IL CONDONO DEL MARITO NON LIBERA LA MOGLIE


Con sentenza n. 10003 dell’8 marzo 2006 (dep. il 28 aprile 2006) la Corte di Cassazione ha affermato che il condono fiscale richiesto e ottenuto, ai sensi dell’art. 33 della L. n. 413 del 1991, da uno solo  dei  coniugi  che,  a  suo  tempo  abbia  presentato dichiarazione dei redditi congiunta con  l’altro,  ai  sensi  dell’art. 17 della L. n. 114 del 1977, non giova anche al secondo.


 


Il fatto


 


L’allora Ufficio distrettuale delle imposte dirette di Termoli, notificò ai coniugi C.V.  e  R.L.  avviso  di  accertamento  in rettifica del reddito d’impresa conseguito nell’anno  1985,  elevandolo  da 1.38.629.000 a 1.63.847.000 e, trattandosi di reddito d’impresa individuale gestita come “azienda coniugale”, tale accertamento comportò la  rettifica, ai fini Irpef ed Ilor, del reddito dichiarato da ciascuno dei coniugi.


L’accertamento venne impugnato da entrambi i  contribuenti,  con  unico ricorso, e, successivamente, soltanto C.V., avvalendosi delle  disposizioni di cui all’art. 34 della L. n. 413/1991, presentò dichiarazione integrativa ricomprendente l’annualità 1985.


Sull’opposizione dell’ufficio – che, costituitosi in giudizio, sostenne la legittimità dell’accertamento e la sua piena efficacia nei confronti  di R.L., che non aveva presentato domanda di condono    la  Commissione tributaria di primo grado dichiarò estinto il processo per avvenuto condono ai sensi dell’art. 34 della L. n. 413/1991,  nei  confronti  di  entrambi  i contribuenti,  e  l’appello,  successivamente  promosso   dall’ufficio, fu respinto dalla Commissione regionale.


Avverso  detta  sentenza,  l’Amministrazione  finanziaria  ha  proposto ricorso  per  cassazione,  deducendo  violazione   e   falsa   applicazione dell’art. 33, comma 3, della L. n. 413/1991.


 


I motivi della sentenza


 


La Corte, investita della questione, richiamando il proprio consolidato orientamento (cfr.: Cass. n. 6458/2002, n. 757/2002; n. 14392/2001; n. 5787/2000), ha ritenuto che, “ in forza della previsione di cui all’art. 33, comma 3, della L. n. 413/1991 – come i soggetti, cui sono imputati pro quota i redditi di una  società  o di un’associazione e dell’azienda  gestita  in  comunione  fra  i  coniugi, possono  presentare  dichiarazioni  integrative   indipendentemente   dalla presentazione di dichiarazione integrativa da parte della società    così, corrispondentemente, la dichiarazione della  società,  dell’associazione  o del coniuge coinvolto nella  gestione  di  un'”azienda  coniugale”  esplica efficacia nei confronti del solo soggetto dichiarante, con  la  conseguenza che, ove i soci di una società  di  persone,  dell’associazione  o  l’altro coniuge  non  abbiano,  a   loro   volta   ed   autonomamente,   presentato dichiarazione integrativa, non è precluso  all’Amministrazione  finanziaria procedere alla rettifica dei loro redditi di partecipazione”.


Alla  luce  di  tale   principio,   il   ricorso   dell’Amministrazione finanziaria  si  rivela  manifestamente  fondato,  posto  che  la  sentenza impugnata,  avendo  ritenuto  estensibile  al  coniuge  la   dichiarazione integrativa presentata solo dal marito, è incorsa nella  denunciata  violazione  di legge.


 


Brevi note


 


A distanza di  parecchi anni la Cassazione continua ad occuparsi delle liti da condono della legge n. 413/91.


E’ il bello…… della nostra legislazione fiscale, in cui se è fisiologico un contenzioso con l’Amministrazione finanziaria contro gli atti da questa emessi, meno giustificabile è un contenzioso da condono, atteso che con questo istituto il contribuente intenderebbe ( il condizionale è d’obbligo) chiudere la posizione.


E invece, quasi incredibilmente, a 15 anni dalla legge n. 413/91, penultimo condono di levatura in ordine di tempo, dobbiamo cercare fra le nostre carte per poter commentare le sentenze emesse.


 


La sentenza che si annota va sulla scia di precedenti interventi. In particolare, in questa sede ci piace ricordare la  sentenza n. 6458 del 22 gennaio 2002, depositata il 6 maggio 2006, dove è stato affermato che il  condono  fiscale  richiesto  e   ottenuto,   ai   sensi dell’art. 33 della L. n. 413 del 1991, da uno solo dei coniugi che,  a  suo tempo abbia presentato dichiarazione dei redditi congiunta con l’altro,  ai sensi  dell’art. 17  della  L.  n.  114  del  1977,  non  giova  anche  al secondo.


