Il sistema di amministrazione e di controllo nelle societa’ per azioni (non quotate) e la tutela del risparmio


Premessa


Di recente la disciplina delle società per azioni, già oggetto di riforma mediante il D.Lgs. n. 6/2003, è stata modificata dalla Legge n. 262/2005, relativa alla tutela del risparmio  alla disciplina dei mercati finanziari.


Grazie al suddetto D.Lgs. di riforma delle società di capitali, al sistema tradizionale di amministrazione e controllo, caratterizzato dalla presenza degli amministratori (amministratore unico o consiglio di amministrazione) e del collegio sindacale, si sono affiancati altri due modelli, peraltro, caratterizzati da svariate competenze:


– dal modello, cd. “dualistico” (di origini tedesche), che si contraddistingue perché la gestione societaria è interamente rimessa all’organo di gestione, mentre il controllo è affidato al consiglio di sorveglianza;


– dal modello, cd. “monistico” (di origine anglosassone), in cui vi è la sola presenza del consiglio di amministrazione mentre al suo interno viene costituito un comitato per il controllo.


Sul piano teorico non vi è un modello migliore dell’altro, mentre dal lato operativo la preferenza ad un dato modello viene data sulla base di molteplici fattori, come per la natura della società, le sue dimensioni, la composizione della compagine azionaria, il ricorso o meno al mercato del capitale di rischio e così via. Pertanto, alle società per azioni viene concessa, ampia discrezionalità sul sistema di responsabilità e di controllo.


Gli organi di amministrazione nella società per azioni


Con la riforma del diritto societario (D.Lgs. n. 6/2003) il sistema tradizionale non ha subito modifiche di rilievo. E’ stato solo specificato che la conduzione dell’impresa societaria compete all’organo amministrativo (amministratore unico o consiglio di amministrazione), il quale ha, in via esclusiva, il potere di compiere tutti gli atti necessari all’attuazione dell’oggetto sociale, mentre è comunque rimasta la loro responsabilità per gli atti compiuti (art. 2364, primo comma, n. 5 del Cod. civ.).


Nel sistema dualistico l’organo amministrativo è costituito dal consiglio di gestione  (è formato da almeno due membri, i quali possono essere anche non soci) che gestisce l’impresa.


Infine, nel sistema monistico è prevista la presenza di un solo organo per l’amministrazione e il controllo sulla gestione, definito consiglio di amministrazione, al cui interno lo stesso C.d.A. nomina un “Comitato di controllo”.


Detto consiglio di amministrazione, formato da almeno tre membri (inclusi i due del Comitato di controllo), anche non soci, gestisce l’impresa.


Nel sistema monistico (poiché non ha un organo di controllo autonomo) almeno 1/3 dei componenti del consiglio di amministrazione deve essere in possesso dei requisiti di indipendenza che la legge stabilisce nel sistema tradizionale per i sindaci.


Pertanto, oltre all’interdetto e all’inabilitato, non possono assumere alcun ruolo direttivo il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado di amministratori della società, delle società da questa controllate, delle società che le controllano e di quelle sottoposte a comune controllo.


Inoltre, tra le numerose cause di incompatibilità previste da leggi speciali, vi è quella che dispone che non possono assumere la carica di amministratore gli impiegati dello Stato, i membri del Parlamento, i componenti delle autorità di vigilanza, e cosi via.


I primi amministratori sono nominati nell’atto costitutivo, mentre, successivamente, nel sistema tradizionale e in quello monistico, è l’assemblea ad eleggerli.


Mentre nel sistema dualistico, l’organo di gestione, successivo al primo nominato nell’atto costitutivo, è eletto dal consiglio di sorveglianza il quale a sua volta è nominato dall’assemblea.
Lo statuto può anche riservare la nomina di un componente dell’organo di amministrazione ai titolari di strumenti finanziari emessi ai sensi dell’art. 2346, sesto comma del Cod. civ. e dell’art. 2349, secondo comma.


Fermo il limite secondo il quale la nomina non può valere per più di tre esercizi, la durata dell’incarico è fissata nell’atto costitutivo o dall’assemblea


Gli amministratori sono rieleggibili (salvo diversa previsione statutaria) e sono revocabili in qualunque tempo, salvo il diritto al risarcimento del danno se manca la giusta causa.
Entro 30 giorni dalla notizia della nomina devono chiedere l’iscrizione nel registro delle imprese.


