Nozione del rapporto di lavoro subordinato


Il caso:


una società che svolge attività di pulizia impiegando 14 lavoratori in appalto presso diversi Enti, a cui viene imputato un rapporto di lavoro subordinato.


 


Secondo la Corte di Appello, in linea con il giudizio reso in primo grado,  il rapporto di lavoro è di carattere subordinato.


 


Di avviso contrario è la società che, ricorrendo in cassazione, sosteneva la mancanza del vincolo di subordinazione, in quanto tali lavoratori non erano in realtà mai stati assoggettati ai suoi poteri direttivi, bensì alle direttive dei responsabili degli enti appaltanti, ai quali i lavoratori venivano avviati dalla ricorrente stessa, utilizzando materiali da questi ultimi forniti,  non avendo modo di godere di permessi o ferie, né di trattamenti retributivi in caso di malattia o gravidanza.


Secondo la società è l’esigenza di flessibilità di un’attività di pulizia svolta presso aziende committenti, che avrebbe imposto di evitare le rigidità del rapporto di lavoro subordinato. Da ultimo, il “nomen iuris” dato dalle parti al rapporto di lavoro, avrebbe dovuto escluderlo dal novero dei rapporti di lavoro subordinato.


 


I Giudici del Supremo Collegio, hanno rigettato il ricorso riferendosi ai principi rivelatori di un rapporto di subordinazione, rilevando come l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo del datore si manifestasse anche attraverso elementi personali o materiali indicati da lui stesso a persone delegate, anche se estranee alla stessa azienda (Cass. n. 5426/2003; Cass. n. 7304/ 1999).


Nella fattispecie  il tipo di prestazione di carattere elementare, senza  precisi ordini e direttive, se non l’indicazione di tempi e luoghi, e la timbratura del cartellino per rilevare le ore lavorate, erano indici idonei a rivelare la sussistenza della subordinazione.


 


Per quanto concerne poi la censura mossa dalla ricorrente in ordine alla esclusa rilevanza del nomen iuris” dato dalle parti al rapporto di lavoro in esame, la Corte ribadisce che, in un rapporto contrattuale che si protrae nel tempo, il contratto iniziale esprime solo l’iniziale volontà delle parti. Un rapporto contrattuale và letto nella sua interezza, data dalla connessione di ogni singolo atto nella sua esecuzione.


Secondo i Giudici, infatti, dalla norma contenuta nell’art. 1362 (sull’intenzione dei contraenti), emerge chiaramente come l’esecuzione del contratto sia un canone ermeneutico non subordinato ma concorrente, e, siccome idoneo ad esprimere anche una eventuale modifica della volontà contrattuale, deve assumere una funzione necessariamente prevalente sul “nomen iuris” dato dalle parti (Cass. n. 6389/1998; Cass. n. 5960/1999; Cass. n. 7713/2002).


 


Maggio 2006


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