Cassazione implacabile…


Il caso:

una società esercitava l’attività di odontoprotesica, avvalendosi delle prestazioni professionali di tre medici specialisti, che però non erano i soli ad operare sui pazienti, evidentemente, perché a seguito di una verifica della Guardia di Finanza è emerso che solo una minima parte del volume d’affari della società era transitato attraverso operazioni compiute direttamente dai medici e rifatturate da questi alla società.

In altri termini, la parte preponderante delle operazioni attive era stata effettuata da personale della società (non abilitato) e solo la parte minore era stata portata a termine dai medici.

Comunque, tutte le operazioni, effettuate o meno da personale medico abilitato, erano state fatturate ai pazienti in esenzione da Iva ex art.10, punto 18.

La verifica della Finanza è sfociata ovviamente in un bell’accertamento dell’ufficio Entrate, che a sua volta ha dato luogo ad un contenzioso fiscale giunto fino in Cassazione, non si sa con quali esiti nei gradi precedenti.

La sentenza della Corte n.19007 appena pubblicata, ha stabilito che “le prestazioni sanitarie rese da un soggetto privo dell’abilitazione professionale restano soggette all’applicazione dell’Iva”.

Scusate: vi pare fattibile che un medico abusivo si autodenunci continuamente attraverso l’applicazione dell’Iva?

E vi sembra logico che il paziente sia penalizzato solo perché si rivolge, in buona fede, ad un millantatore?

Sarebbe come dire che il fruttivendolo che non ha l’autorizzazione amministrativa per vendere il detersivo, se lo fa deve assoggettarlo ad Iva al 20% quando magari l’aliquota dovuta è il 10%.

A me pare che in questo caso il detersivo debba comunque pagare il 10, indipendentemente dal fatto che l’esercente possa venderlo o no. Poi lo sanzioniamo perché vende prodotti senza licenza, ma questo è un altro binario.

Ma indaghiamo:
l’art.10, punto 18 dell’Iva afferma l’esenzione per le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione rese alla persona nell’esercizio delle professioni e arti sanitarie soggette a vigilanza, ai sensi dell’art. 99 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, e successive modificazioni, ovvero individuate con decreto del Ministro della sanità, di concerto con il Ministro delle finanze.

Quindi, testualmente, è la prestazione sanitaria resa alla persona che va in esenzione da Iva, nell’esercizio (lecito o meno) delle professioni (non “da parte di professionisti abilitati”) sanitarie soggette a vigilanza.

In sostanza, è esente la prestazione resa alla persona nel quadro delle discipline sanitarie, non necessariamente da parte di professionisti sanitari.

Se si fosse voluto questo risultato sarebbe bastato scrivere il testo di legge in questi termini:
“le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione rese alla persona da parte di professionisti ed operatori sanitari abilitati, nel quadro delle discipline sanitarie soggette a vigilanza, ai sensi dell’art. 99 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, e successive modificazioni, ovvero individuate con decreto del Ministro della sanità, di concerto con il Ministro delle finanze.”

Non credete che sarebbe stato più semplice?

Questo è un ragionamento che – finalmente- mi tranquillizza; ma il sereno arriva poco dopo, quando trovo la circolare delle Finanze del 09/08/1999 (n.176) che, proprio a proposito dell’esercizio abusivo della professione di odontoiatra, ha stabilito che:
“l’attività odontoiatrica svolta abusivamente dagli odontotecnici è esente dall’Iva in quanto riconducibile all’art.10, punto 18 del d.p.r. 633/72”.

Il ragionamento posto a base della circolare è questo:
o un’attività è assolutamente illecita e allora è assolutamente estranea all’Iva, oppure l’attività è lecita e chiunque la eserciti, abilitato o meno, deve rimanere colpito dal tributo nello stesso modo, per non ledere il principio della parità di trattamento tra attività dello stesso tipo e quello della neutralità del tributo.

In sostanza, se l’attività è lecita ma l’esercente non è in regola, l’Iva resta la stessa dovuta da un esercente la stessa attività ma in regola.

Devo dirvelo: adesso sono proprio felice, anche perché leggendo attentamente la circolare scopro che si basa su di una sentenza della Corte di Giustizia Europea, nella causa C-283/95.

Certo, dispiace per quella società che ha perso in Cassazione, che non potrà nemmeno addebitare l’Iva ai suoi pazienti.

E’ proprio il caso di dire che questa volta l’Iva le rimarrà “tra i denti”.

11 ottobre 2005
Roberto Mazzanti


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