Immobili enti non commerciali: iscrizione nel libro degli inventari


Gli immobili degli enti non commerciali (strumentali e non) si considerano relativi all’impresa, e quindi sono soggetti all’IRES, solo se indicati nell’inventario. Ciò al pari di quanto disposto per le imprese individuali in virtù dell’art. 144, comma 3, del TUIR, che dispone che per l’individuazione dei beni relativi all’impresa si applicano le norme contenute nell’art. 65, commi 1 e 3-bis, del medesimo TUIR.


 


E’ quanto ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 96 del 03.08.2006.


Per effetto di tale art. 65 gli immobili cd. strumentali (sia per destinazione che per natura) acquisiscono la qualifica di cespiti “relativi all’impresa” soltanto a seguito di un preciso atto di volontà dell’imprenditore o dell’ente non commerciale che si manifesta con l’inserimento del bene immobile tra quelli elencati nel libro degli inventari (cd. inventariazione) tenuto a norma dell’articolo 2217 del codice civile.


Per conseguenza, ha rilevato l’Agenzia delle Entrate, l’attuale ordinamento lascia la scelta all’ente non commerciali (al pari dell’imprenditore individuale) di individuare il regime fiscale (d’impresa o meno) dei propri beni immobili, risultando esclusi dal novero dei cespiti “relativi all’impresa” quelli che, pur rientrando tra i beni strumentali per natura o destinazione, non risultano indicati nell’inventario.


 


Il caso concreto oggetto della risoluzione


Una fondazione aveva chiesto all’Agenzia delle Entrate di potere escludere dall’attività commerciale un immobile utilizzato come opificio, qualificabile tra gli immobili strumentali per natura (e godere, quindi, dei benefici fiscali previsti per l’attività istituzionale), nonostante, per precauzione interpretativa, lo avesse nel libro degli inventari relativo alla propria attività commerciale.


L’Agenzia, dal canto suo, ha risposto che ciò non è possibile poiché la Fondazione aveva comunque di fatto iscritto tale bene immobile nel proprio libro inventari.


Anzi, poiché detto immobile fino al 2004 costituiva, a tal fine, un “bene relativo all’impresa” (a causa della sua perdurante inclusione nel libro degli inventari), la fuoriuscita di detto cespite dall’inventario nel corso del successivo esercizio 2005 costituisce, a tutti gli effetti, una destinazione del bene a finalità estranee all’esercizio dell’impresa o, in altri termini, un’ipotesi di estromissione dalla sfera imprenditoriale dell’ente non commerciale, quindi, soggetta a tassazione, infatti, ha rilevato l’Agenzia delle Entrate, ai sensi dell’art. 86, commi 1, lettera c) e 3 del TUIR, si applica la plusvalenza sulla differenza tra il valore normale dell’opificio all’atto dell’estromissione e il costo non ammortizzato dello stesso.


Inoltre, l’Agenzia delle Entrate ha osservato che non influisce a circostanza che l’immobile originariamente sia stato acquisito dalla Fondazione a seguito di atto di donazione.


Ciò poiché con il D.L. n. 223 del 4.7.2006 é stato eliminato il riferimento all’acquisto per “donazione” quale evento suscettibile di rendere intassabile la plusvalenza da rivendita.


In base a tale modifica la vendita, al di fuori del regime di impresa, di un immobile originariamente acquisito per donazione comporta l’assoggettamento a tassazione della plusvalenza eventualmente conseguita, nel caso in cui la rivendita intervenga prima del decorso del quinquennio. Il computo del predetto termine quinquennale decorre “dalla data di acquisto da parte del donante”.


Nel caso specifico per la Fondazione, comunque, era trascorso il periodo dei cinque anni, potendo, quindi godere del beneficio dell’intassabilità della cessione.


Infine, l’Agenzia delle Entrate ha rilevato  che per la cessione del suddetto immobile non possa trovare applicazione la disciplina sulla rivalutazione prevista dalla legge Finanziaria per il 2006, giacché lo stesso non risulta dal bilancio chiuso alla data del 31.12.2005.


agosto 2006


Vincenzo D’Andò


 


 


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