Cessazione degli amministratori di S.p.A. (art. 2385 del C.c.)


Le cause di cessazione sono:


– Scadenza del termine, in tale ipotesi la cessazione non ha luogo nel termine indicato nello statuto o dall’assemblea, ma nel momento di costituzione del nuovo consiglio. Ciò comporta che gli amministratori uscenti rimangono in carica fino a quando i nuovi amministratori accettano la nomina.;


– rinuncia all’incarico, che deve essere comunicata per iscritto al C.d.a. e al presidente del collegio sindacale, ha effetto immediato, se rimane in carica la maggioranza degli amministratori, in caso contrario quando la maggioranza è ricostituita con l’accettazione dei nuovi;


– decadenza, oltre alla morte, quando sopraggiungono cause di ineleggibilità o decadenza;


– revoca, che attribuisce il diritto all’amministratore nominato a tempo determinato di ottenere il risarcimento del danno quando manca una giusta causa.


La cessazione deve essere iscritta entro 30 giorni presso il registro delle imprese a cura del Collegio sindacale.


Sostituzione degli amministratori nella S.p.A. (art. 2386 del C.c.)


Se nel corso dell’esercizio vengono a mancare uno o più amministratori, gli altri provvedono a sostituirli con delibera approvata dal collegio sindacale, purché la maggioranza sia sempre costituita da amministratori nominati dall’assemblea.
Gli amministratori così nominati restano in carica fino alla prossima assemblea.
Se viene meno la maggioranza degli amministratori nominati dall’assemblea, quelli rimasti in carica devono convocare l’assemblea perché provveda alla nomina di quelli mancanti; questi scadono insieme con quelli che erano in carica all’atto della loro nomina (salvo diversa disposizione dello statuto).


Lo statuto può prevedere che la cessazione di uno o taluni amministratori faccia decadere l’intero consiglio.


Se vengono a cessare l’amministratore unico o l’intero consiglio, l’assemblea per il rinnovo è convocata dal collegio sindacale, che compie nel frattempo l’ordinaria amministrazione.


Responsabilità verso la società per azioni (art. 2392 del C.c.)


Riguardo la responsabilità degli amministratori, l’espresso rinvio operato dal codice civile ha reso la disciplina dettata per il sistema tradizionale comune a tutti e tre i sistemi di amministrazione e controllo.


Gli amministratori, che devono adempiere al loro mandato con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze, sono solidalmente responsabili verso la società dei danni cagionati.


Se risultano delegate talune funzioni a singoli amministratori o ad un comitato esecutivo, per le violazioni di doveri connessi a tali deleghe rispondono solo gli amministratori cui le deleghe sono attribuite.


In ogni caso rispondono con i delegati anche gli altri amministratori se, venuti a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto era necessario per poterne impedire il compimento o limitarne gli effetti dannosi.


Il generale obbligo di agire informati fa sì che la responsabilità si estenda anche quando gli amministratori non si sono adeguatamente informati per reperire informazioni.
In ogni caso, ciascuna ipotesi di responsabilità presuppone l’esistenza di due elementi: inadempimento di un qualche dovere connesso all’ufficio di amministratore; possibile danno per la società.


La responsabilità non si estende a quelli che, immuni da colpa hanno fatto annotare il loro dissenso nel libro delle delibere consiliari, e ne hanno dato immediata notizia al presidente del collegio sindacale.


Azione sociale di responsabilità esercitata dalla società per azioni (art. 2393)


L’azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa in seguito a delibera assembleare, anche se la società è in liquidazione. La delibera dell’azione di responsabilità comporta la revoca d’ufficio degli amministratori, purché sia presa con la maggioranza di almeno 1/5 del capitale sociale. L’assemblea nomina anche i nuovi amministratori.
La legge sulla tutela del risparmio (legge n. 262/2005) ha inserito nell’art. 2393 del C.c. una modifica importante, in base alla quale si stabilisce che l’azione di responsabilità può
essere promossa con la delibera del collegio sindacale, presa a maggioranza dei 2/3 dei suoi componenti. Come già previsto nel sistema dualistico (in cui l’azione può essere promossa su istanza del consiglio di sorveglianza) tale neo disposizione consente di potenziare il ruolo del controllo e di creare un contrappeso al potere degli amministratori.


In tema di tutela delle minoranze e di azione sociale di responsabilità, un’altra rilevante novità, introdotta dalla riforma del diritto societario (evidenziata dalla Fondazione Luca Pacioli con la circolare n. 13 del 26.06.2006), è stata precisata dalla recente normativa sulla tutela del risparmio.


