Il Fisco paga le spese se annulla l’atto nel corso del giudizio (con fac-simile della nuova istanza di autotutela)


Premessa


Una recente sentenza della Corte Costituzionale ha eliminato dal nostro ordinamento una norma del processo tributario che permetteva al Fisco comportamenti “di comodo” che costringevano il contribuente a sobbarcarsi le spese di un ricorso anche per aver ragione di casi in cui le sue ragioni sono fin troppo palesi, senza poter poi neppure sperare nel rimborso delle stesse, a procedimento concluso (e ricorso accolto). In altre parole, una norma che dava vita ad una alterazione del principio di parità processuale e, soprattutto, all’attribuzione di un ingiustificato vantaggio processuale per il Fisco.


La norma abrogata


La norma di cui si tratta è l’ art. 46 comma 3 D.Lgs. n. 546/92, che, nell’ipotesi di estinzione del giudizio “per cessazione della materia del contendere”, prevedeva che le spese processuali restassero a carico della parte che le avesse anticipate.


La dottrina, dal canto suo, aveva già posto in luce l’illegittimità costituzionale di una norma che rendeva impossibile il rimborso delle spese del giudizio sostenute dal ricorrente in tali occasioni, e che poneva dunque l’Amministrazione Finanziaria in una situazione di ingiusto vantaggio processuale, in quanto, mentre nel caso di estinzione del giudizio per rinunzia al ricorso da parte del contribuente questi è tenuto a rimborsare le spese di lite alle altre parti (in forza di quanto previsto dall’art. 44), altrettanto non avviene (avveniva) nel caso in cui l’estinzione conseguisse al riconoscimento dell’infondatezza della pretesa tributaria da parte dello stesso ente impositore.


 


Il caso


Il giudizio che ha determinato tale sentenza (c.d. giudizio a quo) verteva sull’ impugnazione di una cartella di pagamento che, successivamente all’instaurazione del giudizio, l’Ufficio impositore aveva avuto modo di annullare tramite lo sgravio, in sede di autotutela, dell’intera somma iscritta a ruolo.


Si precisa comunque che, con la sentenza in commento (del 12 luglio 2005 n. 274), è stato dichiarato illegittimo l’art. 46, comma 3, del decreto legislativo citato, ma è stato salvato dalla censura, ritenendo quindi valida la compensazione delle spese, il caso in cui il giudizio si estingua per effetto dell’avvenuta definizione delle pendenze tributarie (previste dalla legge in occasione ad esempio degli ultimi condoni).


Occorre al riguardo distinguere due fattispecie :


– la cessazione della materia del contendere “in senso stretto”, che avviene per motivi individuabili nel ritiro dell’atto impugnato o nel riconoscimento del rimborso contestato;


– la cessazione della materia del contendere “derivata”, in cui l’inutilità di continuare nel giudizio scaturisce da un fatto sopravvenuto esterno alle parti (come il caso di definizione delle pendenze tributarie previste dalla legge).


La fattispecie oggetto di censura, è stata, come detto, solo la prima.


 


Commento


Il punto di partenza del ragionamento della Corte costituzionale è il dato normativo che individua, nell’art. 15 del D. Lgs. n. 546/1992, l’applicazione di un principio generale di responsabilità per le spese di giudizio, comune d’altronde al processo civile e al processo amministrativo. Secondo tale norma la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese, anche se è salvo il potere del Giudice di disporne la compensazione; altro elemento normativo a base della decisione è il già citato art. 44 del medesimo decreto legislativo, secondo cui, in caso di rinuncia al ricorso, il ricorrente che rinuncia deve rimborsare le spese alle altre parti.


Se dunque la previsione dell’art. 46, comma 3 viene valutata con riferimento al principio generale di responsabilità per le spese di giudizio, essa non può pertanto che integrare un vero e proprio ingiustificato privilegio attribuito alla parte (quasi sempre il Fisco) che, dopo aver determinato (con la propria inerzia nel ritirare l’atto palesemente errato) la necessità del processo, riconosca la fondatezza delle ragioni sostanziali della controparte.