Anche in questo caso la controversia traeva origine da un avviso notificato  il  27   novembre   1990   dall’allora l’Ufficio Distrettuale delle Imposte Dirette di Magenta, con cui accertò nei  confronti  di C.A. e per l’anno 1984,  un  reddito  imponibile  ai  fini  Irpef  ed  Ilor (rispettivamente lire 32.889.000 e  lire  21.842.000)  maggiore  di  quello dichiarato (rispettivamente lire 11.070.000 e lire 23.000);  nei  confronti di T.M.A., coniuge del predetto dichiarante, per lo stesso anno  e  per  le stesse imposte, riscontrò pure differenza fra reddito imponibile  effettivo (lire 53.645.000 e lire 44.314.000) e dichiarato (lire  19.631.000  e  lire 10.649.000).


In quella occasione,  i giudici della Suprema Corte, per quel che qui ci interessa, hanno esplicitamente affermato che “ la definizione della pendenza fiscale relativa al contribuente C.A., in conseguenza dell’applicazione del condono ex art. 33, comma 2, della L.  30 dicembre 1991, n. 413 (terzo e quarto motivo), parimenti non si riflette in alcun modo sulla posizione debitoria del  coniuge  T.M.A.,  proprio  perché detta norma stabilisce,  tra  l’altro,  che  la  dichiarazione  integrativa presentata da uno solo dei coniugi non ha effetto nei confronti dell’altro”.


Tale norma ha due precisi significati: il coniuge dichiarante, in caso di dichiarazione congiunta, non può fare la dichiarazione integrativa per entrambi, ma solo per se stesso;  la dichiarazione integrativa fatta da uno dei coniugi  non  comporta alcun effetto nei confronti della posizione fiscale  dell’altro,  cioè  sia per quanto riguarda l’attualità e l’ammontare del  debito  altrui  sia  per quanto  riguarda  la  qualità  solidale   dell’obbligazione”.  


Pertanto, se il coniuge  che  ha  presentato la  dichiarazione integrativa  era  originariamente  responsabile  solidalmente  del   debito dell’altro, tale rimane dopo aver presentato detta dichiarazione.


E quindi, è esatto affermare che, in tema di dichiarazione  integrativa ai fini del condono fiscale, la solidarietà dipendente dalla  dichiarazione congiunta  dei  redditi  non  svolge  alcun   effetto   (le   dichiarazioni integrative debbono essere, comunque separate per volontà di legge, in base al citato art. 33).


Da questa premessa, però, i giudici non ritengono che discenda  la  conseguenza voluta  dal  ricorrente,  circa  una  pretesa  definitiva  interruzione   o abolizione  della  responsabilità  solidale  sussistente,  in   base   alla precedente dichiarazione congiunta, quanto al pagamento del debito  fiscale dell’altro coniuge”.


Infatti, nei casi in cui uno dei coniugi aderisca al condono, il debito dell’altro coniuge  co-dichiarante  permane  (salvo condono personale)  ed  il  soggetto iscritto  a  ruolo  (in  ipotesi,  il  marito)  continua   ad   averne   la responsabilità solidale. Ovviamente, in caso di decesso di uno dei  coniugi solidalmente obbligati, gli eredi accettando l’eredità possono presentare  la dichiarazione  integrativa  per  il  de  cuius  (opportunità, nel caso di specie,  preclusa   al ricorrente,  per  effetto  dell’intervenuta  rinunzia   all’eredità   della moglie).


Inoltre, “ nella fattispecie  concreta  neppure  è  ravvisabile  alcuna  disparità arbitraria di trattamento – fra il coniuge beneficiario  del  condono,  che continua ad essere solidalmente obbligato per la  posizione  debitoria  non condonata del coniuge co-dichiarante, e quest’ultimo che, grazie al condono ottenuto dall’altro, risponde ormai soltanto del debito proprio –  tale  da fondare il sospetto d’incostituzionalità della norma, giacché,  come  sopra si  è  precisato,  il  vincolo  solidale  sorge  per  effetto  di  un  atto volontario, qual è la dichiarazione congiunta, e perché, nel caso concreto, l’impossibilità di transigere anche l’obbligazione  fiscale  della  defunta non discende dalla richiamata disposizione legislativa, bensì dalla volontà soggettiva di rinunziare all’eredità”.


 


Si rileva, da ultimo, per completezza d’analisi, che il principio affermato dalla Cassazione relativamente al condono della l. n. 412/91, non fa altro che riprendere un orientamento già espresso dalla stessa Corte con il condono della L. n. 516/82, ove è stato detto che nelle ipotesi di dichiarazione unica dei  redditi da parte dei coniugi,  a  norma dell’art. 17  della  L.  n.  114/1977,  e  poi  uno  solo  di  essi  presenti la dichiarazione  integrativa  ai  sensi  della  L. n. 516/82,  il  debito d’imposta  dell’altro  coniuge  rimane  assistito  dalla  corresponsabilità solidale di entrambi, ai sensi ed agli effetti di cui  al  citato  art.  17 (Cass. 29 aprile 1994, n. 4168).


   


 


 12 giugno 2006                                              Gianfranco Antico







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