E’ ammissibile l’impugnazione mediante deposito di copia dell’atto di appello privo della relata di notifica

di Gianfranco Antico   Con sentenza n. 10771 del 24 marzo 2006 (dep. il 10 maggio 2006), la Corte di Cassazione, Sezione  tributaria, ha affermato che le norme che  disciplinano  il  processo  tributario  debbono essere interpretate alla luce dell’esigenza di non privare la  parte  della tutela   giurisdizionale, ove   sia   nella   sostanza  garantito il contraddittorio. Perciò […]

di Gianfranco Antico


 


Con sentenza n. 10771 del 24 marzo 2006 (dep. il 10 maggio 2006), la Corte di Cassazione, Sezione  tributaria, ha affermato che le norme che  disciplinano  il  processo  tributario  debbono essere interpretate alla luce dell’esigenza di non privare la  parte  della tutela   giurisdizionale, ove   sia   nella   sostanza  garantito il contraddittorio. Perciò è ammissibile l’impugnazione ove il  ricorrente  si costituisca in giudizio depositando una copia dell’atto  di  appello  priva della relata di notifica  (essendo  la  notifica  intervenuta  solo  in  un momento successivo) e non sia contestata la sostanziale corrispondenza fra l’atto depositato e quello notificato.


 


Il fatto


 


L.R.P.  impugnava  in  sede  giurisdizionale l’avviso di  accertamento  con  cui  l’Ufficio  registro  di  Trento  aveva quantificato la maggiore imposta straordinaria dovuta,  quale  proprietaria di un’imbarcazione da diporto, ai sensi dell’art.8 del D.L.  19  settembre 1992, n. 384, convertito in L. 14 novembre 1992, n. 438.


L’adita Commissione tributaria di I  grado  di  Trento,  con  decisione n. 131/04/1998, accoglieva il ricorso.


La  Commissione  tributaria  di  II  grado  di   Trento,   pronunciando sull’appello proposto dall’ufficio, lo dichiarava  inammissibile  per  vizi del procedimento.


Con ricorso notificato il 14  febbraio  2000,  affidato  ad  un  mezzo, l’Amministrazione delle finanze, ha chiesto la cassazione  della  decisione di appello.


 


Le doglianze dell’Amministrazione finanziaria


 


L’Amministrazione   finanziaria   censura l’impugnata sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 22 e 53, comma 2,  del  D.Lgs.  n.  546/1992,  per  avere  dichiarato  d’ufficio l’inammissibilità dell’appello sulla base del fatto che  l’atto  depositato  risultava difforme da quello notificato.


Le Finanze sostengono l’assoluta coincidenza del testo  dell’appello  depositato  in Commissione con quello  notificato  alla  parte,  peraltro  evidenziata  da apposita   annotazione   in   calce   all’atto,   e,   quindi,  prospettano l’illegittimità della sentenza  la  quale,  sulla  base  dell’insussistente presupposto della difformità delle due  copie  in  atti,  ha  ritenuto  che l’appello fosse stato proposto in violazione del combinato  disposto  degli artt. 22 e 53, comma 2, del D.Lgs. n. 546/1992.


 


La sentenza


 


Diciamo subito, in apertura, che il ricorso del Fisco è stato ritenuto manifestamente fondato.


In punto di  fatto,  secondo i Supremi Giudici, “ è  pacifico  che  l’ufficio  ha  depositato  nella segreteria della Commissione tributaria, in data 15 luglio 1998, l’atto  di appello di che trattasi, mancante della relata di notifica. Dall’impugnata sentenza, peraltro, si evince, che i giudici di  appello hanno, pure, rinvenuto in atti ed esaminato altro  esemplare  dell’atto  di appello corredato della relazione di notifica avvenuta in  data  21  luglio 1998”.


Affermano i Giudici di Piazza Cavour che “ l’impugnata decisione fa malgoverno  del  quadro normativo e  dei  principi  desumibili  da  pregresse  condivise  pronunce, giacche ha dichiarato l’inammissibilità dell’impugnazione,  esclusivamente, per il fatto che essendo la copia dell’atto di  appello  depositata  il  15 luglio 1998 ancora priva della relata di notificazione non poteva ritenersi conforme a quell’altra copia, successivamente versata  in  atti,  corredata della relazione di notifica, effettuata il 27 luglio 1998”.


