare le variazioni intervenute nelle consistenze degli inventari annuali. In tali scritture sono “registrate le quantità entrate ed uscite delle merci.  In base al suddetto art. 14, primo comma, lettera d) e all’art. 39, secondo comma lett. d), del medesimo D.P.R. si prevede  la possibilità di annotare, anche alla fine del periodo d’imposta, i cali e le altre variazioni di quantità che determinano scostamenti tra la regolarità delle scritture ausiliarie di magazzino nel caso in cui gli errori e le omissioni sono contenuti entro i normali limiti di tolleranza delle quantità annotate nel carico o nello scarico.


Tuttavia, le differenze inventariali non sono forzatamente sinonimo di evasione di imposta, ma possono costituire un modo fisiologico in relazione alla ordinaria dinamica gestionale di un magazzino.






Ad es. differenze inventariali, lecite, possono essere dovute a:


– cali fisici o di lavorazione delle merci


– erroneo utilizzo dei codici identificativi nel carico/scarico delle merci;


– furti;


– distruzioni accidentali.


Alla luce di ciò l’Agenzia delle Entrate avverte che in tali evenienze il verificatore deve sempre effettuare una analisi complessiva della posizione economica, patrimoniale e gestionale dell’azienda controllata.


Pertanto, il verificatore, se nel corso del controllo dovesse riscontrare le suddette rettifiche contabili non deve limitarsi a riprendere a tassazione gli importi corrispondenti al valore delle  differenze, ma è tenuto, invece, ad esaminare il processo di formazione delle stesse e la loro natura fisiologica o patologica in relazione all’attività in concreto svolta dall’impresa e in relazione agli elementi ed alle informazioni eventualmente forniti dal contribuente.






A titolo di esempio, analizzare i seguenti elementi:


– le caratteristiche gestionali e le peculiarità del processo produttivo
 e/o commerciale;


– il trend delle differenze inventariali rilevate nell’arco dell’ultimo
 triennio;


– il trend degli investimenti effettuati dall’azienda, finalizzati all’adozione di misure organizzative e strumenti per il contenimento e la prevenzione delle cause di formazione delle differenze inventariali;


– il rapporto costi/benefici nell’adozione di misure atte a eliminare
 totalmente le differenze inventariali;


– la rilevazione di differenze inventariali (per lo stesso periodo d’imposta o di rilevazione delle giacenze) sia di segno negativo che positivo, ipoteticamente compensabili a livello di categoria merceologica di prodotti);


– la scarsa possibilità nella pratica della vendita “al nero” delle merci costituenti le differenze inventariali riscontrate (in particolare se le differenze si riferiscono a materie prime utilizzate nel processo produttivo o a beni merce di scarso valore unitario e di elevata consistenza numerica);


– valori delle differenze inventariali percentualmente non significativi in rapporto al volume d’affari o alla consistenza media del magazzino, da valutare sempre in stretta connessione con la tipologia di attività svolta e la localizzazione territoriale dell’azienda.


 


Quando, comunque, non opera la presunzione di cessione


La stessa norma (art. 2, co. 3 del D.P.R. n. 441/1997) prevede che la perdita di beni dovuta ad eventi fortuiti, accidentali o comunque indipendenti dalla volontà del contribuente va provata dal contribuente mediante idonea documentazione fornita da un organo della Pubblica Amministrazione (ad esempio, provvedimento di sequestro amministrativo/giudiziario o anche un verbale di accertamento della distruzione dei beni redatto da parte dei Vigili del fuoco) o, in mancanza, da una dichiarazione sostitutiva di atto notorio (da redigere  entro 30 giorni dal verificarsi dell’evento o dalla data in cui se ne ha conoscenza) dalle quali risulti il valore complessivo dei beni mancanti, salvo l’obbligo di fornire, a richiesta dell’Amministrazione finanziaria, i criteri e gli elementi in base ai quali detto valore é stato determinato.


In particolare, a parere dell’Agenzia delle Entrate, il contribuente, per garantire maggiore trasparenza sulle procedute usate, oltre a compilare la dichiarazione sostitutiva, deve (in maniera tempestiva) accompagnarla con una relazione che specifica il calcolo delle differenze inventariali e la loro distribuzione distinta per tipologia (es. furto, cali,deperimento, distruzione accidentale, mancata rettifica delle distinte base delle materie prime nel corso della fase di produzione di un bene, errore nella conta fisica delle materie prime di piccolissime dimensioni, ecc.).


La stessa dichiarazione sostitutiva può essere ulteriormente documentata attraverso l’allegazione di:


1) Verbali di ricognizione con i quali si procede ad un riscontro
 continuo e periodico delle differenze inventariali;


2) elementi in merito alle misure di sicurezza adottate per il
 contenimento di furti che comportino una perdita involontaria dei beni;


3) elementi che attestino la propensione e la tendenza dell’azienda a migliorare i propri processi interni al fine di ridurre e limitare il più possibile i fenomeni che portano alla formazione di differenze inventariali, le quali non hanno una rilevanza solo fiscale, ma anche e significativamente un impatto importante sulla gestione economica e finanziaria della stessa azienda.


Come si redige la dichiarazione sostitutiva


Infine, ha precisato l’Agenzia delle Entrate, per essere valida ai fini fiscali, la dichiarazione sostitutiva va redatta in conformità alla disciplina del D.P.R. 28 dicembre 2000, n 445, (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa).