Il diritto al rimborso delle spese di giudizio deriva, quindi, da un comportamento sostanzialmente contraddittorio e illecito della controparte ed altro non è che una forma di risarcimento dell’ingiustificato pregiudizio per la controparte.


 


Conseguenze dell’abrogazione


Il nuovo criterio di riparto delle spese di giudizio assumerà evidente funzione di deterrente rispetto alla costituzione in giudizio in liti temerarie, eliminando quella posizione privilegiata del Fisco che permetteva di esercitare l’autotutela tributaria non già in maniera tempestiva, ma  durante lo svolgimento del giudizio, senza per questo incorrere nell’obbligo di corrispondere le spese di giudizio.


            A seguito dell’intervento della Corte Costituzionale gli uffici dovranno ora attivarsi per esaminare tempestivamente le controversie rispetto alle quali possano individuarsi gli estremi per il legittimo esercizio del potere di autotutela prima dell’instaurazione del giudizio di merito.


Qualora ciò non sia possibile, l’ufficio, al momento dell’emanazione del provvedimento di autotutela, dovrà acquisire comunque dalla controparte una formale rinuncia alle spese di giudizio, senza ovviamente subordinare l’adozione dell’atto di riesame a tale dichiarazione di parte.


Il nuovo fac simile di istanza di autotutela


Alla luce della sentenza, le istanze di autotutela potranno dunque contenere il “monito” del pagamento delle spese processuali.


Di seguito, dunque, riteniamo utile proporre il seguente fac simile


FAC SIMILE


 


All’Ufficio………………………………………


All’Agenzia delle Entrate di ………………….


 


 


Oggetto: Richiesta di annullamento di atto illegittimo/infondato, ai sensi dell’art. 2 quater del D.L. n. 564/94, del D.M. n. 37/97 e dell’art. 27, L. n. 28/99.


 


Il/la sottoscritto/a …………………………………………… nato/a a ………………………………………….., e residente in …………………………………….. via ………………………………… n. …… codice fiscale ………………………………………….


 


PREMESSO


 


che con atto (specificare se si tratta di avviso bonario, cartella di pagamento, avviso di accertamento, atto di contestazione, rigetto istanza di rimborso o altro) n……… del …………………………. notificato/a il ………………………………… in relazione all’anno d’imposta ……………………codesto Ufficio ha:


 


(inserire la formula che si adatta al caso)


 


·       accertato un imponibile (o un maggior valore) di € …………………………


·       chiesto il pagamento di un’imposta di € ………………………………………


·       irrogato sanzioni per € ………………………………………………………….


respinto una richiesta di rimborso relativa a …………………………………………………………….


CONSIDERATO


 


Che tale provvedimento appare illegittimo/infondato in tutto/in parte per i seguenti motivi:


…………………………………………………………..


……………………………………………………………


…………………………………………………………….


 


CHIEDE


 


a codesto ufficio di riesaminare il provvedimento sopra indicato e di procedere al suo annullamento (totale o parziale), ai sensi di quanto previsto dall’art.2 quater del D.L. n. 564/94, dal D.M. 37/97 e dall’art. 27 L. n. 28/99 (lettera circolare n. 198/S del 5/8/98, C.M. n.143/E dell’11/7/2000 e C.M. n. 103 del 6/12/2001).


Contemporaneamente chiede che siano sospesi gli effetti dell’atto in premessa.


 


AVVERTE


 


che, in mancanza di un vostro riscontro, da pervenire in forma scritta entro la data del ____________ (indicare una data utile che permetta la tempestiva presentazione del ricorso), il sottoscritto si verrà costretto, suo malgrado, a proporre ricorso avverso la Commissione Tributaria competente, al fine di evitare lo spirare dei termini per lo stesso, e comunica che, in tal caso, l’intervenuto successivo sgravio non esimerà codesto Ufficio dalla refusione delle spese di giudizio, come sancito dall’articolo 46 del D.Lgs. n. 546/92, come modificato per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 274 del 12 luglio 2005.


Allega: ……………………………


Luogo e data ……………………………….


Firma …………………………


 


Ottobre 2005


Danilo Sciuto


Dottore commercialista in Catania


danilosciuto@https://www.commercialistatelematico.com


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