Internazionalizzazione delle imprese – il problema della dimensione


 


 


La crisi dell’economia italiana, in particolare dopo l’introduzione della moneta unica europea, e la difficoltà registrata dall’Italia nel reggere il confronto con la concorrenza internazionale, costituiscono argomenti ormai all’ordine del giorno.


E se è vero che nel lungo periodo saranno sicuramente evidenti i vantaggi portati dall’euro, tra i quali il fatto di rappresentare un importante elemento di stabilità economica  per i  paesi membri dell’Unione Europea, è vero anche che, nell’immediato, la riduzione del potere d’acquisto avvertita dai consumatori costituisce un grave fattore di crisi.


Nel contesto economico mondiale, ed in particolare in quello europeo, l’aumento della competitività delle imprese è una necessità ormai avvertita come fondamentale  tra gli operatori.


Un serio limite alle politiche e alle strategie per l’internazionalizzazione delle imprese è rappresentato dalle caratteristiche particolari del sistema produttivo italiano formato in gran parte da imprese di piccola e media dimensione.


Gli interventi istituzionali, tuttavia, non possono basarsi su analisi statiche, teoricamente eccellenti, ma prive dei contenuti sostanziali e progettuali  idonei a fornire alle imprese gli strumenti operativi necessari per competere a livello internazionale.


In altre parole, il processo di modernizzazione deve passare attraverso una fase preliminare che tenga conto della “misura” delle imprese italiane. Spesso infatti la mancanza di una cultura export in azienda e di una adeguata struttura interna professionale per gestire i rapporti con l’estero, si accompagna alla drammatica  inadeguatezza dimensionale e organizzativa e costituisce il primo limite da risolvere.


Se da un lato la spinta alla globalizzazione induce l’impresa ad avventurarsi sui mercati internazionali,  dall’altro manca la conoscenza specifica delle tecniche di marketing internazionale, della contrattualistica e della fiscalità internazionale, dei canali di distribuzione, dei sistemi di pagamento, oltre alle implicazioni di carattere doganale e di logistica dei trasporti.


Le relazioni “statiche” di ricerca e di studio, il proliferare di uffici istituzionali gestiti da funzionari ricchi di grande sapere  ma poveri di senso pratico, non aiutano le imprese non potendo rispondere all’ esigenza di programmare interventi concreti e rapidi.


 Il più qualificato “know how” sull’internazionalizzazione si trova nel patrimonio della conoscenza e dell’ esperienza degli stessi imprenditori che per primi si sono affacciati ai mercati esteri e hanno costruito una metodologia progettuale seria, frutto di interventi mirati e di investimenti consistenti.


Interi comparti produttivi potrebbero essere “trainati” ed introdotti sulla “strada maestra” dalle imprese più importanti del territorio già strutturate per gli scambi commerciali con l’estero, se solo queste ultime fossero coinvolte dalle istituzioni con progetti di partenariato e di collaborazione volti all’aggregazione e caratterizzati da interventi di breve periodo.


Del resto l’esigenza di perseguire una “dimensione europea” per la piccola impresa è avvertita anche dal legislatore che in particolare con il D.L. 14/3/2005 (c.d. Decreto sulla competitività), dopo aver predisposto una serie di misure volte a sostenere l’internazionalizzazione, a sviluppare le infrastrutture e ad incentivare la logistica, prevede all’art. 9 un “premio” per le piccole e medie imprese che prendono parte a processi di “concentrazione”. Il suddetto premio è costituito da un contributo nella forma di credito di imposta pari al cinquanta per cento delle spese sostenute per studi e consulenze inerenti l’operazione di concentrazione.


Non si può non rilevare in questa sede che il legislatore nell’indicare espressamente i processi di concentrazione idonei a beneficiare del contributo, ha incluso, oltre alle forme tradizionali di aumento dimensionale delle imprese, (fusione, incorporazione, costituzione di consorzi), anche la “costituzione di aggregazioni su base contrattuale” e , ancora alla lett. e), le “ulteriori forme che favoriscano la crescita dimensionale delle imprese”.


E’ di tutta evidenza, dunque, in considerazione dell’ampia apertura volutamente attribuita al significato del termine “concentrazione”,  l’importanza riconosciuta all’aumento delle dimensioni delle imprese, che costituisce condizione indispensabile  per ottenere maggiore competitività a livello internazionale.


E’ essenziale che gli operatori a diverso titolo impegnati nei processi di internazionalizzazione delle imprese, siano in grado di  cogliere le opportunità offerte dalla normativa e di utilizzare gli strumenti predisposti  a sostegno dello sviluppo.


La sfida riguarda e coinvolge l’intera economia nazionale e se da un lato l’impostazione programmatica deve essere orientata ad intervenire sui fattori di debolezza strutturale del sistema economico, dall’altro vanno individuate politiche di sviluppo concrete.


E’ quanto mai inopportuno infatti disperdere risorse in mille canali, ma al contrario è necessario finalizzarle direttamente al rafforzamento dei fattori della produzione con particolare riguardo al credito, al capitale umano, all’innovazione tecnologica orientata alla ricerca applicata, all’innovazione gestionale, alla costituzione di consorzi che rafforzino le possibilità di investimento.


 


Dott.ssa Paola Bruno


settembre 2005


 


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