D.L. 223: escluso da IRPEF il rimborso delle spese di vitto e allogio rifatturato al committente


Per effetto delle modifiche intervenute nell’art.54, comma 5, del DPR 917/86 nella versione riformulata dall’art.36, comma 29, lettera a), punto 2), del DL 223/2006, i professionisti possono ora dedurre le spese di vitto e di alloggio sostenute per i loro clienti, senza dunque che esse concorrano alla formazione del plafond del 2% del reddito imponibile fissato dallo stesso comma 5, del citato art.54 quale tetto di commisurazione della deduzione IRPEF.


Come noto, le spese sostenute dal professionista (lavoratore autonomo con partita IVA) per conto del committente e chieste a rimborso a quest’ultimo – devono essere assoggettate alla ritenuta di acconto prevista dall’art.25 del DPR 600/72 (Cfr. la Risoluzione del ministero delle Finanze n.III-5-225 dell’11 agosto 1994, la decisione della Commissione tributaria centrale, Sez.XXVII, decisione n.785 del 27 gennaio 1994).


In pratica, i rimborsi delle spese dei professionisti devono essere considerati a tutti gli effetti come compensi e deve pertanto essere operata la ritenuta di acconto del 20% all’atto del pagamento dei relativi importi.


I documenti comprovati il sostenimento della spesa devono essere intestati al professionista il quale annoterà gli stessi nella propria contabilità, al fine di dedurre i relativi oneri dal reddito prodotto.


Resta inteso che è diritto del committente che eroga i rimborsi verificarne la correttezza degli ammontari richiedendo la copia fotostatica dei documenti attestanti la spesa sostenuta.


La cennata condotta è stata nel passato talvolta oggetto di contestazione da parte di taluni professionisti perché, sebbene i rimborsi avessero concorso pienamente alla formazione del reddito imponibile IRPEF, la deduzione di alcune tipologie di costi (spese alberghiere e di somministrazione pasti e bevande) era consentita non misura piena, ma per un importo complessivamente non superiore al 2% del reddito imponibile dell’anno (Cfr. l’art.54, comma 5, del DPR 917/86 nella formulazione previgente al DL 223).


Poteva dunque accadere che il rimborso delle spese da parte del committente generasse massa reddituale alla quale non corrispondeva un ammontare equivalente di oneri deducibili con la conseguenza che il professionista doveva corrispondere delle imposte su di un reddito netto non conseguito.


Con la modifica apportata dal DL 223, le spese analiticamente addebitate ai clienti sono escluse dal computo del plafond del 2%, in quanto detto limite percentuale ha ora esclusiva efficacia con riferimento a quelle spese che il professionista ha sostenuto nella propria economia professionale e sono quindi rimaste a proprio carico, non per quelle che a loro volta – per mezzo del riaddebito al cliente –concorrono a formare il reddito personale.


La soluzione normativa appare pienamente condivisibile, posto che viene sanato un potenziale innesco di doppia imposizione (vietata in base all’art.163 del DPR 917/86), allorquando in presenza dello stesso presupposto di fatto (sostenimento, da parte del professionista, della spesa per conto del committente), veniva ripetuto il prelievo fiscale (una prima volta come costo indeducibile e una seconda come provento imponibile).


D’altra parte, analogo principio è previsto per la deduzione delle spese relative agli autoveicoli, giacché, per i mezzi concessi per l’uso personale dell’amministratore, i costi e le spese possono essere dall’impresa integralmente dedotti per la parte del loro ammontare non eccedente il compenso in natura dell’amministratore (Cfr. la Circolare del ministero delle Finanze n. 48/E/1998/17104 del 10 febbraio 1998).

14 luglio 2006


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