Tale difformità, prosegue la Corte, non integra però “ l’ipotesi di sostanziale difformità, rilevante ai fini della declaratoria di inammissibilità ex artt. 22 e 53 del D.Lgs. n. 546/1992”, per due ragioni:


·        la  notifica  è stata effettuata a mezzo di messo  comunale  e  non  già  tramite  servizio postale, e pertanto non è riconducibile al comma 3 dell’art. 22 citato, bensì al comma 1 del medesimo articolo, per cui l’appellante, per depositare l’atto munito di relazione di notifica aveva a disposizione il termine di giorni  trenta, decorrenti dalla data in cui l’atto era stato  consegnato  al  destinatario (27 luglio 1998), e quindi, tenuto conto della sospensione dei termini  nel periodo feriale, fino all’11 ottobre 1998;


·        la  difformità  sanzionata  dalla  citata disposizione è solo quella che incide sul contenuto essenziale del ricorso, che cioè riguarda gli elementi fondamentali  che  lo  costituiscono,  quali specificati nel comma 1 dell’art. 53 citato e  non  già  quelle  altre  che riguardano altre incombenze  procedurali,  quali  la  relata  di  notifica, integrante una formalità integrativa,  solo  indispensabile  perché  l’atto acquisti rilevanza esterna, le quali sono immediatamente  verificabili  dal decidente.


 


Secondo la Consulta, si poteva parlare di inammissibilità nel caso in cui al destinatario non fosse  stata consegnata  “copia  conforme  all’originale   dell’atto   da   notificarsi” (art. 137, comma 2, del codice di procedura civile).


Per “atto” deve intendersi l’appello e non “ la relazione di  notifica  la quale, lungi dall’integrare un modo di essere dell’atto, ne rappresenta  un requisito di  efficacia,  essendo  mezzo  di  produzione  e  diffusione  di conoscenza,  affidata  all’intermediazione  di  un  organo   terzo,   quale l’ufficiale giudiziario”.


La Corte richiama un proprio pronunciamento – sentenza n. 1808872004 – secondo cui  “ ove  l’appellante abbia depositato nella segreteria della Commissione tributaria  adita,  non già l’originale  del  ricorso,  ossia  l’esemplare  dell’atto  introduttivo dell’appello   restituito   dall’ufficiale   giudiziario   all’esito    del procedimento notifícatorio con  la  relazione  certificante  la  regolarità della vocatio in ius della parte  appellata,  ma  una  fotocopia  dell’atto medesimo   restituitole   dall’ufficiale   notificatore    all’esito    del procedimento notificatorio  recante  in  calce,  sempre  in  fotocopia,  la relazione di notificazione, di cui all’art. 148  del  codice  di  procedura civile, certificante l’avvenuta  vocatio  in  ius  dell’appellato,  risulta sostanzialmente osservato il combinato disposto degli artt. 22, comma 1,  e 53, comma 2, del D.Lgs. n. 546 del 1992, che prescrive, in caso di giudizio di appello dinanzi alla Commissione tributaria regionale, promosso con atto notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, a  norma  degli  artt.  137  e seguenti del codice di procedura civile, che l’appellante debba, a pena  di inammissibilità, costituirsi depositando nella Segreteria del giudice adito l’originale  dell’atto   (ossia   l’esemplare   restituito   dall’ufficiale giudiziario notificatore con la relazione di cui all’art. 148 del codice di procedura civile) entro il  termine  di  trenta  giorni  dalla  data  della realizzata notificazione( Cfr. Cass. n. 20262/2004; n. 5257/2004; n. 12154/2004;  n. 4051/2001; n. 3620/1999; n. 6480/1998).


 


Analisi della sentenza


 


Prima di entrare nell’esame della sentenza vera e propria si ritiene opportuno richiamare due interessanti precedenti pronunciamenti della Cassazione:


·        sentenza n. 6391 del 3 febbraio 2006, depositata il 22 marzo 2006, secondo cui le disposizioni che  sanciscono  l’inammissibilità  dell’atto introduttivo del giudizio  debbono  essere  interpretate  ed  applicate  in armonia con i principi della Costituzione ed in particolare con il  diritto alla difesa in giudizio sancito dall’art. 24 della medesima. Di conseguenza si deve procedere ad  una  interpretazione  restrittiva  dell’art. 22  del D.Lgs. n. 546/1992 (cui rinvia l’art. 53  del medesimo decreto  legislativo) e applicare la sanzione estrema  della  inammissibilità  dell’appello  solo quando siano lesi  profili  sostanziali  del  contraddittorio  processuale. L’inammissibilità per difetto di sottoscrizione  del  ricorso  si  verifica dunque solo quando la sottoscrizione stessa manchi del tutto e  non  quando il contribuente (in violazione del citato art. 22) consegni all’ufficio  la copia  dell’appello  priva  di  sottoscrizione  e  depositi  in  segreteria l’originale regolarmente sottoscritto;


·        sentenza n. 3562 del 13 gennaio 2005, depositata il 22 febbraio 2005,  secondo cui l’art. 22 del D.Lgs. n. 546/1992  dichiara  inammissibile  il ricorso ove la copia depositata nella segreteria non sia conforme a  quella consegnato alla controparte. Dunque assume rilevanza il profilo sostanziale (conformità o meno  dei  due  testi);  mentre  l’asserzione  di  conformità apposta dal difensore o dalla parte  costituisce  solo  uno  strumento  per assicurare la conformità sostanziale ( nel caso  di  specie  il  giudice  di merito aveva accertato la difformità dei due testi).


