Il conflitto di interessi nel concordato: quando l'accertatore giudica se stesso

LE CONCLUSIONI DELL’INDAGINE: Dopo aver raccolto il materiale che i lettori hanno gentilmente inviato e sviluppato ulteriori ricerche in proposito, possiamo oggi concludere il nostro lavoro e chiudere questa prima indagine, aperta il 17/10 su questo sito. Ricordiamo sinteticamente qual è il fatto: nel caso di verifica in azienda effettuata dall’Ufficio, colui che ha svolto […]

LE CONCLUSIONI DELL’INDAGINE:

Dopo aver raccolto il materiale che i lettori hanno gentilmente inviato e sviluppato ulteriori ricerche in proposito, possiamo oggi concludere il nostro lavoro e chiudere questa prima indagine, aperta il 17/10 su questo sito.

Ricordiamo sinteticamente qual è il fatto:
nel caso di verifica in azienda effettuata dall’Ufficio, colui che ha svolto materialmente le operazioni presso il contribuente può anche essere incaricato di curare il contraddittorio con lui, giudicando il proprio operato e pervenendo alla definizione dell’accertamento?

In sostanza, dobbiamo comprendere se non vi sia un conflitto di interessi, legalmente rilevante, nello smettere gli abiti del verificatore per indossare quelli del conciliatore.

LEGGE QUADRO SULL’ACCERTAMENTO CON ADESIONE
Siamo partiti dall’analisi della legge-base, ossia il d.lgs 19.06.1997 n.218 ed in particolare degli articoli 6 e 7, che sono quelli che regolano la procedura di accertamento con adesione quando questa decolla su iniziativa del contribuente.
Ne abbiamo concluso che in questo testo non c’è traccia di una norma che imponga al Direttore dell’Ufficio di delegare un funzionario diverso da colui che ha svolto le verifiche presso il contribuente.

LO STATUTO DEL CONTRIBUENTE
Abbiamo allora esaminato lo Statuto del Contribuente (legge 212 del 27/07/2000).

Nel testo non c’è nulla di esplicitamente applicabile al nostro caso; tuttavia abbiamo scoperto che l’art.15 prevede l’emanazione di un codice di comportamento del personale degli uffici (e della Guardia di Finanza) addetto alle verifiche tributarie.

Questo potrebbe essere molto utile e probabilmente dovrebbe contenere una norma che impedisca che chi controlla poi concordi su quanto verificato: peccato che non sia mai stato emanato, dato che l’art.15 non è ancora stato attuato e non si prevede che lo sia in tempi ragionevolmente brevi, anzi non se ne ha proprio alcuna notizia!

i contributi dei lettori:
in un caso analogo a quello esaminato, è stata considerata spendibile un’eccezione d’incostituzionalità della norma, nell’ambito di un ricorso contro l’avviso di accertamento, sulla base dell’assimilazione del caso di specie a quanto stabilito in materia di “giusto processo” nel codice di procedura penale e quindi per violazione del diritto di difesa del contribuente.
Il fondamento di quest’eccezione sarebbe costituito dal fatto che il funzionario dell’ufficio non avrebbe esaminato l’istanza di concordato emettendo un “sereno” giudizio sull’operato dell’Ufficio, visto che si tratterebbe di rimettere in discussione le proprie conclusioni di “verificatore”.

Altri contributi hanno invece puntato la propria attenzione sull’art.321 del codice di procedura civile, nella parte in cui prevede che il conciliatore è terzo rispetto alle parti. Circostanza questa che, in un caso come quello che stiamo esaminando, evidentemente non può essere rispettata.

Entrambi i contributi evidenziano che anche se nella legge 218/97 e nello statuto del contribuente non esiste una precisa norma contro il conflitto di interessi in casi come il nostro, evidentemente nel “sistema normativo” vi sono dei principi generali che vanno applicati. Ed io sono perfettamente d’accordo su questo.

LE CONCLUSIONI

LA COSTITUZIONE
L’art.97 prevede che i pubblici uffici siano organizzati secondo i princìpi di buon andamento ed imparzialità.

A mio avviso questo può essere il nocciolo della questione:
assicurare l’imparzialità significa, nel caso di specie, evitare un conflitto di interessi nella pubblica amministrazione a danno del contribuente. Che poi il conflitto sia anche solo potenziale non importa: il cittadino dev’essere certo di aver trattato con un funzionario che non abbia “riserve mentali”.

Perciò potrebbe avere una qualche possibilità di riconoscimento un’eccezione di incostituzionalità della legge 218/97, basata sulla violazione del principio di imparzialità previsto dall’art.97 della Carta Costituzionale, nella parte in cui non prevede che il direttore dell’Ufficio provveda ad evitare che il suo delegato per il contraddittorio con il contribuente (salvo che egli non provveda personalmente) sia lo stesso che ha effettuato le verifiche nell’azienda del contribuente.

E’ questa la strada che io ritengo più praticabile rispetto a quelle delineate dai contributi già visti; naturalmente la mia è un’opinione strettamente personale che non sta assolutamente a significare che le altre teorie appena esposte siano meno interessanti e valide.

In ogni caso –comunque la pensiate- è certo che il contribuente che dovesse incappare in casi simili, quando l’accertamento con adesione non dovesse aver esito positivo, deve far valere le proprie eccezioni in sede contenziosa, se vuole provare a scardinare l’operato dell’ufficio.

Va chiarito però che l’esito negativo della procedura deve riguardare il fulcro della verifica, ossia i rilievi fondamentali e rilevanti; e che per esito negativo s’intende l’indisponibilità dell’ufficio a ridurre o rivedere le proprie pretese sostanziali e non solo quelle formali. Dato che se l’ufficio fosse disponibile a concordare con il contribuente sulle questioni sostanziali ma non su quelle formali, difficilmente il contribuente potrebbe aver successo in Commissione Tributaria, nel lamentare che l’ufficio è incappato in un conflitto d’interesse.

Quindi, in conclusione, anche se a mio personale avviso la strada più praticabile resta quella dell’incostituzionalità ex art.97 Costituzione, le opzioni sono attualmente 3:

a) far valere la violazione dell’art.97 della Carta Costituzionale

b) far valere la violazione del diritto di difesa ex art.24 della Carta Costituzionale

c) far valere la violazione dell’art.321 c.p.c..

novembre 2005

a cura Rag. Roberto Mazzanti

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