In particolare, viene previsto (art. 2393-bis del c.c.) che ad attivarsi, a favore della società nel suo insieme, sia anche una minoranza di soci. Si tratta di un nuovo strumento che, assieme all’attribuzione al collegio sindacale serve ad evitare l’immobilismo della società determinato dalla scarsa possibilità che la maggioranza, che in precedenza abbia eletto gli amministratori, decida poi di prendere provvedimenti nei loro confronti.


La percentuale di soci necessaria per promuovere l’azione è di un 1/5, tuttavia nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio la percentuale è di 1/40 (la previsione, introdotta dalla legge sul risparmio, sostituisce quella precedente che prevedeva la più elevata quota del ventesimo del capitale sociale).


Anche la minoranza può rinunciare all’azione o può trovare un accordo, fermo restando che qualunque corrispettivo ottenuto resta di pertinenza della società nell’interesse della quale la minoranza ha agito.


Il presupposto di queste azioni è il danno al patrimonio della società che si riscontra anche nell’azione di responsabilità promossa dai creditori sociali qualora vi sia stata, da parte degli amministratori, l’inosservanza degli obblighi relativi alla conservazione del patrimonio e questo risulti insufficiente al loro soddisfacimento (art. 2394 cod. civ.).


La promozione dell’azione di responsabilità da parte della società, al pari di una transazione, impedisce l’espletamento dell’azione dei creditori. La rinuncia dell’azione da parte della società non impedisce, invece, l’esercizio di quella creditoria.


La funzione del sistema dei controlli nella società per azioni


Per quanto concerne i controlli, nel sistema tradizionale, con la riforma societaria, il collegio sindacale, nelle società quotate o ad azionariato diffuso, non ha più la competenza in materia di controllo legale dei conti, che, invece, è stata affidata a soggetti esterni come un revisore contabile o ad una società di revisione.


Nell’ambito dell’espletamento delle proprie funzioni, ciascun sindaco, oltre a partecipare alle riunioni del collegio e degli altri organi, può compiere in qualunque momento atti di ispezione e controllo, avvalendosi anche, salvo rifiuto del consiglio di amministrazione, dell’ausilio di propri dipendenti. Il collegio nel suo insieme può invece chiedere agli amministratori, quando lo ritenga opportuno, notizie sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari anche relativi alle società controllate (art. 2403-bis cod. civ.). Si tratta perciò di poteri che consentono ai sindaci di venire a conoscenza immediata delle circostanze più rilevanti e di esercitare una più efficace forma di controllo.
Resta poi in capo al collegio sindacale una residuale attività di supplenza nel caso di omissioni da parte degli amministratori (art. 2406 cod. civ.), nonché il compito di
assumere provvisoriamente la gestione qualora vengano a mancare tutti gli amministratori. Il collegio sindacale ha anche il compito di compiere indagini qualora vengano denunciati dal socio fatti censurabili (art. 2408 cod. civ.).


I sindaci (così come i componenti del consiglio di sorveglianza) restano in carica per tre esercizi e scadono alla data di convocazione dell’assemblea per l’approvazione del bilancio relativo al terzo esercizio.


Viceversa, il consiglio di sorveglianza nel sistema dualistico rappresenta l’organo di controllo che più si distingue dagli altri due perché racchiude in sé alcune competenze che tradizionalmente spettavano al collegio sindacale e altre riferibili, invece, all’assemblea.


Il Consiglio di sorveglianza svolge non solo i compiti di vigilanza sull’osservanza della legge, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione con particolare riguardo all’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società, ma anche compiti specifici quali la nomina e la revoca del consiglio di gestione e l’approvazione del bilancio di esercizio (però in caso di mancata approvazione o qualora lo richiedano tanti componenti del consiglio di gestione o del consiglio di sorveglianza che rappresentano un terzo, la competenza può essere attribuita all’assemblea).


Il consiglio di sorveglianza si occupa, inoltre, di promuovere l’azione di responsabilità verso gli amministratori e, qualora sia previsto dallo statuto, delibera in ordine ad operazioni strategiche e ai piani finanziari e industriali preparati dal consiglio di gestione (art. 2409- terdecies cod. civ.).


