I.C.I.: la proroga dei termini di accertamento è illegittima


Ancora una volta il Legislatore torna a far rivivere termini di controllo già scaduti.


Il comma 67 dell’unico articolo della Finanziaria 2005 dispone la proroga di un anno, ossia al 31 dicembre 2005, dei termini per la notifica degli avvisi di accertamento dell’ICI per le annualità 2000 e seguenti.


Tale prassi, invero, vanta una serie di precedenti; da diversi anni infatti, si assiste, nell’ambito delle varie leggi “finanziarie”, a questo fenomeno di indiscriminata proroga a favore dei comuni (e in danno dei contribuenti) dei termini per l’effettuazione dell’accertamento e della liquidazione dell’imposta comunale sugli immobili.


Si ricordano le norme:


Articolo 2 comma 59 L. 662/96 (Finanziaria 1997);


Articolo 31 comma 6 L. n. 448/98 (Finanziaria 1999);


Articolo 30 comma 10 L. n. 488/99 (Finanziaria 2000);


Articolo 18 comma 4 L. n. 388/00 (Finanziaria 2001);


Articolo 27 comma 9 L. n. 448/01 (Finanziaria 2002);


Articolo 31 comma 16 L. n. 289/02 (Finanziaria 2003);


Articolo 2 comma 33 L. n. 350/03 (Finanziaria 2004).


Quest’anno, addirittura, la proroga è parzialmente intervenuta anche più tardi. Poiché, infatti, la Finanziaria 2005 ha agito solo sul termine per l’”accertamento”, escludendo quindi da tale proroga i termini per la “liquidazione”; il problema é stato “superato” dalla legge di conversione del Decreto Legge n. 314/04 (intervenuta solo nel mese di febbraio 2005), che vi ha posto rimedio estendendo la proroga anche all’aspetto della “liquidazione”.


 


Modi e tempi a disposizione del Comune per il controllo


É bene, comunque, prima di addentrarci nella trattazione, soffermarsi un attimo per chiarire cosa si intende per “liquidazione” e cosa per “accertamento” dell’imposta, esaminando dunque gli strumenti in possesso del Comune ai fini del controllo Ici.


Il controllo degli adempimenti dei contribuenti effettuato dai comuni, in virtù dell’art. 11 del D.Lgs. n. 504/1992 istitutivo dell’imposta, viene effettuato mediante:


a) la liquidazione dell’imposta dovuta; con essa, il Comune, rileva, direttamente dall’esame delle dichiarazioni e dei versamenti in suo possesso, gli errori materiali di calcolo commessi dai contribuenti nel pagamento dell’imposta; l’avviso di liquidazione deve essere notificato entro il 31/12 del secondo anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, ovvero, nel caso in cui non sussisteva l’obbligo dichiarativo, entro il 31/12 del secondo anno successivo a quello in cui è stato o doveva essere eseguito il versamento del tributo;


b) l’accertamento in rettifica; con esso, invece, i Comuni provvedono a contestare l’infedeltà e/o l’incompletezza delle dichiarazioni presentate, riscontrate a seguito e per effetto di più approfonditi controlli; l’avviso di accertamento in rettifica deve essere notificato entro il 31/12 del terzo anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione o denuncia, ovvero entro il 31/12 del terzo anno successivo a quello in cui non sussisteva l’obbligo dichiarativo.


c) l’accertamento d’ufficio; con il quale, infine, il Comune sanziona le omesse presentazioni di dichiarazioni relative ad evasori totali dell’imposta con riguardo ad uno o più immobili. L’avviso di accertamento d’ufficio deve essere notificato entro il 31/12 del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o denuncia avrebbero dovuto essere presentate, ovvero entro il 31/12 del quinto anno successivo a quello nel corso del quale è stato o doveva essere eseguito il versamento del tributo.


 


La invalidità di una proroga di un termine già scaduto


Una volta illustrata questa differenza tecnica, veniamo al punto della presente trattazione.


Come si dimostrerà, alla luce di alcune costanti pronunce della giustizia tributaria, esistono forti dubbi sulla legittimità delle suddette disposizioni normative di proroga (per ultima quella disposta dalla Finanziaria di quest’anno e dalla legge di conversione del decreto legge n. 314/04), che inficiano di nullità i conseguenti avvisi in quanto tardivi, e che dunque possono essere impugnati per l’annullamento innanzi le competenti Commissioni Tributarie Provinciali.


La tesi della tardività scaturisce dalla incontestabile considerazione che, poiché il termine per il controllo scade il 31/12, la norma di proroga, entrando in vigore il giorno successivo (o, per il caso disciplinato dalla legge di conversione del decreto legge n. 314 citato, anche dopo più di un mese), interviene su un termine già scaduto, quando tale possibilità é stata espressamente negata da una costante giurisprudenza che adesso esamineremo. Per inciso, si segnala una tesi assolutamente priva di fondamento (anche per i non addetti ai lavori), espressa da minoritaria dottrina, in base alla quale la proroga sarebbe avvenuta nei termini in quanto la legge finanziaria sarebbe stata “approvata” alla fine del mese di dicembre, ossia quando ancora il termine non era spirato. In ogni caso, comunque, tale considerazione fa riferimento alla proroga di cui alla legge finanziaria, e non anche a quella avvenuta tramite il citato decreto legge.


