Distribuzione di dividendi e riserve dall’1/1/2004: istruzioni per evitare sgradite sorprese!




 


La riforma fiscale ha apportato una novità anche in tema di delibere di distribuzione degli utili. L’analisi di tale mutamento, piuttosto incisivo come si vedrà, è interessante in quanto riguarda non soltanto gli addetti ai lavori, ma anche gli amministratori e i soci delle società, che devono conoscerne esistenza e conseguenze ai fini sia della gestione ordinaria della società, sia della loro personale pianificazione fiscale.


 


Cominciamo col dire che, all’interno del patrimonio netto di una società possono esistere diverse riserve, ciascuna soggetta ad un proprio regime di tassazione in caso di distribuzione, e ciò sia nei confronti della società, sia nei confronti dei soci. Al riguardo, si distinguono:


         le riserve cc.dd. “in sospensione di imposta”, ossia quelle riserve che in caso di distribuzione, vanno assoggettate a tassazione sia in capo ai soci, come dividendi, sia in capo alla società che li distribuisce, come un normale componente positivo di reddito;


         le riserve cc.dd. “di capitale”, quali ad esempio le riserve sopraprezzo azioni, o i versamenti dei soci in conto capitale o a fondo perduto, che in caso di distribuzione non sono soggette a tassazione né in capo alla società né in capo ai soci, in quanto altro non sono che riserve formate dagli apporti dei soci stessi;


         gli utili d’esercizio;


         le riserve “di utili liberamente distribuibili”, formate con l’accantonamento degli utili dei precedenti esercizi;


         gli utili e le riserve di utili “in temporanea sospensione di imposta”, ossia quelle riserve costituite per effetto della deduzione extrabilancio di ammortamenti, accantonamenti ed altre rettifiche di valore, conseguente al disinquinamento fiscale del bilancio postulato dalla riforma societaria del 2004.


 


Fino al 2003, il legislatore fiscale lasciava i soci liberi di stabilire quali utili o riserve distribuire, permettendo così il compimento delle più opportune valutazioni di convenienza economica, ed intervenendo con l’indicazione di un ordine presunto di distribuzione soltanto in caso di mancata previsione nella delibera stessa.


Con la riforma fiscale, viene introdotto un ordine inderogabile di distribuzione, e viene stabilito che, indipendentemente dalla delibera assembleare, si presumono prioritariamente distribuiti l’utile dell’esercizio e le riserve diverse da quelle “di capitale”, per la parte di esse non accantonata “in sospensione di imposta”.


In altre parole, in caso di distribuzione di somme comprese nel patrimonio netto della società (siano essi o meno dividendi), si considerano distribuiti nell’ordine, a prescindere da quanto stabilito nella delibera:


1)      l’utile dell’esercizio,


2)      le riserve di utili “liberamente distribuibili”,


3)      le riserve stabilite dalla delibera.


Secondo la relazione governativa che ha accompagnato l’introduzione di tale norma, essa avrebbe la finalità di evitare arbitraggi tra la disciplina delle distribuzioni di utili e quella delle distribuzioni di riserve di capitale, che non conducono, a differenza delle prime, a nessuna tassazione. Si ricorda infatti che, mentre la distribuzione di utili o di riserve di utili genera un reddito imponibile per il socio percettore (in misura e modalità diverse in base al tipo di soggetto), la distribuzione di riserve di capitale riduce il costo della partecipazione, proprio in quanto essa altro non è che la restituzione di versamenti effettuati dal socio stesso.


Ad ogni modo, qualunque sia l’intento della norma, da essa consegue che la società  che vuole restituire riserve di capitale nel senso sopra precisato, farà bene a verificare preventivamente l’esistenza di utili o riserve di utili, anche accantonati molti anni addietro, in quanto la loro presenza farebbe sì che fiscalmente la distribuzione riguardasse proprio tali poste, e non quelle che la società vorrebbe invece assegnare ai soci.


 


Quanto stabilito dall’assemblea avrà dunque valore solo ai fini civilistici, e ciò significa che un effetto ulteriore della disposizione sarà costituito dalla creazione di un “doppio binario”, in cui da un lato vi saranno le riserve che civilisticamente non sono state distribuite ai soci (che evidentemente coincideranno con quelle presenti nel Patrimonio Netto del bilancio d’esercizio), in ottemperanza di quanto previsto dalla decisione assembleare, e dall’altro quelle derivanti dall’applicazione della nuova norma in discorso. Sarà dunque necessario un prospetto extracontabile per monitorare la situazione delle riserve esistenti in bilancio.


 


In base a quanto chiarito dalla stessa Amministrazione Finanziaria (C.M. n. 26/04), la norma si applica alle decisioni assembleari assunte nel 2004, ad esclusione dunque delle distribuzioni eseguite nel corso del 2004, ma relative a delibere adottate negli anni precedenti.


L’Assonime, dal canto suo, ha avuto modo di precisare che, nel silenzio della norma, la presunzione non si applica alla fattispecie di copertura di perdite tramite riserve.


 


Anche se la norma non lo prevede, a fini di chiarezza è assolutamente consigliabile che la società comunichi, in sede di distribuzione, la natura fiscale delle riserve distribuite e quale sia il regime fiscale applicabile, al fine di permettere al socio stesso di adempiere correttamente alle incombenze fiscali (dichiarazione dei redditi) conseguenti all’assegnazione stessa.


Pertanto, qualora la società distribuisca riserve di capitale, potrà legittimamente dichiararne la irrilevanza ai fini fiscali solo se nel suo patrimonio netto siano assenti sia utili d’esercizio, sia riserve di utili. In caso contrario, infatti, la società dovrà comunicare che, nonostante si stia (civilisticamente) procedendo alla distribuzione di riserve di capitale, la distribuzione è fiscalmente rilevante in quanto si è in presenza di utili o di riserve di utili disponibili.


In ogni caso, si ribadisce quanto detto implicitamente nella norma, ossia che la presunzione si applica solo in presenza di riserve liberamente distribuibili, per cui, nel caso in cui vi siano soltanto riserve quali quella legale, o quella per acquisto di azioni proprie, o quelle in sospensione di imposta, essa non potrà interferire sulle intenzioni dell’assemblea; ovviamente, la parte indisponibile della riserva legale è solo quella che risulta entro la misura minima del 20% del capitale sociale, ad esclusione dunque della eventuale parte eccedente, che quindi potrà essere oggetto della presunzione di cui si discute.


 


Alla luce di quanto esposto e commentato, potrà dunque essere consigliabile, a volte, scindere le delibere di distribuzione in tempi diversi, accantonando a riserva quegli utili che, mantenendo la natura di utili, sarebbero altrimenti distribuiti “ipso iure”.


 


Una ultima notazione va fatta in merito alle possibilità elusive della norma. In tale ottica, si fa presente che l’articolo 37 – bis del Dpr n. 600/73 comprende nel proprio ambito applicativo anche le “distribuzioni ai soci di somme prelevate da voci del patrimonio netto diverse da quelle formate con utili”. Pertanto, qualora una società decida prima di aumentare il capitale sociale tramite riserve di capitale, e in un secondo tempo proceda a ridurre il capitale sociale, riuscirà ad evitare la presunzione di cui qui si parla (in quanto essa si applica alle riserve, e non anche al capitale sociale), ma non la norma antielusiva suddetta.

Dicembre 2004

 


 


Danilo Sciuto


dottore commercialista in Catania


danilosciuto@https://www.commercialistatelematico.com


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