Anche il consiglio di sorveglianza, al pari del collegio sindacale, nello svolgimento delle sue funzioni può chiedere ai gestori o agli organi delle società controllate notizie sull’andamento della gestione sociale.


L’attività di sorveglianza esercitata dal comitato di controllo (tuttavia, si tratta di un organo che è eletto dallo stesso consiglio di amministrazione, ed è composto dai suoi stessi membri) sulla gestione nel sistema monistico è, invece, sostanzialmente coincidente con quella svolta dal collegio sindacale.


Composizione degli organi di controllo e requisiti per la nomina


Come per l’organo di amministrazione, i componenti dell’organo di controllo, possono essere anche soggetti esterni alla società.


Nel sistema tradizionale e in quello dualistico la prima nomina spetta all’atto costitutivo e quelle successive all’assemblea.


Nel sistema monistico, invece, la nomina è rimessa al consiglio di amministrazione, che prevede al suo interno la costituzione di un comitato per il controllo.


Resta ferma la possibilità che la legge o lo statuto attribuisca il potere di nomina di uno o più componenti dell’organo di controllo allo Stato o enti pubblici (artt. 2449 e 2450 cod. civ.).
Nel sistema tradizionale è previsto che i sindaci siano 3 o 5 e almeno 1 dei membri effettivi sia iscritto nel registro dei revisori contabili, mentre i restanti membri devono essere scelti tra gli iscritti negli albi professionali degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri, dei periti commerciali e dei consulenti del lavoro, nonché tra i professori universitari nelle materie economiche e giuridiche (art. 2397 cod. civ.).


E’ caduta la previsione che tutti i sindaci dovevano essere iscritti nell’albo dei revisori contabili.


Le cause di ineleggibilità e incompatibilità nei tre sistemi


Riguardo le cause di ineleggibilità e incompatibilità nei tre sistemi, nel sistema tradizionale non possono essere eletti alla carica di sindaco coloro i quali risultino interdetti, inabilitati, che hanno subito condanne che importino l’interdizione anche temporanea dai pubblici uffici o l’incapacità a compiere compiti direttivi.


Inoltre non possono essere sindaco il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori di società nonché l’amministratore, il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori delle società controllate, di quelle che controllano o sottoposte a comune controllo.


E’ inoltre vietata la nomina a sindaco di colui il quale sia legato alla società, alle sue controllate o a quelle che la controllano o sono sottoposte a comune controllo, da un rapporto di lavoro, da un rapporto di consulenza continuativa o di prestazione d’opera retribuita o da altri rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza (art. 2399 cod. civ.).


Secondo la Fondazione Pacioli nelle società non quotate il rapporto di consulenza, per costituire causa di ineleggibilità, deve essere continuativo, mentre nelle società quotate tale continuità non è richiesta ed è pertanto sufficiente anche un rapporto professionale una tantum (art. 148, comma 3, T.u.i.f.) per potersi avere la causa di ineleggibilità .


Stessa cosa per l’elezione dei controllori nel sistema dualistico e monistico.


Anche per i componenti del consiglio di sorveglianza è di ostacolo alla nomina l’interdizione, l’inabilitazione, il fallimento e la condanna che importi l’interdizione anche temporanea dai pubblici uffici o l’incapacità a svolgere compiti direttivi.


Inoltre non può essere eletto componente dell’organo di sorveglianza:


– chi è già componente del consiglio di gestione;


– chi è legato alla società o alle società da questa controllate o sottoposte a comune controllo, da rapporto di lavoro o rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d’opera retribuita che ne comprometta l’indipendenza.


Sono differenti i requisiti necessari per divenire componente del comitato di controllo sulla gestione che è composto dagli stessi amministratori. In tale caso, a garanzie dell’efficacia del controllo esercitato da un organo interno allo stesso consiglio di amministrazione si richiede che gli amministratori, cosiddetti non esecutivi, siano in possesso dei requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza (almeno un terzo dei componenti del consiglio di gestione deve essere in possesso dei requisiti di indipendenza previsti per i sindaci a norma dell’art. 2399 cod. civ.).


Inoltre non devono essere membri del comitato esecutivo e non avere deleghe o particolari cariche e comunque si richiede che non svolgano, anche di mero fatto, funzioni attinenti alla gestione della società o di società che la controllano o ne sono controllate.