Tornando all’esame della giurisprudenza, la recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Isernia, n. 51/3/2004, ha affermato che gli accertamenti Ici notificati oltre i termini di cui all’articolo 11 del decreto Ici sono illegittimi in quanto tardivi, a nulla valendo che le proroghe disposte nelle finanziarie 1999, 2000 e 2001 possano ripristinare tali rapporti e posizioni giuridiche, perché entrate in vigore dopo la scadenza dei termini per la notifica. Una legge, continua la sentenza, non può infatti resuscitare termini di decadenza ormai spirati e rapporti tributari esauriti, per cui un termine perentorio già spirato non può in alcun modo essere prorogato, e ciò anche in ossequio all’articolo 153 del Codice di Procedura Civile, in base al quale “i termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati nemmeno sull’accordo delle parti”.  Pertanto, la possibilità di dare luogo a deroghe a quelli che sono termini perentori per legge, non può certo rappresentare esercizio usuale da parte di un legislatore attento.


A riprova di ciò, anche la tesi della Corte Costituzionale, che ha avuto modo di sostenere la legittimità della proroga di termini altrimenti in scadenza, ma ciò solo se effettivamente giustificato da peculiari e particolari esigenze, tali quindi da non far divenire regola tale proroga (cfr. sentenza n. 238/84).


Non manca il parere conforme della Corte di Cassazione, che nella sentenza n. 17507/02 ha affermato che, quando il legislatore intende prorogare un termine, interviene prima che esso scada, e non dopo: infatti in un ordinamento di diritto fondato sulla certezza dei rapporti giuridici è ragionevole presumere che i termini posti all’Amministrazione per l’esercizio di poteri autoritativi siano rilevanti e non che il cittadino sia soggetto indefinitamente al potere della Amministrazione. Ciò anche in considerazione dello scopo che il termine persegue e alla funzione cui adempie.


Tale pensiero era già stato espresso nella sentenza n. 62/10/00 emessa dalla Commissione Tributaria Regionale di Bologna (anche se riferita all’imposta di registro), in forza della quale, un avviso di accertamento é tardivo, nonostante la proroga dei termini, se la proroga stessa viene disposta quando i termini sono già scaduti. La sentenza continua e conclude affermando che pertanto è evidente che un termine scaduto, con conseguente decadenza dall’esercizio del potere per il quale era previsto entro tale termine perentorio, non può in alcun modo essere prorogato con efficacia retroattiva o sanante.


Oltre quella della Commissione Tributaria Provinciale di Isernia, non mancano altre pronunce che fanno esplicito riferimento alla questione della illegittimità della proroga “a tempo scaduto” dei termini di liquidazione e di accertamento dell’Ici. Una prima decisione é quella della Commissione Tributaria Provinciale di Torino n. 20/28/02, mentre, ancora più recente, si segnala la sentenza n. 47/17/03 della Commissione Tributaria Provinciale di Bari.


Si vuole terminare tale excursus giurisprudenziale con una sentenza che ha raggiunto la tesi della illegittimità della proroga in altra maniera: la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, con sentenza n. 20/36/03, ha infatti rilevato come la legge di proroga (L. 488/99, ossia Finanziaria 2000), era stata tacitamente abrogata da una legge successiva, ossia dal terzo comma, dell’art. 3 della L. n. 212/2000, che all’articolo 3 comma 3 stabilisce che i termini di prescrizione e decadenza per gli accertamenti d’imposta non possono essere prolungati. É evidente che questa tesi possa funzionare per le leggi di proroga emesse anteriormente alla emanazione dello Statuto del Contribuente, e non certo dopo.


 


Conclusioni


Si vuole in sostanza porre l’accento sulla questione della illegittimità della proroga dei termini per il controllo dell’Ici, non soltanto per dare ai contribuenti il destro per un indubbio strumento di contestazione della legittimità dell’atto impositivo emesso dal Comune in forza di detta proroga, ma anche nella speranza che la giurisprudenza qui esposta, nonché quella futura, possano costituire un significativo elemento di forza anche nei confronti del legislatore, costringendolo a tener conto di tali determinazioni, e ad evitare di continuare a dar luogo all’emanazione di ulteriori norme di proroga che legittimano la emissione di accertamenti praticamente retroattivi in materia di Ici.


Concludiamo ricordando che, poiché la decadenza dell’azione accertatrice (che qui si vuole sostenere) non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, essa dovrà necessariamente essere eccepita dal contribuente mediante ricorso avanti la competente Commissione Tributaria Provinciale, il cui fac simile è esposto nella sezione software di questo sito.


Si può provare a presentare istanza di autotutela al Comune, chiedendo l’annullamento dell’atto, ma, stante la verosimile inerzia del Comune, occorrerà fare attenzione a non lasciare decorrere i sessanta giorni previsti per la proposizione dello stesso, decorso che renderebbe definitivo, e quindi non più impugnabile, lo stesso atto impositivo.


 


FEBBRAIO 2005

Danilo Sciuto


dottore commercialista in Catania

danilosciuto@https://www.commercialistatelematico.com


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