 


Come è noto, in forza dell’art. 53 del D.Lgs.n.546/92 (Per un approfondito esame si rinvia ad ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso tributario, Il Sole24ore, Milano, 2006) il ricorso in appello deve contenere  l’indicazione della Commissione Tributaria a cui è diretto, dell’appellante e delle altre parti nei cui confronti è proposto, gli estremi della sentenza impugnata, l’esposizione sommaria dei fatti, l’oggetto della domanda ed i motivi specifici dell’impugnazione. Il ricorso in appello è inammissibile se manca o è assolutamente incerto uno degli elementi sopra indicati o se non è sottoscritto a norma dell’articolo 18, comma 3.


 Il ricorso in appello è proposto nelle forme di cui all’articolo 20, commi 1 e 2, nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado e deve essere depositato a norma dell’articolo 22, commi 1, 2 e 3. Ove il ricorso non sia notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, l’appellante deve, a pena d’inammissibilità, depositare copia dell’appello presso l’ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata.


In particolare, i commi 2 e 3 disciplinano le modalità di proposizione del ricorso in appello a mezzo del rinvio alle norme applicabili al ricorso di primo grado.


L’appellante dovrà, quindi:


·        procedere alla notificazione a norma dei commi 1 e 2 dell’articolo 20;


·        e successivamente provvedere alla costituzione in giudizio a norma dell’articolo 22 nella segreteria della Commissione regionale adita.


 


 In ordine alle modalità di costituzione in giudizio occorre rammentare come per effetto dell’entrata in vigore delle disposizioni contenute nell’art. dall’art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005 n. 203 (cd. Collegato alla Finanziaria 2006), convertito con modificazioni dalla legge n. 248 del 02.12.2005, entrato in vigore il 03.12.2005, il legislatore ha posto a carico dell’appellante un nuovo ed ulteriore onere processuale, prevedendo per il suo mancato rispetto un’innegabile grave sanzione d’inammissibilità dell’appello proposto.


Per effetto della novella legislativa, infatti, l’appellante, ove non si sia avvalso della notifica tramite ufficiale giudiziario, oltre alla notifica dell’atto di appello a tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado, deve, a pena d’inammissibilità, depositare copia dell’appello stesso presso la segreteria delle Commissione Tributaria Provinciale che ha pronunciato la sentenza.


Invero, in virtù delle intervenute modifiche indicate l’onere legislativo posto a carico dell’appellante di depositare copia dell’atto di appello anche in commissioni tributaria provinciale, appare ridondante e forse privo di significativo contenuto.


La sentenza qui sotto esame, invece, ancora una volta, dà alle norme processuali tributarie una  lettura  garantista ma che allo stesso tempo consenta di limitare l’operatività di  irragionevoli  sanzioni di inammissibilità.


La copia notificata deve essere conforme all’originale, così come la copia che si deposita in segreteria, deve essere conforme all’originale consegnato o spedito. Tale conformità è certificata dall’ufficiale giudiziario nel primo caso, dal ricorrente negli altri due. Ad ogni modo, ciò che realmente conta è che la conformità dell’originale con la copia notificata, spedita o consegnata, sia sostanziale; la sanzione dell’inammissibilità del ricorso in difetto di conformità è talmente grave da non poter essere comminata per semplici irregolarità formali.


La circolare ministeriale del 98/E 23 aprile 1996, infatti, ha chiarito che la carenza di conformità sanzionata con la inammissibilità del ricorso è solo quella in grado di incidere sugli elementi essenziali dello stesso, quali la domanda (petitum) ed i motivi (causa petendi).


Interessante, ai fini di che trattasi, è la sentenza n. 14430 del 02.05.2005 della Corte di Cassazione. Con tale pronunciamento, la Suprema Corte ha affermato che la sanzione d’inammissibilità del ricorso non scatta allorché vi sia un mero difetto dell’attestazione di conformità tra l’atto depositato e quello consegnato brevi manu ovvero notificato a mezzo del servizio postale, ma solo nel caso sussista un’effettiva difformità (Cfr. DI GIACOMO, Il difetto dell’attestazione di conformità non comporta inammissibilità del ricorso, in Fiscoggi, del 20.09.2005. Contra Cfr. Cassazione n. 7033/2002.).


 


giugno 2006                                                                                             Gianfranco Antico                                                                                      


 


 

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