Le altre novità sulla nomina dei sindaci introdotte dalla legge sulla tutela del risparmio (legge n. 262/2005)


Con la modifica arrecata all’art. 2400 cod. civ., si dispone che “al momento della nomina dei sindaci e prima dell’accettazione dell’incarico sono resi noti all’assemblea gli incarichi di amministrazione e controllo da essi ricoperti presso altre società”.


Tale nuovo obbligo di trasparenza ha creato taluni dubbi interpretativi alla dottrina (tra cui la Fondazione Pacioli). Assodato che le cariche sociali già ricoperte dai potenziali sindaci in altre società sono sottoposte al vaglio dall’assemblea della società che provvede alla nomina, viceversa è risultato poco chiaro quando scatta l’obbligo di comunicazione e a carico di chi.


A parere di tale Fondazione, sul piano operativo, chi aspira alla nomina a sindaco di una società provvederà a comunicare al socio proponente o agli amministratori l’elenco degli incarichi di amministrazione e controllo già ricoperti. Dal verbale assembleare risulta che sono stati comunicati gli incarichi ricoperti dai soggetti nominati. Il sindaco nominato, ricevuta la comunicazione della nomina, si accerterà che risultino debitamente comunicati all’assemblea gli incarichi ricoperti.


Ciò vale anche per la nomina dei supplenti: Il momento rilevante per la comunicazione degli incarichi viene visto in quello della nomina, non quello eventuale del subentro del supplente nelle funzioni di sindaco effettivo.


La responsabilità dei sindaci


In virtù dell’art. 2407 cod. civ. anche i sindaci, al pari degli amministratori devono adempiere i loro doveri con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura dell’incarico.


Vale, in merito la medesima diligenza degli amministratori.


In base a ciò i sindaci sono responsabili per la veridicità delle loro attestazioni e per non aver mantenuto il segreto su alcuni dati o documenti sensibili. Sono inoltre responsabili, in solido con gli amministratori, per i fatti o le omissioni di questi quando il danno non si sarebbe prodotto se avessero correttamente vigilato.


Si tratta però di una forma di responsabilità che si caratterizza poiché richiede l’esistenza di taluni elementi:


– L’inadempimento da parte degli amministratori;


– il verificarsi di un danno;


– l’omessa vigilanza o l’inadempimento da parte dei sindaci.


La responsabilità è pure esclusa anche qualora viene dimostrato che il danno si sarebbe comunque verificato prima ancora che il collegio avesse vigilato adeguatamente.


I sindaci sono responsabili nei confronti della società, dei creditori e dei soci e si applicano le stesse regole relative alla responsabilità degli amministratori, così come legittimati ad agire possono essere anche le minoranze.


Il regime di responsabilità dei componenti del consiglio di sorveglianza è simile a quello dei sindaci (art. 2409-terdecies, terzo comma, cod. civ.).


Essi devono adempiere i loro doveri con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e sono solidalmente responsabili con i componenti del consiglio di gestione per il danno prodotto dal compimento difatti o la loro omissione che se avessero vigilato non si sarebbero verificati.


I dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari:
Il regime di responsabilità introdotta dalla legge sulla tutela del risparmio (legge n. 262/2005)


Infine, per la responsabilità e gli obblighi di informazione, la nuova legge sul risparmio, nei confronti delle società quotate, prevede che lo statuto possa indicare le modalità di nomina di un dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari.


Viene così attribuita rilevanza ad un soggetto che nella prassi viene individuato nel cd. direttore amministrazione, finanza e controllo, o direttore amministrativo e finanziario.


A tale soggetto è fatto obbligo di redigere una dichiarazione che attesti la corrispondenza al vero e che accompagni, con questa funzione, gli atti e le comunicazione che la società è obbligata per legge o statuto a fornire e che riguardano informazioni e dati sulla sua situazione economica e finanziaria.


Inoltre, il dirigente deve predisporre adeguate procedure organizzative e contabili per la redazione del bilancio e di ogni altra informazione di carattere finanziario e accompagnare il bilancio di esercizio con una sua relazione (oltre a quella degli amministratori delegati) da cui risulti l’adeguatezza, l’effettiva applicazione delle procedure amministrative e contabili, nonché la corrispondenza del bilancio alle risultanze dei libri e delle scritture contabili.


Peraltro, le disposizioni che regolano la responsabilità degli amministratori si applicano anche ai dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari.


La responsabilità dei dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari si estende anche ai casi di infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità e di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza.


 


luglio 2006


 


 


Vincenzo D’Andò


Partecipa alla discussione sul forum.