Come indicato nella circolare n. 6/2002, paragrafo 18, l’autocertificazione va fatta entro 30 giorni dal momento in cui si è verificato l’evento, o da quello in cui il contribuente ne ha avuto conoscenza, ma ciò non comporta che entro tale termine la dichiarazione venga prodotta all’Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate, essendo a tal fine sufficiente che la stessa sia resa, ossia solo sottoscritta entro il termine prescritto e, se richiesta, esibita agli organi di controllo dell’Amministrazione finanziaria.


Pertanto, il contribuente é comunque tenuto a predisporre il documento entro il termine prescritto (30 giorni), in modo da renderlo immediatamente disponibile ai verificatori al momento del controllo.


Problematica inerente alle differenze inventariali rilevate presso gli
operatori della grande distribuzione


L’art. 14, primo comma, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973, prevede che per le attività elencate ai numeri 1 e 2 dell’art. 22, co., del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (tra cui le attività di cessione di beni effettuate da commercianti al minuto autorizzati in locali aperti al pubblico) la tenuta della contabilità di magazzino é obbligatoria solo per i movimenti di carico e scarico dei magazzini interni centralizzati che forniscono due o più negozi o altre unità periferiche, escludendo, quindi, da tale obbligo tutti gli altri depositi.


Alla luce di ciò, ha rilevato l’Agenzia delle Entrate, le aziende della grande distribuzione non sono obbligate alla tenuta della contabilità di magazzino per i depositi dei singoli punti vendita che non fungono anche da “magazzini interni centralizzati”.


Riguardo la rilevazione delle “differenze inventariali” relative all’attività di commercio al dettaglio, le aziende della grande distribuzione utilizzano per finalità gestionali, con riguardo alle movimentazioni di merce nei magazzini dei punti vendita, scritture interne comunemente denominate “schede conto consegnatario” che, generalmente, si basano sul cosiddetto “metodo del dettaglio”.


Tale metodo si fonda su specifiche rilevazioni dei movimenti delle merci, operate dalla sede centrale e dalle filiali: le merci vengono raggruppate in base alla categoria merceologica ed alla percentuale di ricarico sul prezzo di vendita (mark-up); i movimenti di magazzino vengono, in genere, rilevati per valore e non per quantità.


Il metodo si basa sul prezzo di acquisto e di vendita dei beni e funziona indipendentemente dall’inventario fisico delle scorte. Infatti, le differenze inventariali che vengono rilevate rappresentano, in genere, lo scostamento tra il valore dell’incasso teorico e quello dell’incasso effettivo, e non lo scostamento tra quantità entrate, da una parte, e quantità uscite, più consistenze, dall’altra.


Le c.d. “schede conto consegnatario” tenute dalle aziende della grande distribuzione in relazione ai depositi relativi ai singoli punti vendita non sono assimilabili, ai fini dell’operatività delle disposizioni del D.P.R. n. 441 del 1997, alle scritture obbligatorie di magazzino di cui al co. 1, lettera d), dell’art. 14 D.P.R. 600 del 1973, poiché si tratta di rilevazioni effettuate per finalità gestionali e non per obbligo di legge e che non riguardano necessariamente le quantità entrate ed uscite delle merci.


Anche in questi casi, ha evidenziato la circolare dell’Agenzia delle Entrate è opportuno che i verificatori facciano una valutazione attenta delle “differenze inventariali” rilevate dallo stesso contribuente.


In tali casi, non opera la presunzione di cessione disposta dall’art. 4, comma 2, del D.P.R. n. 441/1997, trattandosi di differenze non evidenziate nelle scritture obbligatorie di magazzino.


Naturalmente, ciò non significa che tale contabilità, che  non è obbligatoria, non possa essere oggetto di ispezione ai fini fiscali e che sulle sue rilevazioni possa essere basato un accertamento, sia ai fini dell’I.V.A. che delle imposte dirette, qualora i verificatori riescano a desumere, sulla base di ulteriori riscontri documentali (ad es., le risultanze dei controlli incrociati e/o di questionari) e/o presunzioni (ad es. l’eventualità in cui, all’atto dell’accesso, vengano rilevati esuberi di cassa rispetto alle risultanze delle scritture contabili obbligatorie), l’esistenza di componenti positivi di reddito non dichiarati.


L’Agenzia delle Entrate ha notato che di norma le aziende della grande distribuzione, a causa del sistema di certificazione dei corrispettivi realizzato attraverso l’emissione di scontrini fiscali


 o con la trasmissione telematica all’Agenzia delle Entrate dell’ammontare complessivo dei corrispettivi, adottano procedure amministrative ed organizzative rigorose, nel rispetto delle quali appare poco probabile l’effettuazione di vendite “in nero”.  Occorrono, quindi, ulteriori elementi probatori per dimostrare che vi è evasione;


La prova contraria rispetto alla vendita “in nero” da parte del contribuente non é vincolata alle procedure previste dal D.P.R. n. 441/97, ma può essere costituita da qualunque dato (anche di ordine presuntivo) idoneo a contrastare le tesi dei verificatori.


La prova relativa all’esistenza di contratti deve essere data nelle idonee forme documentali.


 


Ottobre 2006  


 


Vincenzo D’Andò


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